Ran Lahav alla Ι conferenza di pratica filosofica
Ecco un interessante intervento di Ran Lahav durante la I Conferenza di pratica filosfica, tenutosi all’Università Nazionale di San Marcos a Lima nel febbraio 2007, nel quale ci aiuta a capire qual è la sua idea di Pratica filosofica.
Riporto qui una traduzione del discorso:
“Dunque, si è andata sviluppando una nuova corrente di pratica filosofica nella quale sono stato molto attivo, ma sono certo che non fosse l’unica. Questa corrente si basa sull’idea che la filosofia non risolve problemi, ma sono i problemi stessi che possono portare alla vita. Non chiarisce situazioni difficili, semmai, a volte, pone situazioni difficili. Secondo questa seconda visione, la PF, dovrebbe aiutarci a sviluppare la nostra auto-comprensione e essere più coscienti delle questioni fondamentali con cui ci confrontiamo nella vita. Il punto è che nella vita quotidiana trascorriamo tutto il tempo ponendoci domande filosofiche fondamentali, non solo relative al nostro pensiero, ma anche alle nostre scelte, emozioni, speranze e desideri.
Vi faccio un esempio molto semplice: immaginate che il mio migliore amico stia uscendo con una nuova ragazza da 3 settimane, ma che me l’abbia detto solo adesso, offendendomi tantissimo. Il mio migliore amico non mi ha detto nulla della sua nuova ragazza??!! Si potrebbe dire che questa è un’emozione, giusto? L’essersi offeso per qualcosa. Ma il mio sentimento, la mia emozione, realmente mi dicono qualcosa su quello che è l’amicizia. La mia emozione dice: amicizia significa condividere informazioni personali. In questo modo, nonostante nella teoria e nel pensiero, non mi sono mai posto la domanda su che cosa sia l’amicizia, nella realtà la mia emozione mi ha detto cosa realmente è. Le nostre emozioni, i nostri comportamenti, le nostre scelte, interpretano il mondo: stanno rispondendo a questioni filosofiche profonde, nonostante noi non se siamo coscienti.
Lo scorso semestre in Israele un mio studente, durante un’esercitazione di consulenza filosofica, mi raccontò che il momento più bello della sua vita, al quale pensa continuamente e che desidera possa accadere di nuovo, è stato quando la nazionale Israeliana di calcio ha vinto. Ora, se andiamo un pò più in profondità il fatto che per lui questa sia stata un’esperienza tanto emozionante è una vera e propria dichiarazione di ciò che per lui conta di più nella vita. E’ la dichiarazione di cosa sia l’estasi: uscire dalle proprie private e quotidiane occupazioni. E’ molto, molto prezioso, è quello che importa nella vita.
E’ una risposta alla domanda: “Cos’è importante nella vita?”, “Quali sono le qualità che contano per lui?”. E’ chiaro che non è una questione semplice, bisogna parlare con la persona e vedere cosa effettivamente sta succedendo.
Ora sto facendo esempi molto brevi, in modo che, dopo questa conferenza, una volta tornati a casa, magari facendo una cosa o l’altra, come stare davanti alla televisione e vedere un film, prendere il telefono e chiamare la propria ragazza/o o moglie, decidere di andare o meno al mare domani, per rilassarsi e avere un giorno di relax, ci rendiamo conto di porci questioni filosofiche fondamentali. Stiamo costantemente facendo dichiarazioni su quello che è importante nella vita, cos’è l’amicizia, cos’è l’amore, cosa significa essere libero, cosa è etico e cosa non lo è, non nel pensiero e nella teoria, ma nel comportamento, del quale molte volte non siamo coscienti.
L’allegoria della caverna di Platone è un’allegoria meravigliosa. Noi tutti viviamo in una caverna, in parte personale e in parte culturale, che non è altro che una limitazione, determinati modelli di pensiero, di sentimenti e di preferenze. Secondo Platone l’obiettivo della filosofia non è quello di rendere la vita nella caverna più confortevole, come vuole la prima visione della consulenza filosofica (quella che potremmo definire terapeutica). Sono sicuro che tutti avete studiato questa allegoria. L’obiettivo della filosofia non è sistemare queste ombre e renderle più confortevoli per la nostra vita, risolvendo i problemi della caverna, ma neppure è la seconda visione (di consulenza filosofica) che è quella di comprendere la caverna.
L’obiettivo della filosofia, e questa è la terza visione (quella della pratica filosofica), è quello di uscire fuori dalla caverna e avere una vita più grande. Trascendere quello che sono e andare molto al di là. Questa è una visione incredibile, non vi pare? Potrebbe non essere pratica, però penso che questo sia l’obiettivo che la pratica filosofica dovrebbe avere. Io credo che la PF, secondo questa terza visione, tenti di elevarci, di portarci un pò fuori dalla caverna, laddove questo fosse possibile. Questo è quello che si chiama saggezza o, per alcune persone “Building”. Questo è quello che sto investigando adesso, questo è quello che è importante per me adesso. La terza visione include la seconda visione.
Devo capire la mia caverna per poter uscire da essa. Però questo va oltre la caverna e consiste nell’accorgersi di una cosa, ovvero che l’obiettivo è quello di vivere una vita più grande. Se il mio obiettivo è uscire dai miei limiti, dalla mia caverna, allora la PF non è una professione, non è qualcosa in cambio della quale ricevo del denaro. E’ un modo di vita, un modo di essere.”


Lo diceva anche Antonio Gramsci: tutti gli uomini, nel momento in cui parlano, comunicano tra loro o con se medesimi, esprimendo bisogni, emozioni, sentimenti e concetti (sia pure convenzionali e correnti nel proprio ambiente socioculturale) sono filosofi. La lingua stessa che impariamo, prima in famiglia e poi a scuola, contiene già una determinata visione del mondo, quindi è già una filosofia, non in senso tecnico e riflesso ma pratico e inconsapevole. Tuttavia, a questo primo stadio, sono filosofi, per così dire, del senso comune, senza nemmeno sospettare di essere tali; filosofi limitati e condizionati dalle convenzioni linguistiche, etiche, estetiche, religiose, politiche e genericamente valoriali presenti nella società in cui si trovano a vivere la loro vita di cavernicoli; quindi non propriamente di filosofi in senso socratico e platonico. Gramsci in realtà voleva dire che tutti gli uomini sono filosofi in potenza, ma non tutti lo diventano effettivamente. I più, ahimè, si accontentano delle ombre proiettate sulla parete in fondo alla loro personale caverna. Il primo passo per uscire dalla quale è indubbiamente prendere coscienza della caverna medesima. Però qui si incontra una difficoltà teoretico-pratica tutt’altro che trascurabile: come possiamo riconoscere, cioè oggettivare la nostra caverna rimanendo all’interno di essa? Che cosa oggettiviamo, le ombre o gli oggetti veri che le proiettano? E chi ci assicura, una volta che fossimo per miracolo usciti fuori, alla luce del sole, che gli oggetti che vediamo siano quelli veri? Ad ogni modo dice benissimo Ran Lahav: il fine della filosofia non è di farci stare meglio nella nostra caverna, adattandoci alle presunte condizioni immodificabili di fatto, ma di trascendere la nostra caverna e le sue ombre considerate troppo a lungo (e persino in modo irresponsabile) cose salde. Il fine è uscire dalla caverna, certamente. Ma per andare dove?
Quando quest’ultimo breve commento sarà approvato sarà anche obsoleto: fine di un’attesa. Senza che ne cominci subito un’altra. (Almeno qui).