Il sillabario di Platone: A - astrazione
Primo appuntamento con il Sillabario Platonico dove Pietro del Soldà e Umberto Galimberti ci parlano di astrazione.
di Pietro Del Soldà
(tasto destro per scaricare il file mp3)
Astrarsi, prendere le giuste distanze dalle cose, guadagnare un punto di vista in qualche modo “esterno”, o comunque purificato dagli influssi di una concretezza che impedisce o limita l’obiettività del giudizio: sembrano queste le condizioni imprescindibili per avviare un vero processo di conoscenza. Astrarsi per osservare, theorein, la realtà con un gradiente di precisione che ci consenta di elaborare giudizi e riflessioni, di costruire concetti validi, obiettivi, universalizzabili. Astrarsi per purificare l’occhio della mente, per sciogliere i lacci corporei e sensoriali che ne offuscano la capacità visiva.
Se è mai possibile individuare un mito fondativo, un atto di nascita per questa visione delle cose, la tradizione occidentale ci rinvia a Platone, e in particolar modo al mito della caverna. Tuttavia, a nostro avviso, il celebre brano della Repubblica si presta anche ad una differente lettura, che ben altra luce getta sull’idea di conoscenza come astrazione.
Il mito racconta la coraggiosa avventura di un uomo che si libera dai ceppi che lo incatenano al fondo di una caverna: un fondo oscuro, rischiarato solo dalla luce di un fuoco ingannatore che proietta sulla parete delle ombre di simulacri. Ombre che la maggioranza degli uomini, ignara del proprio stato di schiavitù, scambia per cose vere, impegnandosi anzi con grande entusiasmo nell’unica attività concessa agli schiavi: prevedere il succedersi delle ombre, calcolare con crescente precisione quali ombre arriveranno nell’inarrestabile e fantasmagorico spettacolo che essi scambiano per la realtà. Disporre di tale capacità di previsione, non a caso, è la massima fonte di potere in tutte quelle città impolitiche (che Socrate descriverà di lì a poco) ove il governo della polis è erroneamente identificato con una forma di amministrazione che considera la città come una grande casa privata, oikos. Proprio come accade ai nostri giorni, in cui il potere finanziario è strettamente legato alla previsione dell’andamento dei titoli di borsa, così già in Platone gli schiavi che scambiano la capacità di prevedere il futuro con la qualità principale, scambiano anche la politica con l’oikonomia, che della politica, invece, non è che un simulacro, la cui ombra è anch’essa proiettata sul fondo della caverna.
Il protagonista del mito, come noto, si libera con fatica dei ceppi e si avventura in una difficile e penosa ascesa che lo conduce finalmente a riconoscere l’inganno e a superarlo, per accedere infine, uscito dalla caverna, alla visione delle cose vere illuminate dalla luce del sole. Questa è la vera conoscenza, raggiunta grazie ad un’ascesa che sembra simboleggiare perfettamente ciò che noi intendiamo per astrazione: un cammino di allontanamento dalla prassi comune, dalla doxa, un percorso inevitabilmente solitario, che si lascia alle spalle la concreta interazione con gli altri uomini.
A questa prima fase del mito segue, come sappiamo, la seconda e dolorosa fase: la ridiscesa, il ritorno al fondo della caverna per aiutare anche gli altri uomini a liberarsi dalla loro condizione di schiavitù. Un cammino reso difficile dall’oscurità in cui gli occhi del sapiente, avvezzi ormai alla luce del sole, si muovono a stento, suscitando l’ilarità degli schiavi. Una ridiscesa dalla conoscenza alla prassi politica che in sé nasconde insidie letali: il messaggio di conoscenza e di liberazione che il sapiente reca con sé, infatti, è interpretato dai più come sovversivo, “e chi tentasse di scioglierli e di portarli su – chiede Socrate – se mai potessero afferrarlo nelle mani, non lo ucciderebbero?”.
Conoscenza e azione nel mondo sembrano dunque due momenti ben distinti, uniti certo dall’obbligo morale che conduce i sapienti a tornare al fondo della caverna, e tuttavia chiaramente separati quanto alla loro essenza. L’astrazione, simboleggiata dall’ascesa, è la via del conoscere, della teoria, mentre l’immersione nelle cose del mondo del sapiente che si “sporca le mani” è la via dell’agire politico, della prassi. Ma ciò non sembra impedire al sapiente di “restarsene su”, di non sporcarsi le mani, senza per questo compromettere il valore della conoscenza acquisita. Altra cosa è l’applicazione concreta del sapere guadagnato con l’astrazione.
Tuttavia, se è indubbio che una lettura “lineare” del mito della caverna pare confermare questa impostazione, è vero anche che il testo platonico è disseminato di indizi, nascosti nelle parole di Socrate, che paiono sospingerci, se pur solo implicitamente, verso una diversa visione delle cose. Ne indichiamo solo due, sinteticamente. Innanzitutto, Socrate fa capire chiaramente che la faticosa ascesa verso l’uscita della caverna non può essere intesa come un’operazione puramente intellettuale, che lascerebbe da parte il corpo come una zavorra che offusca e pesa sulla capacità di astrazione della psiche. Egli parla esplicitamente di un pieno coinvolgimento del corpo, di ogni passione, di ogni facoltà ricettiva. Anzi, è solo il vero sapere, dirà Socrate più avanti, a garantire la massima soddisfazione dei desideri, anche di quelli sessuali, liberando così non solo dalla menzogna ma anche dalla rinuncia. Si tratta dunque di una conoscenza che è della psiche ma anche del corpo.
In secondo luogo, Socrate si scaglia duramente contro quei sapienti che una volta ascesi non vogliono ridiscendere ad aiutare i concittadini, “credendosi migrati in vita nell’isola dei Beati”. Nel testo Socrate dice che è la legge della città ad obbligare i sapienti a ridiscendere per dare aiuto agli ex compagni di schiavitù. Ma a queste parole dobbiamo aggiungere una riflessione: sarà davvero una legge che dall’alto obbliga i sapienti a ridiscendere, l’elemento di raccordo, di unione tra teoria e prassi, tra astrazione e concretezza? Se così, fosse, dovremmo ammettere che anche quei sapienti che Socrate non esita a definire “bastardi” perché imbastardiscono la filosofia, in quanto se ne rimangono “lassù” e non vogliono condividere il sapere acquisito, sono tuttavia dei veri sapienti, e che la conoscenza da loro acquisita nell’astrazione dal mondo concreto è vero sapere.
Ma qui sorge un problema: è mai possibile che un sapiente si comporti ingiustamente, che conosca il bene e tuttavia si rifiuti di compierlo?
L’intero impianto della Repubblica di Platone ci risponde che no, non è possibile, perché oudei ekon examartanei, nessuno può commettere ingiustizia volontariamente, nessuno può conoscere il bene e pur agire male. La divergenza tra conoscenza e volontà è sinonimo di ignoranza. Falso sapere è dunque quello di coloro che nel mito non si vogliono sporcare le mani e che identificano la conoscenza con l’astrazione.
Come uscire dunque da una simile contraddizione? L’ipotesi che il testo platonico ci sembra indicare, e che tuttavia non può che rimanere implicita, è la seguente: i due momenti del mito, l’ascesa al sole che simboleggia l’astrazione, e la ridiscesa al fondo della caverna che simboleggia l’immersione nella concretezza, non sono davvero quel che appaiono nel testo. Non si tratta davvero di due momenti separati, ma di rifrazioni di un medesimo indicibile in cui consiste la vera conoscenza: quelle sono dunque solo immagini scritte, mythoi, di qualcosa che non si lascia descrivere ma che sempre, se riportato sul piano oggettivo della scrittura, si riflette in immagini opposte e parla attraverso il potere rivelativo dei paradossi, di cui l’opera di Platone è disseminata.
Il testo platonico consegna la vera conoscenza a quegli indizi offerti al lettore, seguendo i quali i due momenti del mito paiono cadere l’uno nell’altro. Come recita un frammento di Eraclito (B 60): “Una e la stessa è la via all’in su e la via all’in giù”.
Ascoltate l’intervista a Umberto Galimberti che ci parla di Astrazione:
(tasto destro per scaricare il file mp3)

