Il sillabario di Platone: M - Morte

di Pietro Del Soldà


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Quando ormai il veleno aveva già preso possesso del suo corpo e le sue membra erano ormai fredde e rigide, Socrate, circondato dagli amici più cari che annichiliti dal dolore assistevano al compimento della sua assurda condanna a morte, ebbe un ultimo slancio di vita e disse: “Critone, dobbiamo un gallo ad Aslcepio: dateglielo, non dimenticatevene”. Alla domanda di Critone se aveva per gli amici qualche altra richiesta, Socrate non rispose più nulla e morì. Il gallo ad Asclepio, dio della medicina, nella tradizione greca era sacrificato in segno di ringraziamento da parte di chi guariva da una malattia. Una strana considerazione “positiva” della morte segna dunque la dipartita di Socrate, apparendo come l’ultima, definitiva sua affermazione di sé, l’ultimo atto di quel dialogo ininterrotto che fu la sua vita. Quasi che Socrate, morendo, abbia voluto accostare la morte e la guarigione, l’abbandono della vita e il raggiungimento della piena salute. Un paradosso, quest’ultimo, che del resto ben si sposa con la celebre definizione, data da Socrate nello stesso dialogo platonico, il Fedone, della filosofia come melete thanatou, letteralmente “esercizio di morte”.

Una riabilitazione della morte che pare scontrarsi con quel rapporto, o meglio con quel non-rapporto con la morte che caratterizza i più, e dunque anche quella maggioranza degli ateniesi che aveva assistito alla sua condanna. Un non-rapporto costruito all’insegna della rimozione, dell’allontanamento della morte in nome della vita considerata come bene “in sé”, da salvaguardare ad ogni costo, a prescindere dunque da ogni considerazione di giustizia e, in generale, dal modo in cui la vita è vissuta. I più, dominati da una paura assoluta della morte, costruiscono la propria esistenza orientandola a un unico obiettivo, il prolungamento della vita, dal quale tutto il resto discende come obiettivo secondario e sempre riconducibile a ciò che i loro sapienti definiscono il prius di ogni uomo.

Questa prospettiva sulla morte è incarnata nella parole di Socrate dalla figura del medico Erodico: colpito da un male incurabile, costui dedicò tutte le sue energie alla ricerca di farmaci, diete e faticose cure per allungare il più possibile la propria esistenza di malato. In tal modo egli sviluppò una medicina che Socrate contrappone nettamente alla medicina di Asclepio, il quale invece combatteva solo le malattie curabili e, in generale, considerava prioritario non il viver in sé e per sé ma il viver bene nella polis. Il metodo di Erodico, che in fondo non fece altro che “tirare per le lunghe la propria morte”, è invece per Socrate “pericoloso per la polis“: non a caso Erodico ci appare nei racconti di Socrate impegnato in faticose peregrinazioni ed esercizi svolti fuori dalle mura della città, in una condizione cioè di pieno isolamento, in quella campagna che a Socrate “non insegna niente”.

Il rapporto con la morte determina dunque il modo in cui si vive. Erodico, che eleva la vita pura e semplice al rango di bene in sé, “oggettiva” in tal modo il bene, fine di ogni azione umana, riducendolo ad un determinato obiettivo per tutti uguale.

Asclepio, invece, esprime il primato del “viver bene”, fine superiore alla vita stessa la quale, in ultima istanza, rispetto a questo fine si confugura come una sua concausa, necessaria ma non sufficiente al raggiungimento di quella condizione. Condizione, quella del “viver bene”, che non sarà mai oggettivabile e dunque riconducibile ad uno stato per tutti uguale, che prescinda cioè dall’unicità delle persone e che prescriva farmaci e rimedi per tutti uguali, come invece accade nel caso della medicina di Erodico che aspira solo alla conservazione illimitata di un corpo separato, decontestualizzato, spogliato della sua singolarità, ridotto a organismo biologico regolato da leggi sempre uguali. La medicina “solitaria” di Erodico uniforma e omologa, livellando le differenze. La medicina “politica” di Asclepio, al contrario, porta a compimento la differenza, dunque la singolarità irriducubile di ciascuno che soltanto nella polis si può manifestare pienamente.

Dal modo in cui si affronta la morte, si diceva, dipende il modo in cui si vive la vita. Erodico, che rifugge la morte come male in sé, è chiamato in causa nel Fedro per simboleggiare diverse attitudini negative, manifestazioni dell’ignoranza di sé, tra le quali ricordiamo: l’infamia contro l’amore implicata da una concezione eccessivamente “razionalistica” (quella espressa dal discorso del sofista Lisia) che contrappone la passione amorosa alla ragione ridotta a puro calcolo utilitaristico; il prevalere della scrittura e dei monologhi sofistici, il cui potere seduttivo spinge Socrate a lunghe peregrinazioni fuori dalla città, in quelle campagne che egli definisce dominate dal logos agroikos, cioè da quella razionalità “campestre” che domina il suo tempo e che egli svela in tutta la sua irrazionalità. Erodico, il nemico della morte, è inoltre indirettamente associato da Socrate ai “sapienti del tempo” che non sanno rapportarsi ai miti e non ne sanno vedere la verità, perchè sono guidati da una concezione adeguativa della verità che considera vero solo ciò che è conforme ad una realtà esterna e per tutti uguale (esattamente come per tutti uguale è la concezione della morte come male assoluto da rifuggire ad ogni costo). Ancora, Erodico è nominato da Socrate anche nella Repubblica come metafora di quegli uomini che, considerando la giustizia come un insieme di leggi imposte dall’alto e fatte valere nei tribunali, dedicano tutto il tempo a cercare cavilli e scappatoie per non pagare il fio delle proprie ingiustizie: uomini che dunque vivono segnati dalla separazione e dal contrasto tra la giustizia, intesa come una sorta di limite “pubblico” imposto dall’alto alle loro azioni, e la loro vita privata che essi vorrebbero priva di divieti e inibizioni.

In tutti questi esempi, dunque, la lotta indefessa di Erodico contro la morte è immagine di vite lacerate da separazioni, da un disaccordo interiore che impedisce di essere se stessi e dunque di entrare in un autentico dialogo.

La medicina di Asclepio, al contrario, si presenta come para-dossale convergenza ad identità di tutti quei termini che la doxa incarnata da Erodico e dalla maggioranza degli ateniesi considera separati e contrapposti. Non è un caso che quell’inno ad Asclepio e l’implicita identificazione di morte e piena salute, avvenga proprio nel testo platonico che narra l’avvicinamento di Socrate alla sua propria morte: forma e contenuto del Fedone convergono essi stessi ad identità, la morte ivi narrata è a sua volta immagine dell’estremo congiungimento di forma e contenuto. Il testo qui si compie e “muore”, rinviando oltre sé, oltre i limiti della scrittura, verso il lettore.

L’enigma della morte si racchiude nel suo vincolo essenziale con l’amore.Eros – scrive Eric Voegelin – domina la vita di Socrate perchè si tratta di una vita orientata verso la morte”. La morte è quel “taglio”, dice ancora Voegelin, che libera dalla menzogna: “Thanatos orienta l’anima al bene riscattandola dalla malattia dell’apparenza”. Ecco dunque la morte di Alcesti, colei che pur di raggiungere l’amato defunto accetta di recarsi nell’Ade e perdere la propria stessa vita. Ed ecco la sua immortalità, il suo ritorno in vita con l’amore e con la vita, a lei concessa dagli dei come premio per il suo amore senza limiti. Morte è dunque immagine del taglio di tutto ciò che impedisce l’immersione senza residui nel rapporto d’amore e più in generale nel dialogo, che è poi l’unico vero cammino che ci è dato percorrere per raggiungere noi stessi e superare le illusioni di cui è vittima chi segue la medicina di Erodico. Morte come destituzione di ogni “inseità”, come rovesciamento dialettico di ogni ipostasi, di ogni oggettivazione del bene che impedisce di mettersi completamente in gioco nel dialogo senza lasciar nulla in salvo.

Chi conosce il legame tra amore e morte, chi sa praticare “l’esercizio di morte”, conosce se stesso perchè conoscere se stessi significa “morire nel dialogo”, immergersi in esso senza remore, proprio come Alcesti si immerse nell’Ade. E tale conoscenza di sé è, essa stessa, una sorta d’immortalità: non un’immortalità post-mortem, dell’anima separata dal corpo, ma un’immortalità che è anche del corpo e che si realizza “qui ed ora”, nell’eterno presente del dialogo.

Ascolta l’intervista a Umberto Curi.

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Umberto Curi insegna Storia della Filosofia all’Università di Padova. Nelle sue numerose opere si è concentrato sia sul pensiero del’900, indagando in particolar modo il rapporto tra filosofia e scienza, sia sul pensiero greco analizzando il rapporto tra categorie fondamentali come amore, conoscenza, guerra e politica e individuando come chiave della grecità il concetto di “duplicità” della condizione umana. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Endiadi. Figure della duplicità (Feltrinelli), La cognizione dell’amore. Eros e filosofia (Feltrinelli), Un filosofo al cinema (Bompiani) e il recente Meglio non esser nati (Bollati Boringhieri).

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