Dai pattern alle concezioni

In questa seconda anticipazione del nuovo libro di Ran Lahav, “Oltre la filosofia. Alla ricerca della saggezza”, propongo un capitolo appartenente alla sezione nella quale l’autore ci vuole fornire una mappa per orientarci tra le varie tappe del percorso della pratica filosofica . Un cammino completamente nostro, nel quale ci dobbiamo avventurare in maniera del tutto personale, senza fare riferimento ad uno schema prefissato. Lui stesso ci dice che “assomiglia al processo con cui si impara un’arte: si iniza con qualche tecnica di base, qualche schema semplice, e solo in seguito si trova la propria strada creativa.” Il passaggio dai pattern, il repertorio limitato di pensieri, emozioni e comportamenti che ognuno di noi possiede, alle concezioni, è un punto nevralgico (e alquanto critico) di questo percorso, in quanto segna il passaggio dai fatti al livello filosofico.

Dai pattern alle concezioni

I miei pattern (emotivi, comportamentali e di pensiero) esprimono il mio atteggiamento verso me stesso e gli altri, il mio modo di interpretare e comprendere la vita. Esprimono, in altre parole, le mie concezioni di vari aspetti del mondo, che determinano come mi appare il mondo – più precisamente, determinano il mio perimetro. Più specificamente, come abbiamo già detto in precedenza, interpretiamo costantemente noi stessi e il nostro mondo, non solo nelle nostre opinioni ma principalmente attraverso le nostre emozioni e i nostri comportamenti. Per esempio, quando provo vergogna di qualcosa che ho fatto, è come se affermassi “Questo tipo di azione non è onorevole”. O, mi sento in ansia per la possibilità di fallire in qualche compito, quell’ansia dice probabilmente (fra le altre cose): “Il successo è molto importante nella vita.” E se cerco costantemente di controllare il mio o la mia partner, allora questo comportamento può esprimere l’idea che “Amare significa possedere “. Così, attraverso gli atteggiamenti quotidiani esprimiamo le nostre concezioni della vita, spesso senza esserne consapevoli. I nostri atteggiamenti verso gli amici esprimono la nostra concezione del significato dell’amicizia. Il nostro comportamento in una disputa tra vicini esprime la nostra concezione di giustizia. In questo senso, scelte, paure, speranze e risposte quotidiane riguardano le questioni fondamentali della vita. Siamo tutti filosofi, anche se non sempre buoni filosofi, o filosofi profondi. La maggior parte delle nostre “teorie” filosofiche, però, sono qualcosa che viviamo quotidianamente, non qualcosa a cui pensiamo. Sono le nostre “concezioni vissute” (rispetto a quelle articolate in parole). Le concezioni vissute hanno un ruolo importante. Non possiamo vivere nel nostro mondo senza interpretarlo. Ma spesso sono anche la nostra prigione, perchè ci danno una prospettiva unilaterale, rigida e superficiale della vita. Limitano gli orizzonti dell’esistenza umana a un’interpretazione ristretta, a una gamma circoscritta di possibilità, il nostro perimetro.

Nella pratica filo-sofica

Poichè l’obiettivo della pratica filo-sofica è esplorare le pareti del nostro ristretto perimetro, l’esplorazione delle concezioni è un elemento cruciale. Nella consulenza filo-sofica, il tema delle concezioni compare dopo che è stato portato alla luce abbastanza dettagliatamente un pattern di fondo. Questo succede di solito per la prima volta verso la fine della seconda o all’inizio della terza seduta, dapprima solo brevemente, poi più a pieno. Così, quando il consulente comincia a vedere uno schema che percorre certe sue esperienze e certi suoi comportamenti, il consulente solleva la domanda di ciò che esprime. I due poi riflettono sulle concezioni che stanno alla base di quel pattern. Nelle sedute successive, il tema delle concezioni diventa sempre più centrale, anche se quello dei pattern non scompare mai completamente. Nella compagnia filosofica, i compagni condividono esperienze e osservazioni personali per indagarli insieme. Il gruppo non è interessato alle opinioni o alle teorie astratte, ma soprattutto alle concezioni diffuse. Al contempo il suo fine non è utilizzare i singoli membri (come accade invece nella consulenza filosofica), bensì esaminare insieme la varietà dei temi che “parlano” delle nostre vite. Esaminando le esperienza di vita personale il gruppo cerca di capire i linguaggi che la vita parla in noi e le concezioni che esprimono.

Esempio

Daniel fa parte di un gruppo di compagnia filo-sofica, che si incontra una volta alla settimana. Nel corso degli incontri è molto attivo e collaborativo. I suoi commenti aiutano i compagni a esaminare se stessi, e il suo atteggiamento empatico li incoraggia ad aprirsi e raccontare le loro esperienze private. Al quinto incontro, Irena gli dice: “Sai, Daniel, hai incoraggiato tutti a parlare di sè, ma ancora non sappiamo nulla di te”. Daniel sorrire: “Beh, la cosa ti mette a disagio?”  E la conversazione comincia a ruotare intorno a quello che prova Irena, finché non interviene Roger “L’hai fatto ancora Daniel! Hai cambiato argomento e hai evitato di parlare di te stesso”. “Davvero?”, chiede Daniel sorpreso. Ci pensa un pò, e si rende conto che Irena e Roger hanno ragione. “Si, è vero. Grazie per avermelo fatto notare. Proprio evito di espormi. Un pattern interessante no? Forse è un qualche meccanismo di difesa…”

“Ricordati”, lo interruppe Bruce, “che qui non facciamo psicologia. Stiamo facendo pratica filosofica. La questione è quello che dice il tuo pattern, non è il meccanismo psicologico che ci sta dietro.” “Vuoi che il gruppo discuta di questo, Daniel?”. Chiede Jessica. Daniel si acciglia “Non lo so. Non voglio essere l’argomento della vostra conversazione.” “Non preoccuparti, Daniel, non sarai tu l’argomento, ma l’esposizione di sè. Questa, in fin dei conti, è una compagnia filo-sofica, non è una consulenza di gruppo. Abbiamo bisogno delle nostre esperienze per indagare insieme che cosa voglia dire esporre sè stessi.” “Va bene, sono d’accordo. L’esposizione di sè sarà l’argomento di questo incontro.” Daniel adesso cerca di spiegarsi: “Quando parlo di me e tutti mi ascoltate, ho l’impressione di essere un bambino, e che voi siate degli adulti che si prendono cura di me.” Racconta loro, poi, alcune esperienze correlate. Altri compagni condividono la loro esperienza di autoesposizione, e attraverso il confronto riescono a capire meglio che cosa dicono queste esperienze – cioè quali concezioni vi siano espresse. Per raffinare le loro osservazioni discutono anche varie teorie dell’esposizione. Si cita Sartre (vergognarsi è essere oggettivizzati dallo sguardo dell’altro) e Nietzsche (con gli amici “non devi voler vedere tutto”). Così la compagnia sviluppa una rete di concezioni dell’autoesposizione, che getta luce sulle loro esperienze personali. Scoprono che la vita parla nelle loro vite con una varietà di voci, interrelate in modo diversi. “Comincio a capire il mio atteggiamento”, dice Daniel. “Mi rendo conto che non mi piace essere al centro dell’attenzione. Ma non perchè sia timido, è perchè non mi piace quando altri fanno qualcosa per me, o a me. Odio essere uno che riceve, odio essere uno passivo. Il presupposto è: se sono un ricevitore passivo scompaio, non sono niente. Esisto solo se do, aiuto, agisco.” “Una concezione filosofica interessante”, interviene Bruce, “Esistere significa agire sugli altri. Ricevere delle azioni significa non esistere.” “Esattamente. Forse è una teoria discutibile dal punto di vista logico, ma io sono così. E adesso riesco a vedere come questa concezione sia collegata a molte altre cose nella mia vita.”

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