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	<title>Commenti a: Né teoria né prassi?</title>
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		<title>Di: Attilio Scarpellini</title>
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		<dc:creator>Attilio Scarpellini</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 May 2008 16:04:24 +0000</pubDate>
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		<description>Ma è soltanto la filosofia in questione nell&#039;attuale regime della comunicazione? O non lo è l&#039;atto stesso di pensare rispetto a un generale movimento di reificazione (come l&#039;avrebbero chiamato Adorno o Debord) che trova nello spettacolo e nell&#039;estetizzazione della vita il suo orizzonte conclusivo? E&#039; messa meglio la letteratura, sempre più confinata nell&#039;hortus conclusus della narrazione, accettata come finzione e intrattenimento (magari alto) ma respinta non appena sconfina nella riflessione? O l&#039;arte che sopravvivendo alla sua negazione ammette il realismo del mercato come sola realtà possibile,l &#039;arte che, come diceva Baudrillard, non riesce più a distinguersi dal mondo? Se la filosofia non è né teoria né prassi, ma l&#039;ineffabile che si affaccia al visibile solo nella forma della contraddizione, allora - nel mondo - può essere soltanto - comunque la si metta - scrittura: non vedo in quale altro luogo si possa continuare a esercitare il paradosso di cui parla Pietro. O in tutti altri termini: in quale altro luogo si può continuare ad esercitare la responsabilità (politica) del pensiero? Nel tete à tete della consulenza? (scusatemi, non sono un filosofo. ma non vi sembra di rischiare una risposta debole, minimalista, a una crisi epocale, e forse definitiva, dell&#039;istituzione accademica che si trascina appresso l&#039;idea moderna di un&#039;universalità del sapere...) nella sapienzialità frammentaria dei caffé filosofici, dove spesso ci si gioca l&#039;effimera egemonia su una serata come in qualunque reality (o in qualunque salotto)? in una riduzione del pensiero a prassi terapeutica che sfrutta in maniera quasi parassitaria il fallimento delle tecniche psicologiche e psicoanalitiche? nei festival del pensiero dove una folla affamata di gratificazioni culturali subisce per un paio d&#039;ore le idee più o meno volgarizzate di qualche guru? (ditemi di no). E allora non è il caso di ripensare un&#039;altra scrittura filosofica, meno separata di quelle normalmente praticate (mi raccomando: meno separata, non più &quot;facile&quot; o più spendibile nella comunicazione. Del Soldà ne ha dato, credo, un&#039;ottima prova nel suo ultimo libro), che arrischi di più sia la vicinanza ai suoi oggetti che l&#039;esposizione  alle ferite del mondo che la circonda - a una scrittura (e a un pensiero) &quot;in stato di pericolo&quot;?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ma è soltanto la filosofia in questione nell&#8217;attuale regime della comunicazione? O non lo è l&#8217;atto stesso di pensare rispetto a un generale movimento di reificazione (come l&#8217;avrebbero chiamato Adorno o Debord) che trova nello spettacolo e nell&#8217;estetizzazione della vita il suo orizzonte conclusivo? E&#8217; messa meglio la letteratura, sempre più confinata nell&#8217;hortus conclusus della narrazione, accettata come finzione e intrattenimento (magari alto) ma respinta non appena sconfina nella riflessione? O l&#8217;arte che sopravvivendo alla sua negazione ammette il realismo del mercato come sola realtà possibile,l &#8216;arte che, come diceva Baudrillard, non riesce più a distinguersi dal mondo? Se la filosofia non è né teoria né prassi, ma l&#8217;ineffabile che si affaccia al visibile solo nella forma della contraddizione, allora &#8211; nel mondo &#8211; può essere soltanto &#8211; comunque la si metta &#8211; scrittura: non vedo in quale altro luogo si possa continuare a esercitare il paradosso di cui parla Pietro. O in tutti altri termini: in quale altro luogo si può continuare ad esercitare la responsabilità (politica) del pensiero? Nel tete à tete della consulenza? (scusatemi, non sono un filosofo. ma non vi sembra di rischiare una risposta debole, minimalista, a una crisi epocale, e forse definitiva, dell&#8217;istituzione accademica che si trascina appresso l&#8217;idea moderna di un&#8217;universalità del sapere&#8230;) nella sapienzialità frammentaria dei caffé filosofici, dove spesso ci si gioca l&#8217;effimera egemonia su una serata come in qualunque reality (o in qualunque salotto)? in una riduzione del pensiero a prassi terapeutica che sfrutta in maniera quasi parassitaria il fallimento delle tecniche psicologiche e psicoanalitiche? nei festival del pensiero dove una folla affamata di gratificazioni culturali subisce per un paio d&#8217;ore le idee più o meno volgarizzate di qualche guru? (ditemi di no). E allora non è il caso di ripensare un&#8217;altra scrittura filosofica, meno separata di quelle normalmente praticate (mi raccomando: meno separata, non più &#8220;facile&#8221; o più spendibile nella comunicazione. Del Soldà ne ha dato, credo, un&#8217;ottima prova nel suo ultimo libro), che arrischi di più sia la vicinanza ai suoi oggetti che l&#8217;esposizione  alle ferite del mondo che la circonda &#8211; a una scrittura (e a un pensiero) &#8220;in stato di pericolo&#8221;?</p>
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