Filo-sofia e la ricerca della saggezza
“Questo libro esplora il modo in cui la filosofia può ispirare la nostra vita ed elevarla, e così aiutarci a vivere più profondamente e pienamente”, questo è l’obiettivo che Ran Lahav si propone di raggiungere con il suo nuovo volume, “Oltre la filosofia. Alla ricerca della saggezza”, appartenente alla collana di Pratiche filosofiche, di prossima uscita nelle librerie.
Propongo qui un breve capitolo estratto dal libro.
“Questo, dunque, è il punto di partenza della nostra indagine filosofica, a cui è dedicato questo libro: vogliamo esplorare la voce che ci chiede di cercare più grandi orizzonti di vita e di realtà, la voce che è stata discussa dai filosofi della trasformazione in tutta la storia.
Il significato originale di “filosofia” è l’espressione greca philo-sophia, “amore della saggezza”. E sono convinto che la nostra intrapresa possa essere vista come una ricerca della saggezza.
Ma quale saggezza? E come la possiamo cercare?
Per rispondere a queste domande, immaginiamo un uomo saggio o una donna saggia.
Che tipo di persona immaginiamo? Per porre in altro modo la domanda, se fossimo registi di un film e volessimo presentare uno dei nostri personaggi come un uomo o una donna saggi, che tipo di personaggio sceglieremmo?
Ovviamente, per essere saggia quella persona non deve essere intelligente quanto un mago del computer. Un vecchio saggio non necessariamente eccellerà negli esercizi logici, e un mago del computer non è necessariamente un uomo saggio. Né quella persona deve essere molto colta. Una professoressa che abbia ammassato nella sua testa intere biblioteche non è necessariamente una donna saggia; e viceversa una contadina senza cultura può essere saggia, anche se analfabeta.
La saggezza, poi, ha poco a che fare con il possedere capacità di ragionamento o conoscenza. Quando immaginiamo una persona saggia, immaginiamo una personalità intera, non uno specifico strumento di pensiero. Immaginiamo un modo di essere di una persona, e non qualcosa di particolare che possegga.
Per vederlo più chiaramente, consideriamo che cosa non è una persona saggia. Così, è difficile vedere come una persona possa essere considerata saggia se è insensibile o meschina o autoindulgente.
Analogamente, è difficile immaginare come una persona possa essere egocentrica, o ipocondriaca, o lamentosa, ed essere comunque una persona saggia.
Evidentemente, la saggezza non è coerente con l’eccessiva preoccupazione per se stessi, con un atteggiamento egocentrico, con una prospettiva limitata. Se sono imprigionato nel mio mondo egocentrico, sono ben lontano dalla saggezza. Ed è così perché una maggiore saggezza significa che la mia prospettiva è più ampia delle mie preoccupazioni personali, e che il mio mondo è più grande di me.
La saggezza, quindi, comporta l’essere aperti al mondo al di là del proprio io ristretto. È un modo di capire che ci apre ai più ampi orizzonti di vita che stanno al di là della nostra comune visione del mondo egocentrica. Ma questa comprensione non è teorica, almeno non puramente teorica. Chiama in causa non solo il nostro pensiero, ma il nostro intero modo di essere, con le nostre emozioni, le nostre speranze, i nostri atteggiamenti. Saggezza significa partecipare a una realtà più grande.
Qui si vede il collegamento con l’allegoria platonica della caverna. Anche lì il filo-sofo, colui che cerca la saggezza, lascia l’angusta caverna per entrare in un mondo più ampio.
Ma se questa è saggezza, in che modo la filosofia può aiutarci a raggiungerla? La filosofia contemporanea è prevalentemente accademica – la filosofia che si pratica nelle facoltà di filosofia. Questo tipo di filosofia può essere pertinente per la ricerca della saggezza?
È difficile vedere come si possa rispondere positivamente a questa domanda (anche se anch’io sono stato impegnato nel mondo accademico per oltre vent’anni). È difficile vedere qualche affinità speciale fra saggezza e quello che fanno normalmente i professori di filosofia. Per lo più sono occupati a discutere questioni teoriche, o a costruire teorie, o ad analizzare le idee di altri filosofi. Usano strumenti di pensiero per esaminare la coerenza di una data concezione, o per stabilire che cosa segue da che cosa, o ancora il significato preciso di un dato concetto. Senza dubbio sono cose che richiedono una buona capacità di pensiero, ma, come abbiamo visto, le competenze intellettuali non sono la stessa cosa della saggezza.
Perciò, se cerchiamo la saggezza, nel processo della filo-sofia, non possiamo accontentarci della filosofia accademica. Dobbiamo cercare altre forme, più pertinenti, di discorso filosofico.
La filosofia accademica è un discorso che ha come obiettivi prodotti intellettuali – teorie, soluzioni, definizioni, conclusioni. Invece l’allegoria platonica della caverna ci fa pensare che il ruolo della filo-sofia non sia produrre qualcosa nell’ambito della nostra attuale comprensione, ma trascendere quell’ambito. E il suo ruolo non è catturare l’infinita ricchezza della vita e racchiuderla in un’altra caverna limitata – belle soluzioni e belle teorie. Il suo ruolo è aprire, non chiudere. L’allegoria sottolinea anche che il processo della filo-sofia non può essere limitato a una sola facoltà della mente – il ragionamento astratto, come nella filosofia accademica. Il processo invece deve chiamare in causa la persona come un tutto, in modo da poter facilitare una vera trasformazione personale.
Questo, io credo, comporta che, se vogliamo che la nostra ricerca filo-sofica sia davvero trasformativa, che sia qualcosa di più di un puro dispositivo per risolvere problemi, se vogliamo che tocchi la vita del singolo e lo ispiri a perseguire una crescita nella saggezza, dobbiamo essere sospettosi delle forme di discorso che si trovano nella filosofia accademica, e indagare seriamente se sono adatte per la filo-sofia. Dobbiamo avere il coraggio di liberarci dal tipo familiare di filosofia che risolve problemi e costruisce teorie.
Questo non significa che dobbiamo rifiutare tutto quello che si insegna nelle università. Ci sono sicuramente tesori meravigliosi nella storia della filosofia accademica. Ma la decisione di adottare o rifiutare qualsiasi idea o metodo particolare deve essere presa solo dopo un attento e radicale riesame delle forme di discorso filosofico che possono servire lo spirito della filo-sofia. Certo, è una sfida enorme prendere le distanze da una tradizione che è stata dominante per secoli. È molto più facile basarsi su tipi di discorso già esistenti, e limitarsi ad applicarli alla nostra pratica. Però accettare la missione filo-sofica equivale a decidere, in effetti, di non accontentarci delle idee già esistenti e di avventurarci al di là di confini ben stabiliti alla ricerca di vie che ci portino fuori dalla nostra caverna.
Perciò possiamo concluderne che, se vogliamo usare la filosofia per la nostra ricerca, questa filosofia deve essere di un tipo speciale, che merita di essere parte della filo-sofia. Non ogni discorso filosofico è filo-sofia. Il nostro primo compito, quindi, è trovare una forma di discorso filosofico che possa essere d’aiuto nella nostra ricerca, in altre parole che si qualifichi come (o sia un elemento della) filosofia.”

