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	<title>Commenti a: Intervista a Gerd Achenbach su &#8220;Repubblica&#8221;</title>
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		<title>Di: Fulvio Sguerso</title>
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		<dc:creator>Fulvio Sguerso</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 16:31:32 +0000</pubDate>
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		<description>Il &quot;metodo&quot; non metodico di Gerd Achenbach, la sua via non tanto alla &quot;vita beata&quot; o alla &quot;salvezza&quot; quanto alla  vita pienamente - per quanto possibile - vissuta, mi pare consistere in un suo fondamentale atteggiamento di fiducia nelle possibilità interpretative dei suoi  &quot;ospiti&quot;; i quali, dal momento che scelgono di rivolgersi a un &quot;filosofo&quot;, sono già in qualche modo orientati al dialogo, se non ancora alla dialettica, in senso socratico, e alla &quot;confessione&quot; non dei propri peccati (altrimenti si rivolgerebbero a un sacerdote) ma della propria esperienza, o  meglio, della propria sofferenza (o insofferenza) per il fatto stesso di non vivere come vorrebbero, o di vivere come non vorrebbero. Naturalmente le motivazioni che determinano una persona a chiedere l&#039;aiuto, l&#039;ascolto, la partecipazione a un dialogo definito, anzi pre-definito come filosofico, non possono certo essere le stesse per chiunque, e non potranno rivelarsi che nel corso della relazione con il &quot;consulente&quot;, e non senza ostacoli o tornanti di varia natura; ma in ogni caso dovranno pur muovere da una qualche consapevolezza, o autoriflessione, circa un  disagio &quot;esistenziale&quot;, o un  deficit peculiare che  mette in urto gli ospiti con se stessi e con il mondo. Il punto di partenza sarà dunque una situazione vissuta come inconciliabile tra i desideri, le aspirazioni, i progetti e una realtà che, in quelle determinate condizioni, non può che risultare insopportabilmente nemica. All&#039;inizio c&#039;è dunque la coscienza di trovarsi o in una prigione o in un labirinto da cui non si sa come uscire (la mosca nella bottiglia di Wittgenstein). Il compito del &quot;consulente&quot; - ammesso ovviamente che sia uscito da tempo dalla sua bottiglia o dalla sua caverna - sarà dunque quello di aiutare l&#039;ospite (il prigioniero) a ritrovare la via verso la libertà. A ciascuno la propria. Ma il presupposto è che il prigioniero sappia di esserlo e che voglia liberarsi dalla proprie catene (o idoli). Almeno così credo.</description>
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