Filo-sofia e organizzazione aziendale

I confini tra il mondo filosofico e quello “reale” sono sempre più labili??!! Credo proprio di si! Per questo propongo una piccola riflessione su come questa attività di pensiero possa essere utilizzata in un ambiente tendenzialmente impersonale e quasi “meccanico” come quello aziendale.

Attualmente le imprese si stanno orientando rapidamente verso modelli organizzativi di tipo reticolare, caratterizzati da nuove modalità di pensiero, sempre più collettive e “gruppali”, che richiedono buone capacità di ascolto, di dialogo e di pensiero critico. In questo la filosofia può essere un ottimo strumento di lavoro, motivo per il quale molte azienda anglosassoni e nordeuropee si sono già avvalse dell’utilizzo delle Pratiche filosofiche. Esse infatti aiutano gli individui a cambiare il proprio modo di comportarsi e di relazionarsi con i colleghi e, più in generale, con tutti gli stakeholder interni ed esterni. Attraverso gli strumenti che la filosofia mette loro a disposizione, tra cui l’argomentazione, la logica e il pensiero critico; e particolari regole metodologiche, quali la sospensione del giudizio, il riferimento all’esperienza, il pensiero inclusivo, messa in gioco di sè, ecc., è possibile attivare un’occasione di riflessione e di dibattito condivisa e controllata, indispensabile per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Gli strumenti più utilizzati sono:

  • la Consulenza filosofica, ovvero una libera interrogazione e discussione organizzata all’interno di un piccolo gruppo di poche persone;
  • il Dialogo Socratico, un’argomentazione discorsiva chiara, sincera e soprattutto diretta, che si avvale del racconto delle proprie esperienze personali. Lo scopo è quello di facilitare il più possibile la comunicazione attraverso il rispetto del pensiero dell’altro e l’empatia;
  • le Comunità di ricerca, dibattiti che nascono dalla lettura e interpretazione di un testo, o qualsiasi altro tipo di stimolo, attinente al tema che deve essere trattato. In questo modo si vuole migliorare la capacità di ascolto, di dialogo e condivisione con il gruppo di lavoro.

Questo ci dimostra come la filosofia non possa più essere relegata esclusivamente all’ambito accademico, troppo spesso orientato alla creazione di prodotti intellettuali, teorie, definizioni, conclusioni. “Invece l’allegoria platonica della caverna ci fa pensare che il ruolo della filo-sofia non sia produrre qualcosa nell’ambito della nostra attuale comprensione, ma trascendere da quell’ambito. E il suo ruolo non è catturare l’infinita ricchezza della vita e racchiuderla in un’altra caverna limitata – belle soluzioni e belle teorie. […] Il processo invece deve chiamare in causa la persona come tutto, in modo da poter facilitare una vera trasformazione personale“. Questo è quello che sostiene Ran Lahav nella sua opera “Oltre la filosofia. Alla ricerca della saggezza” (prossimamente in uscita), per esortarci a far uscire la filosofia dalla gabbia dei libri di testo e portarla nella vita quotidiana.

1 comment:

  1. Fulvio sguerso, 24. ottobre 2010, 11:10

    La filosofia “pratica” è già messa in pratica nell’attività di ciascuno, lavorativa o “libera” che sia. Il problema è la consapevolezza di ciascuno riguardo al tipo di filosofia che viene “messa in pratica”. L’ideale è la filosofia praticata da chi si riconosce in quello che fa (o che non fa) in quanto non viene imposta dall’esterno, da un gruppo o da una qualsiasi autorità politica o religiosa. Ora un impiegato può certamente immedesimarsi e introiettare la “filosofia aziendale” della ditta per la quale lavora, ma il fine di questa “filosofia” non può che essere il buon funzionamento della ditta medesima; fine utile e anche necessario al profitto e al mantenimento degli addetti e delle loro famiglie, ma che non può certo definirsi “universale” (non fosse altro perchè una ditta non ha come fine il bene ma la produzione di beni, cioè di merci da mettere sul mercato e dove, se vuol sopravvivere, deve battere la concorrenza di altre ditte che, a loro volta, vogliono sopravvivere piazzando i loro prodotti, ecc.) Questo non toglie che sia meglio lavorare in un ambiente sereno e accogliente piuttosto che in un ambiente esasperatamente competitivo e conflittuale, a rischio di mobbing ecc. E poi, migliorare la nostra capacità di ascolto e di comprensione delle motivazioni e delle esigenze altrui non può far male a nessuno. Purché non si confondano i mezzi con i fini, i particolari con l’insieme e il relativo e contingente con l’assoluto e il trascendente. Bisogna uscire dalla nostra caverna, certamente, ma non per entrare in un’altra, magari più comoda e accogliente, ma che è pur sempre una caverna.

     

Scrivi un commento::