Il sillabario di Platone: D - differenza
di Pietro Del Soldà
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“Finchè c’è vita – dice nelle Leggi il cretese Clinia, mentre insieme all’Anziano Ateniese e allo spartano Megillo percorre il sentiero di campagna che conduce al santuario di Zeus a Cnosso – c’è una guerra continua di ciascuno stato contro l’altro”. Così, tutti i costumi e le regole di comportamento dei cittadini dovranno essere indirizzate al successo in guerra, anche in tempo di pace, “poiché ciò che la maggior parte degli uomini chiama pace lo è solo di nome, mentre in realtà perdura, quasi per legge naturale, uno stato di conflitto permanente“.
E non solo tra gli stati, bensì anche all’interno di ciascuna città, di ogni famiglia e persino di ogni singolo uomo, continua Clinia, vige un perenne stato di conflitto. Ciascuno nei riguardi di se stesso va considerato come “un nemico contro un nemico“. Virtuoso, conclude, sarà dunque l’uomo che saprà risultare “vincitore su se stesso”.
Ma qual è la causa di questo dilaniante stato di lotta contro sé e gli altri, che sembra caratterizzare sia la strategia politica sia l’ethos individuale in tutte quelle collettività che, come Creta e Sparta, sono rette su principi rigidi e immodificabili? La risposta che sembra emergere dagli scritti di Platone è che questo stato di guerra e di interno disaccordo dipende dall’incapacità di vivere la pluralità, la differenza, di coglierne il valore in quanto unica vera sorgente di una vita che sia degna d’essere vissuta. Le conseguenze di tale incapacità sono disastrose: tutto ciò che differisce dal rigido ordine uguale per tutti imposto ai cittadini è vissuto come un pericolo da combattere. Pericolo che si può incarnare sia nei nemici esterni da affrontare manu militari, sia nelle passioni, nei desideri, nei comportamenti e nelle idee che dall’interno di ciascuno minano un ethos che non ammette deroghe: in quest’ultimo caso, sia a Creta sia a Sparta lo strumento utilizzato è un rigidissimo metodo educativo a cui tutti i giovani devono sottostare.
Tuttavia, dall’analisi che Socrate nella Repubblica svolge intorno a questi rigidi modelli politici e al tipo d’uomo che vi corrisponde, emerge che l’esito di una simile guerra alla differenza è fallimentare e, a lungo termine, insostenibile: l’uomo “timocratico”, ad esempio, cioè colui che incarna il modello politico basato sul concetto di onore, thyme, per quanto si sforzi di adeguarsi ai costumi dei padri e di inseguire la pubblica virtù, è inevitabilmente destinato a soffrire di un contrasto interno tra questi codici di comportamento e i suoi stessi personalissimi desideri, che da quei codici e da quell’astratta idea di onore inevitabilmente differiscono. Così anche il più virtuoso e lodato tra i cittadini timocratici continuerà a coltivare e a soddisfare le sue voglie di nascosto, “come fanno i bambini col padre”. In nessun caso quel rigido ethos che egli incarna in pubblico diviene qualcosa con cui egli si identifica in toto. Una lacerazione interna separa la sua facies pubblica dai suoi nascosti desideri coltivati in privato. E ben presto questo disaccordo, dice Socrate, si riproduce su scala cittadina: l’ipocrisia degli anziani custodi della virtù si mostra per quel che è, suscitando l’ira dei giovani che si vedono imporre delle rigidissime regole nelle quale neppure gli anziani educatori credono davvero. Questo stato di cose, nel racconto di Socrate, porta al rovesciamento dello stato timocratico in quello oligarchico, dove a prendere il sopravvento è il desiderio di arricchirsi. Anche in questo caso, tuttavia, la differenza è combattuta: infatti, tutto ciò che differisce da quel desiderio principe è bandito, represso, espulso dalla vita dell’uomo oligarchico in nome della corsa all’accumulo di denaro. Anche in questo caso si produce così uno sdoppiamento: neppure l’uomo oligarchico, che combatte tutto quel che devia dalla sua regola di condotta in quanto antieconomico, riesce “a costituire un’unità” e finisce lacerato dal disaccordo con se stesso.
Ma con grande sorpresa scopriamo che le cose non cambiano neppure in democrazia, il modello politico che segue al crollo dell’oligarchia, dove ciascuno vive “togliendosi ogni soddisfazione“, facendo ciò che più gli aggrada, cambiando volto, vesti, comportamenti secondo l’inclinazione del momento. La democrazia sembra opporsi radicalmente ai regimi rigidi che la precedono nella narrazione di Socrate: qui la differenza, la novità, la variazione, lungi dall’essere bandita, è accolta con gioia. Il continuo cambiamento è anzi il vero principio della vita democratica, una vita assolutamente elastica, plastica: “un variopinto mercato dei governi” dove ciascuno può scegliere di indossare ora i panni dell’asceta o del filosofo, ora quelli del gaudente, del militare, dell’uomo d’affari…
E tuttavia, neppure qui le cose funzionano, e ancora una volta il problema sembra proprio un rapporto sbagliato con la differenza. La differenza infatti, nella democrazia descritta da Socrate, è accolta con gioia e moltiplicata all’infinito solo in quanto è intesa come una variazione superficiale: dietro i temporanei volti di asceta, militare o filosofo che ciascuno assume quando gli pare, rimane un io nascosto allo sguardo altrui, un io forse “irrappresentabile” e comunque rigorosamente “privato”, intimo. Mentre per il timocratico il differente dall’ordine che si impone nella città e nell’anima va combattuto, il democratico nega l’identificazione dell’altro, che si tratti di un altro uomo, di un’altra cultura o di un suo personale desiderio che lo spinge ad una nuova conformazione delle sue passioni, con la temporanea forma che lo riveste e che egli sa essere pura superficialità. Alla differenza è negato cioè un autentico potere “identificante”: essa è resa innocua, non è più combattuta perchè così neutralizzata essa non costituisce più una minaccia. Poco più di una maschera separata dal volto che dietro ad essa si nasconde, proprio come il privato si nasconde dietro il pubblico. Ma anche in questo caso, allora, un lacerante disaccordo mina sia la vita collettiva sia quella di ogni singolo cittadino. Anche l’uomo democratico sembra incapace di “costituire un’unità”, di essere se stesso: la pluralità che incarna nella sua vita variopinta non è la sua originaria e peculiare pluralità. L’unicità delle persone, quell’armonia delle passioni irripetibile, unica e peculiare a ciascuno, quella differenza autentica che per Socrate coincide con la giustizia, la virtù, la felicità e, in fondo, anche con la verità, pare irrimediabilmente perduta.
La singolarità irriducibile di ciascun uomo è mancata dalle rigide identità lacerate dal conflitto tra i dogmi imposti e le passioni indomabili di ciascuno: un conflitto che, impedendo agli uomini sottomessi a quei dogmi di costituire un’unità, impedisce loro un’autentica relazione, quel dia-logo che del dia, cioè dell’autentica differenza si alimenta. Ma la singolarità irriducibile e la relazione si disperdono anche nella multiforme esistenza dell’uomo democratico, lacerato dal conflitto tra la temporanea identità che di volta in volta lo ricopre e la sua continua tensione all’altrove, oltre ogni identificazione possibile, mera reazione alle false differenziazioni e gerarchie dei precedenti regimi. In quei regimi gli uomini sono omologati nella loro sottomissione al dogma, in democrazia sono omologati nella medesima, sostanziale assenza di forma, in quel sostrato indeterminabile che sta dietro le maschere e in cui si rifugia l’io privato di ciascuno. Ma tra omologati, fa intendere Socrate, non si dà dialogo, bensì solo scambio di opinioni. Dove la differenza è mancata la comunicazione naufraga, riducendosi ad un mero intreccio di monologhi che non ci mette veramente in gioco.
Ascoltate Giacomo Marramao che ci parla di differenza.
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Giacomo Marramao è docente di filosofia politica e di filosofia teoretica all’Università di Roma Tre e direttore della Fondazione Basso. La sua ricerca si concentra sulle forme di organizzazione sociale e politica della modernità, interpretandole come prodotto della secolarizzazione di contenuti religiosi della tradizione cristiana. La sua opera più recente è “La passione del presente” (Bollati Boringhieri, 2008).


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