Il sillabario di Platone: E – eros

di Pietro Del Soldà


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Eros che distrugge?

I dintorni di eros sono da sempre ammantati di aure tenebrose: eros è per noi la notte della ragione. Distruzione dell’io, alterazione dell’identità, possessione, sovvertimento delle norme morali, emersione di quella parte di noi che è normalmente oscurata dai ruoli sociali e dalle identità imposte dalla vita pubblica e privata.
Ci sembrano queste le parole più adatte per riassumere la storia di eros in Occidente. Una storia che si aprirebbe in Grecia allorché, dicono gli storici della filosofia, si gettarono i primi semi del razionalismo e si cominciò a pensare ad un sistema di vita pubblica regolata da una ragione purificata degli influssi delle passioni. Siamo dunque eredi di una tradizione bimillenaria di arginamento della passione amorosa, che risalirebbe a Socrate e Platone, quasi unanimemente considerati i padri del razionalismo occidentale e dell’astrazione concettuale?

Eros e calcolo

Percorrere un breve tratto di strada in compagnia di Socrate può aiutarci ad avvicinare una risposta. La strada è in questo caso il sentiero di campagna che, per una volta, conduce Socrate fuori dalle mura di Atene, fino alla riva del fiume Ilisso: il sapiente ha infatti scelto di seguire il giovane Fedro, che ha da poco ascoltato un discorso sull’amore pronunciato dal grande oratore Lisia. Discorso che possiamo riassumere così: i giovani dovrebbero concedere i propri favori solo a quei corteggiatori che non sono veramente innamorati, perchè costoro sono più lucidi e razionali, mentre invece i corteggiatori travolti dalla passione, se pur mossi dalle migliori intenzioni, finiscono spesso col recare danno all’amato. Il corteggiatore innamorato sarà spesso geloso, possessivo, disposto addirittura a compromettere la carriera del giovane amato pur di non vederselo sfuggire dalle mani. Molto meglio, dice Lisia, concedersi a un corteggiatore non posseduto dalla mania di eros, e quindi molto più lucido e prevedibile.

Questo discorso potrà forse apparire terribilmente cinico: tuttavia, se ci pensiamo bene, Lisia non fa che portare alle estreme conseguenze una separazione tra razionale e irrazionale che è in realtà condivisa dall’opinione dominante, anche da chi si scandalizza per le sue parole. Il discorso di Lisia, se pur in un modo così radicale da risultare quasi ridicolo, fa emergere la vera essenza di ciò che tutti noi pensiamo dell’amore. Lo stesso Socrate, sedotto dall’abilità oratoria di Lisia, elabora in risposta un primo discorso su eros che si rivela dello stesso tenore: l’amore vi appare come forza distruttrice, come pericolo, come via che conduce all’errore.
Ben presto, tuttavia, Socrate si riprende dall’incanto: il suo demone gli vieta di ritornare in città prima di aver espiato la sua colpa, che consiste proprio nell’aver contrapposto amore e ragione, gettando discredito sul divino eros.

Amore e ragione sono lo stesso?

La palinodia è un’ode di espiazione che Socrate deve pronunciare esattamente come accadde al poeta Stesicoro, che aveva coperto d’infamia la figura di Elena accusandola di adulterio e di tradimento verso Troia, e per questa ragione fu colpito da cecità. Stesicoro recuperò la vista componendo una palinodia in cui rinnegò ciò che aveva scritto, tracciando un nuovo ritratto di Elena, benevolo e pio. Analogamente, nel nuovo discorso di Socrate il riscatto di eros è totale: l’amore non è dunque cieca passione. Al contrario, cieco è colui che lo contrappone alla ragione.

Nella palinodia di Socrate, la rivalutazione della mania nelle sue diverse forme (“delle quali l’amorosa è la migliore”), ci conduce fino al riconoscimento che lo stato d’invasamento e di possessione che accomuna gli innamorati, i veggenti e i sacerdoti entusiasti, è tutt’altro che una negazione della ragione, dell’ordine, della politica e dell’identità. Le sacerdotesse di Dodona, dice Socrate, quando sono possedute dalla mania, sono di grande utilità alla polis: le loro visioni e le loro parole profetiche sono utili indicazioni per chi guida la città. Al contrario, quando si trovano in stato di senno esse non portano alcun beneficio alla collettività.
Ma ciò, a nostro avviso, non significa banalmente che, per Platone, ciascuno di noi vive in un dinamico equilibrio tra visione e cecità, tra ragione e amore, tra ordine e follia. Il testo platonico, a noi pare, ci conduce un po’ più in là, verso un orizzonte indicibile che si lascia alle spalle anche questa immagine di un uomo duplice, tragico, in costante oscillazione tra la ragione e le passioni. Attraverso la palinodia, infatti, Socrate recupera la vista, si libera dunque integralmente dalla cecità. Il riscatto di Socrate è totale, senza scarti, senza residui di colpa simboleggiati dalla cecità. Quindi, altrettanto radicale è il riscatto di eros dal discredito in cui era stato gettato: pur essendo mania, eros può “essere a capo del coro” (non a caso, la parola stesicoro indica anche colui che ordina il coro nelle tragedie), l’amore può governare l’anima e la città. Quasi che Platone volesse infondere nel lettore il sospetto che, in verità, tra mania e ordine, tra amore e ragione, tra logos ed eros non vi sia differenza alcuna. Si tratta di una coincidenza vertiginosa, ce ne rendiamo conto, facile a dirsi ma assai difficile, o forse addirittura impossibile da comprendere con le categorie di pensiero a nostra disposizione.

Ascoltate l’intervista a Sergio Givone che ci parla di Eros:


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Sergio Givone è docente di estetica all’università di Firenze. Allievo di Luigi Pareyson, con il quale studiò a Torino, Givone ha indagato le principali categorie del pensiero filosofico del Novecento, concentrandosi in particolare sul senso del tragico, sul nichilismo e sul rapporto che tali nozioni intrecciano con eros e la bellezza. Attendo studioso dei percorsi dell’arte e della letteratura moderna e contemporanea, è anche autore di romanzi.

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