Intervista a Gerd Achenbach su “Repubblica”
La consulenza filosofica mira “nella migliore delle ipotesi, a un’illuminazione sui malintesi che rendono la vita non viva”. Lo dice Gerd Achenbach in una bella intervista rilasciata a Luciana Sica per “Repubblica” (pubblicata nelle pagine di R2 Cultura, sabato 14 giugno), in cui si affrontano i temi centrali del suo lavoro: dalla filosofia come alternativa alla terapia, al metodo non metodo, ai rapporti con la psicologia e la psicoanalisi, alla durata delle consulenze. Da leggere.


Il “metodo” non metodico di Gerd Achenbach, la sua via non tanto alla “vita beata” o alla “salvezza” quanto alla vita pienamente – per quanto possibile – vissuta, mi pare consistere in un suo fondamentale atteggiamento di fiducia nelle possibilità interpretative dei suoi “ospiti”; i quali, dal momento che scelgono di rivolgersi a un “filosofo”, sono già in qualche modo orientati al dialogo, se non ancora alla dialettica, in senso socratico, e alla “confessione” non dei propri peccati (altrimenti si rivolgerebbero a un sacerdote) ma della propria esperienza, o meglio, della propria sofferenza (o insofferenza) per il fatto stesso di non vivere come vorrebbero, o di vivere come non vorrebbero. Naturalmente le motivazioni che determinano una persona a chiedere l’aiuto, l’ascolto, la partecipazione a un dialogo definito, anzi pre-definito come filosofico, non possono certo essere le stesse per chiunque, e non potranno rivelarsi che nel corso della relazione con il “consulente”, e non senza ostacoli o tornanti di varia natura; ma in ogni caso dovranno pur muovere da una qualche consapevolezza, o autoriflessione, circa un disagio “esistenziale”, o un deficit peculiare che mette in urto gli ospiti con se stessi e con il mondo. Il punto di partenza sarà dunque una situazione vissuta come inconciliabile tra i desideri, le aspirazioni, i progetti e una realtà che, in quelle determinate condizioni, non può che risultare insopportabilmente nemica. All’inizio c’è dunque la coscienza di trovarsi o in una prigione o in un labirinto da cui non si sa come uscire (la mosca nella bottiglia di Wittgenstein). Il compito del “consulente” – ammesso ovviamente che sia uscito da tempo dalla sua bottiglia o dalla sua caverna – sarà dunque quello di aiutare l’ospite (il prigioniero) a ritrovare la via verso la libertà. A ciascuno la propria. Ma il presupposto è che il prigioniero sappia di esserlo e che voglia liberarsi dalla proprie catene (o idoli). Almeno così credo.