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	<title>Commenti a: Il sillabario di Platone: M &#8211; Morte</title>
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		<title>Di: Fulvio Sguerso</title>
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		<dc:creator>Fulvio Sguerso</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 23:11:59 +0000</pubDate>
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		<description>Chi parla della morte è un morituro. Nel senso che non è &quot;ancora&quot; morto, ma presto o tardi morirà. Un conto però è parlare della morte in generale, un altro della propria inconfondibile, inalienabile, ineludibile e sicura morte. Io che parlo della morte ne parlo da vivo, ovviamente pro tempore; se fossi già morto non potrei parlare né della morte, né della vita, né di me stesso vivo o morto. Ma qui sorge una difficoltà forse insuperabile: come posso parlare della &quot;mia&quot; morte se sono ancora in vita? Como posso sapere ora quando e come morirò? Persino nel caso in cui - non temete, è un ragionamento per assurdo - decidessi di impiccarmi, potrei al massimo parlare della mia disperazione, della perdita di ogni senso e scopo e motivo per continuare un&#039;esistenza che non mi dice più nulla, ma sarebbe sempre un parlare della vita, sia pure di una vita fallita e giudicata invivibile, non della mia morte in quanto tale. Di questa, e sembra un paradosso, potranno parlare solo gli altri, i vivi che mi vedranno morto, che potranno dire: ecco, il morto è lui, non siamo noi. E in quella mia morte sparirà tutta la mia vita di &quot;prima&quot;. E dopo? Aspettate, amici, che ci arrivi. Sarò ancora io o diventerò finalmente un altro?  Non sarò come ero da vivo, ma non sarò nemmeno uguale agli altri morti; l&#039;unica certezza è che non avrò più paura di morire. Almeno spero.</description>
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