Il sillabario di Platone: T - Theion
di Pietro Del Soldà
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“Se un occhio ne contempla un altro e guarda dentro la sua parte migliore, con cui anche vede – chiede Socrate ad Alcibiade – può osservare se stesso? Mi sembra di si – risponde il giovane”. Se invece, dice ancora Socrate, l’occhio osserva un’altra parte dell’uomo o degli esseri, non vedrà se stesso. “Se, dunque, l’occhio vuole vedere se stesso, deve guardare nell’occhio e in quella parte in cui nasce la forza visiva, che è la vista? È così – risponde convinto Alcibiade”.
Lo stesso vale anche per l’anima, che per conoscere se stessa deve guardare nell’anima e soprattutto in quella parte in cui sorge la sua virtù, la sapienza. Ebbene, questa parte è nominata da Socrate to theion, il divino dell’uomo: la parte di noi da cui scaturisce la conoscenza, che è in primo luogo conoscenza di noi stessi. Infatti, dice ancora Socrate che “questa parte è simile al dio, e chi la contempla e conosce tutto ciò che è divino, dio e il pensiero, giunge a conoscere anche se stesso il più possibile”. Il divino, dalle parole di Socrate, emerge sorprendentemente come lo specchio più puro, l’unico che mi consente di specchiarmi perfettamente e dunque di conoscermi: il divino è lo specchio del tanto agognato “se stesso”, la cui definizione Socrate e Alcibiade erano andati cercando durante la loro conversazione. Un “se stesso” che, alla luce di quanto Socrate dirà poco più avanti, difficilmente potrà essere identificato con una parte spirituale e purissima, imprigionata nella gabbia mondana del corpo. La conoscenza che scaturisce dallo specchiarsi in ciò che a sua volta si rispecchia, un vertiginoso “rispecchiarsi di specchi”, consente Socrate di condurre Alcibiade lontano da una rigida ma “poco rigorosa” separazione anima-corpo. E non è tutto: questa conoscenza di sé cui l’uomo accede grazie a to theion racchiude in sé anche la vera politica. Questo è infatti l’obiettivo del dialogo: condurre Alcibiade a capire che prima di gettarsi in politica con impeto giovanile, travolti dall’ambizione di spadroneggiare nell’Assemblea, è necessario conoscer se stessi. Senza conoscenza di sé, infatti, qualunque attività svolta nella città si vanifica o si rivela addirittura nociva. Le parole di Socrate ci spingono persino ad ipotizzare che le città stesse non nascano per soddisfare i bisogni materiali dei cittadini, né per espandersi via mare o via terra aumentando il proprio potere commerciale o militare. Questi sono tutti strumenti di cui la politica vera, quella guidata dall’uomo che conosce se stesso, dunque da to theion, si serve per il suo fine, che pare appunto consistere in quel reciproco rispecchiamento degli uomini, senza il quale nulla ha valore nella vita.
Anche la conoscenza di sé a cui accediamo tramite quel rispecchiamento, dunque, difficilmente potrà essere identificata come pura teoria, esperienza esclusivamente intellettuale di una parte “spirituale” dell’uomo che esclude da sé il corpo e le passioni “troppo umane”. La nozione di to theion che emerge da questi passi platonici non ci induce quindi a pensare ad un divino che in quanto tale è “non umano”, trascendente il mondo: il divino, identificato con quel potere specchiante del simile nel simile, sembra piuttosto “il limite” che definisce l’umano, la sua nascosta verità che si tratta di portare alla luce proprio attraverso la conoscenza di sé. La conoscenza del divino e la conoscenza di sé sembrano proprio coincidere. To theion rimane precluso a chi si arresta a tutte quelle forme di ignoranza di sé che Socrate descrive durante il dialogo con Alcibiade: non ha accesso a to theion chi dà ascolto alle passioni di un corpo separato dall’anima, ma neppure chi si identifica con un’anima pura, incorporea, separata e prigioniera del corpo. To theion è ciò che si disvela a chi conosce se stesso rispecchiandosi nel suo simile. Me nel contempo to theion è anche ciò che consente quel rispecchiamento: il divino è dunque, nel contempo, oggetto, soggetto e condizione di della conoscenza di sé. Si tratta di un’immagine vertiginosa, paradossale. Un’immagine che ci consente di pensare che to theion è appunto “il se stesso che andiamo cercando”. Il divino è dunque il limite in senso positivo dell’umano, è la giusta misura, la forma che non lo nega né lo trascende ma che, al contrario, finalmente lo disvela. Il fatto poi che da to theion discenda il solo possibile senso della politica, ci consente anche di riscattare ogni aspetto della vita umana da una diminutio in quanto realtà “troppo umana” e perciò “non divino”. Tutto ciò che è autenticamente umano, in quanto pertiene al “se stesso”, è divino. Divino è l’intero, poichè tutto si raccoglie nell’orizzonte “politico” dispiegato da to theion.
Ascolta l’intervista a Gabriella Caramore che parla di Theion.
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Gabriella Caramore è autrice della trasmissione di cultura religiosa di Radio Tre Rai “Uomini e profeti” e dirige l’omonima collana della casa editrice Morcelliana. Ha curato l’edizione italiana di opere di G. Lukács, Y. Bonnefoy, Endre Ady e V. Segalen, e il volume Mi ostino a credere di Sergio Quinzio. Nel 2008 ha pubblicato La fatica della luce. Confini del religioso, Morcelliana.

