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	<title>Commenti a: Filosofia come pratica sociale</title>
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		<title>Di: Fulvio Sguerso</title>
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		<dc:creator>Fulvio Sguerso</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 17:56:38 +0000</pubDate>
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		<description>Dunque o come pratica o come disciplina, come ricerca del vero, del bello e del buono o come professione in senso weberiano, sembra che o per un verso o per un altro philosophari necesse est. Il relativo successo delle occasioni in cui il grande pubblico non specializzato riempie le sale o le piazze  per ascoltare la lectio magistralis di questo o quel filosofo famoso sembrerebbe confermare la perenne vitalità del fuoco d&#039;amore platonico per il sapere, febbre contagiosa quant&#039;altre mai, se solo i &quot;portatori sani&quot; di questa &quot;mania&quot; riescono a parlare, a comunicare, a persuadere chi ancora si ritiene immune da questo sacro virus, non solo circa la bellezza ma anche circa l&#039;utilità pratica di questo amore che da aristocratico può, anzi deve, diventare democratico. Dunque non si tratta di un sapere fine a se stesso, di un sapere per il sapere, ma di un sapere che ci serve a vivere meglio, o addirittura, date le nubi minacciose  che si addensano all&#039;orizzonte della storia (dis)umana in cui tutti ci troviamo e di cui tutti siamo, o dovremmo, essere e sentirci responsabili, a sopravvivere in un mondo che i maggiori pensatori contemporanei, da Heidegger a Jonas ad Habermas, considerano a rischio di estinzione per eccesso di &quot;razionalità&quot; meccanica e tecnologica. La morte di Dio annunciata da Nietzsche rischia di significare anche la morte dell&#039;uomo: il Dio della tecnica non sembra in grado di salvarlo dall&#039;alienazione di cui parlavano (sia pure in sensi diversi) Hegel,  Feuerbach e Marx. Eh sì, c&#039;è più che mai bisogno di fuoco filosofico &quot;per tutti&quot;.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Dunque o come pratica o come disciplina, come ricerca del vero, del bello e del buono o come professione in senso weberiano, sembra che o per un verso o per un altro philosophari necesse est. Il relativo successo delle occasioni in cui il grande pubblico non specializzato riempie le sale o le piazze  per ascoltare la lectio magistralis di questo o quel filosofo famoso sembrerebbe confermare la perenne vitalità del fuoco d&#8217;amore platonico per il sapere, febbre contagiosa quant&#8217;altre mai, se solo i &#8220;portatori sani&#8221; di questa &#8220;mania&#8221; riescono a parlare, a comunicare, a persuadere chi ancora si ritiene immune da questo sacro virus, non solo circa la bellezza ma anche circa l&#8217;utilità pratica di questo amore che da aristocratico può, anzi deve, diventare democratico. Dunque non si tratta di un sapere fine a se stesso, di un sapere per il sapere, ma di un sapere che ci serve a vivere meglio, o addirittura, date le nubi minacciose  che si addensano all&#8217;orizzonte della storia (dis)umana in cui tutti ci troviamo e di cui tutti siamo, o dovremmo, essere e sentirci responsabili, a sopravvivere in un mondo che i maggiori pensatori contemporanei, da Heidegger a Jonas ad Habermas, considerano a rischio di estinzione per eccesso di &#8220;razionalità&#8221; meccanica e tecnologica. La morte di Dio annunciata da Nietzsche rischia di significare anche la morte dell&#8217;uomo: il Dio della tecnica non sembra in grado di salvarlo dall&#8217;alienazione di cui parlavano (sia pure in sensi diversi) Hegel,  Feuerbach e Marx. Eh sì, c&#8217;è più che mai bisogno di fuoco filosofico &#8220;per tutti&#8221;.</p>
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