Il sillabario di Platone: C - comunità

di Pietro Del Soldà


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Che cosa unisce gli uomini? Che cos’è quel “Comune”, to xynon, che li porta a convivere? L’anziano sofista Protagora, intrattenendosi con Socrate nella casa di Callia, non ha dubbi: narrando un famoso mito, ricorda come la civiltà nacque per garantire la sopravvivenza degli uomini, minacciata da pericolose belve che spadroneggiavano sulla terra. L’arte che essi possedevano era infatti sufficiente per procurarsi il cibo, ma nulla poteva per proteggerli da simili minacce. Furono dunque costretti a riunirsi e ad imparare la difficile arte della convivenza. Per aiutarli, Zeus incaricò Ermes di portar loro in dono il rispetto e la giustizia, “principi ordinatori di città e legami produttori di amicizia”. Ma allora, secondo il mito, la convivenza nella città, garantita dalla giustizia e dall’amicizia che Zeus donò agli uomini, non è altro che una condizione della sopravvivenza. L’accordo tra i concittadini che essa esprime non è che uno strumento tra gli altri per la conservazione della vita fisica e per la soddisfazione desiderativa. La limitazione delle passioni che questo strumento impone è un male necessario, un ineliminabile “disagio” imposto dalla civiltà.
La convivenza nella città, secondo la prospettiva espressa da Protagora, non esprime la natura dell’uomo in quanto tale: questi, infatti, già era compiuto in se stesso quando ancora non esistevano città. E già era consapevole della propria natura, una natura divina grazie al legame di congenericità, syngeneia, con gli dei. “Quando ancora non esistevano città egli intraprese a costruire altari e statue di dei”.
L’estrinsecità rispetto alle passioni della giustizia, del rispetto e della costituzione stessa della città, come sono intesi nel mito, è confermata sul finire della narrazione, allorché Protagora ricorda come pazzo sia colui che, pur essendo ingiusto, non si sforzi di camuffare la propria ingiustizia agli occhi di tutti, al fine di apparire giusto.
Sembra dunque inaugurarsi una frattura tra superficie pubblica dell’agire, entro cui è relegato il rapporto con i concittadini, mero gioco di imitazioni, di maschere, di apparenze con cui non è possibile identificarsi, ed un ambito privato di forma in quanto sottratto all’azione formativa e dunque coercitiva della giustizia e della legge.
Questa separazione ci sembra inoltre riflettersi all’interno del tipo d’uomo immaginato da Protagora: come appare dalle descrizioni che Socrate offre dell’uomo democratico, ma in fondo anche degli abitanti delle altre forme politiche, nell’ottavo libro della Repubblica, un simile soggetto che preesiste alla comunità, che sceglie di associarsi ad altri uomini per perseguire un obiettivo individuale, è esso stesso spezzato in due. Da una parte vi è una sorta di “io” intimo e nascosto, e dall’altra parte, proiettato all’esterno, il volto che egli espone allo sguardo altrui, poco più di un frammento di sé che egli mette in gioco nella relazione con gli altri e che in fin dei conti si risolve in mera apparenza, maschera che occulta piuttosto che rivelare chi egli è in realtà.
La separazione che grava e divide in due la comunità in cui egli vive, esattamente come accade a tutte le forme politiche “inautentiche” descritte da Socrate, si riflette all’interno di quest’uomo-individuo, di questo io chiuso “in sè”, en auto. Ma quest’immagine di un uomo “in sé”, internamente diviso tra l’anima e il corpo, tra la ragione e le passioni, dice Socrate al giovane Alcibiade nell’Alcibiade maggiore, è un’immagine “poco rigorosa”, astratta, che manca la natura dell’uomo. Una natura che si rivela invece soltanto nel cammino della conoscenza di sé: un cammino mai solitario ma sempre condiviso, che si fonda su un reciproco rispecchiamento degli uomini (”la rivelazione di chi tu sia – dice Socrate ad Alcibiade – avverrà solo attraverso di me”). Un rispecchiamento da cui emerge una natura non singolare ma originariamente “plurale”, che mette in discussione la tradizionale scissione io-noi, individuale-collettivo. L’orizzonte di comunità a cui Socrate allude consente a nostro avviso di sciogliere quell’enigmatica affermazione a cui più volte egli nell’opera di Platone: oudein ekon examartanei, nessuno può commettere ingiustizia volontariamente. Non è possibile conoscere la giustizia e agire ingiustamente, perché la giustizia non è qualcosa di astratto che serve solo a disciplinare la vita pubblica e a perseguire un bene comune presuntamente distinto dal bene di ciascuno. La vita collettiva articolata secondo giustizia coincide infatti con quella individuale: il bene comune non è più distinguibile da un bene individuale da coltivare al riparo dalla giustizia dei tribunali e dagli sguardi dei concittadini. Si tratta, evidentemente, di una coincidenza tra individuale e collettivo che a noi suona paradossale: e infatti, come magistralmente apprendiamo, ad esempio, dalle parole dell’Anziano Ateniese nelle Leggi, di essa non si dà definizione. L’autentica politeia, cioè l’orizzonte politico in cui è tolta la separazione bene individuale-bene comune, è indefinibile, sfugge ad ogni teoria che ne voglia dare esaustiva descrizione. E lo stesso vale per la forma compiuta, per quella che oggi chiameremmo “identità” dei suoi cittadini, cioè di coloro che in tale orizzonte comune raggiungo il loro “se stesso”, seauton. Ogni identità individuale o collettiva che si lasci definire da proprietà oggettive, da criteri quali l’appartenenza ad una certa terra, cultura, lingua, religione, si rivela in realtà una forma di astratto dominio, segnato da un’intrinseca separazione tra chi ha l’egemonia e chi è sottomesso. E ciò vale sia per le città sia per i singoli uomini e per quella molteplicità di passioni, bisogni, ideali, ruoli sociali e desideri di identità che agitano e si contendono il controllo della vita di ciascuno. Il Comune, in ultima istanza, non è altro che il “se stesso” di ciascuno, che solo in quell’orizzonte fondato sull’originaria pluralità si può al fine disvelare, senza mai lasciarsi descrivere a distanza né ricondurre ad alcuna logica identitaria. Comunità è l’unica, enigmatica verità dell’uomo, e come tale è ciò che sfugge ad ogni definizione.

Ascoltate Roberto Esposito che ci parla di comunità.


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Roberto Esposito insegna Filosofia Teoretica presso l’Istituto Italiano di Scienze Umane. Con le sue più recenti opere (tra le quali Communitas. Origine e destino della comunità,1998, Immunitas. Protezione e negazione della vita, 2002 e Termini della politica, 2008) ha proposto un radicale ripensamento dei principali concetti della politica, incentrato sull’analisi della logica “immunitaria” che fonda le società occidentali dei nostri giorni.

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