Filo-sofia e sanità

Cosa potrebbe fare una persona come Socrate tra le corsie di un ospedale?

Paolo Dordoni (autore del libro “Dialogo Socratico”) è convinto che il dialogo socratico non sia una pratica tanto lontana dal mondo della salute, poichè è proprio tra i corridoi asettici degli ospedali che persone (pazienti oppure no), diversissime l’una dall’altra, hanno l’opportunità di incontrarsi e di confrontarsi, raccontandosi esperienze di vita, professionalità, vissuti, speranze e preoccupazioni. queste persone si pongono continuamente domande e questioni che toccano argomenti estremamente concreti, ma che in relatà si aprono a dimensioni molto più profonde, quella della salute e della malattia, del dolore, della vita e della morte e molte altre ancora. E’ facile comprendere come tutti loro sentano la necessità di dialogare e pensare insieme, ed è proprio qui che entra in gioco Socrate, il maestro, il quale attraverso l’arte della maieutica riesce a far rivivere nei propri interlocutori quella sensazione di smarrimento, capace di demolire ciò che già si possiede per far luce su se stessi e aprirsi a nuove conoscenze. Ma attenzione, il dialogo socratico non è unidirezionale, non c’è un solo maestro, qui tutti possono diventare Socrate dell’altro, ognuno può assumere per gli altri il ruolo del maieuta.

Come ci ricorda Dordoni in un articolo pubblicato su www.formazione.eu.com/, “la fiducia prestata al proprio interlocutore e al gruppo; la confidenza di poter giungere ad un risultato, anche se provvisorio e non noto; la passione di trovarsi effettivamente a ricercare insieme qualcosa attingendo al patrimonio esperienziale personale e altrui, insieme all’incessante lavoro interpretativo e argomentativo, che comporta di volta in volta la discussione, ne fanno un’esperienza particolare, conoscitiva come etica, non esente talora da inconvenienti, ma gravida anche di conseguenze per chi vi partecipa.” Per far si che i risultati raggiunti non si rivelino un mero chiacchiericcio, ma che ci sia una vera e propria costruzione di significati all’interno all’interno di quella che lui stesso definisce “Babele della salute”, bisogna armarsi di pazienza e disponibilità per scoprire la verità profonda che emerge dal pensiero altrui, in modo da non avere più paura della diversità e facendo tesoro della ricchezza che scaturisce dalla pluralità di lingue.  “La costruzione di significati e l’accordo sulle ragioni che ne consegue, così, è a un tempo un modo per rispettarsi, prendere sul serio l’altro, lasciarsi mettere in questione (componente etica), come un modo per affrontare insieme un percorso di ricerca di cui non è possibile prevedere in anticipo l’esito (componente conoscitiva)”.

L’obiettivo dei dialoghi socratici vuole essere quello di aiutare le persone a pensare, non guarirle; pensare partendo dalla realtà, in modo da comprendere meglio il proprio Io e quindi relazionarsi meglio con gli altri. “L’autoapprendimento, l’uguaglianza e il rispetto che esso comporta, costituiscono un vero e proprio esercizio per lo sviluppo di una competenza etica, un’attitudine alla ricerca e una pratica democratica e responsabile richiesta a diverso titolo ai professionisti della salute, ai pazienti e ai cittadini.”

2 comments:

  1. Fulvio Sguerso, 12. settembre 2010, 11:25

    La concezione della filo-sofia come “farmakon” dell’anima (ma, se praticata correttamente, anche del corpo!) era propria delle scuole dell’età ellenistico-romana, soprattutto di quella stoica ed epicurea. Non v’è dubbio, tuttavia, che è con il metodo socratico che la “sofia” scende, per così dire, dal cielo della cosmologia alla terra dell’antropologia: più che scoprire l’origine della vita, a Socrate premeva trovare il senso della vita, e il modo di vivere bene, cioè definire il concetto, e quindi la sua messa in opera, di “vita buona” e di vita “felice”. Per lui, come per il suo discepolo Platone, una volta conosciuto il bene, non era più possibile fare – cioè vivere – male. Non si trattava di “consolare” i sofferenti, ma di dare un senso alla sofferenza (e, per gli epicurei, di evitarla per quanto fosse possibile). Per gli stoici, non c’era sofferenza che potesse turbare la tranquillità dell’anima del saggio, una volta raggiunta la consapevolezza di ciò che veramente è e che non può non essere: conoscere la necessità sigifica non solo accettarla ma anche volerla e desiderarla come il proprio vero bene. Chi ha detto infatti che la morte sia un male? in certi casi è la liberazione dal dolore e dalla schiavitù, la scelta più giusto per un uomo saggio. Ma saggi non si nasce, lo si diventa, e non è che proprio tutti ci riescano. E’ comunque bello sapere che se qualcuno ci riesce esiste la possibilità per tutti di riuscirci. Almeno la speranza non muore!

     
  2. Mario, 19. luglio 2011, 20:41

    Complimenti a Paolo Dordoni!

     

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