Né teoria né prassi?

di Pietro Del Soldà

Filosofia fuori dall’accademia? O accademia fuori dalla filosofia? E poi esiste davvero, da qualche parte, una filosofia separata dalla vita? L’incontro dedicato all’ultimo volume di Gerd Achenbach, Del giusto nel falso, alla Fiera del libro di Torino, ha sfiorato diversi snodi del dibattitto in corso sulle pratiche filosofiche. Un dibattito animato da pregiudizi e fraintendimenti ma anche, a me pare, da una passione sincera, da un’urgenza che sembra improcrastinabile. Il sottoscritto, che pur avendo contribuito con un volume alla collana Pratiche Filosofiche sa ancora assai poco di pratiche e consulenze, dopo aver seguito con attenzione il dibattitto e i contributi di Luigi Perissinotto, Neri Pollastri e, ovviamente, dello stesso Achenbach, si è trovato a riflettere sulla sottile linea rossa che oggi pare dividere filosofia e vita, teoria e prassi, riflessione e concretezza del quotidiano. Le domande che mi pongo, e a cui non so dare risposta, sono queste: la riflessione che si autodefinisce filosofica viaggia forse a una velocità crescente quanto più è svincolata dalla vita concreta del “filosofo”? Come fosse la ruota di un ingranaggio che a un certo punto si allontana, si sgancia dalle altre ruote e comincia a girare a vuoto, velocissimamente certo, producendo idee, libri e concetti a ritmi vorticosi, è indubbio, e tuttavia a vuoto, senza che il suo girare contribuisca al funzionamento della macchina di cui è parte? E sarà forse l’istituzionalizzazione del sapere, inevitabilmente richiesta dall’accademia, a spingere verso questa china che a me pare pericolosa e nociva? E non sarà forse questa deriva, questo scendere la china dell’astrazione e della separazione del pensiero dalla vita, a far crescere l’urgenza di una “pratica filosofica”, di una ricomposizione dei separati che non si perda per strada né il rigore e la coerenza né la vita e l’entusiasmo? Se così fosse, ma io non ho risposta, allora anche tutte le forme di pratica filosofica dovrebbero ben guardarsi dal pericolo di riproporre uno iato, una separazione, direi una frammentazione che purtroppo, nel nostro mondo, pare accompagnarsi ad ogni forma di professionalizzazione-istituzionalizzazione. Nessuna polemica, ci mancherebbe, ma solo un contributo alla riflessione derivato dalla mia personale esperienza. Quanto più la mia riflessione, negli anni, si avvicina ad una forma compiuta, ad una chiara oggettivazione, ad una “facies” pubblica, seria, ben costruita, tanto più mi capita di avvertire un richiamo, quasi una flebile voce “demonica” che mi indica un pericolo: che il mio pensiero così oggettivato non abbia più effetto alcuno sulla mia vita, che quelle parole così ben calibrate non facciano più presa sulle mie passioni. Il vecchio Socrate lo aveva intuito: quando il flusso della vita si irrigidisce in un’identità ben costituita, in un carattere chiaro e distinto, in una costituzione politica precisa o in un qualunque “in sè” incontrovertibile, potete stare sicuri che dietro si nasconde una lacerazione, una disarmonia, una tirannia del più forte, l’egemonia di una passione sulle altre. Insomma, il silenzio della filosofia. Filosofia che forse, come sembra suggerire quel magnifico paradosso quasi sempre frainteso che è il mito della caverna, non è teoria né prassi, non è pensiero astratto né azione concreta, ma in questi poli opposti si riflette come l’ineffabile che al mondo visibile si affaccia solo nella contraddizione. Come il dio indicibile che parla solo nella fecondità del paradosso, il quale varrà come rinvio ad una conoscenza “autentica”: la conoscenza di sé, a cui accedere con il pensiero non più che con il tatto, con la parola non più che con l’olfatto o con il piacere. Né teoria né prassi, dunque… ma allora cosa? Come tutto questo si concilii con la realtà in cui pur viviamo, con le sacrosante esigenze di condividere, pubblicare, magari anche di lavorare e campare con la filosofia, beh, io non so dire né, temo, mai lo saprò.

1 comment:

  1. Attilio Scarpellini, 13. Maggio 2008, 17:04

    Ma è soltanto la filosofia in questione nell’attuale regime della comunicazione? O non lo è l’atto stesso di pensare rispetto a un generale movimento di reificazione (come l’avrebbero chiamato Adorno o Debord) che trova nello spettacolo e nell’estetizzazione della vita il suo orizzonte conclusivo? E’ messa meglio la letteratura, sempre più confinata nell’hortus conclusus della narrazione, accettata come finzione e intrattenimento (magari alto) ma respinta non appena sconfina nella riflessione? O l’arte che sopravvivendo alla sua negazione ammette il realismo del mercato come sola realtà possibile,l ‘arte che, come diceva Baudrillard, non riesce più a distinguersi dal mondo? Se la filosofia non è né teoria né prassi, ma l’ineffabile che si affaccia al visibile solo nella forma della contraddizione, allora - nel mondo - può essere soltanto - comunque la si metta - scrittura: non vedo in quale altro luogo si possa continuare a esercitare il paradosso di cui parla Pietro. O in tutti altri termini: in quale altro luogo si può continuare ad esercitare la responsabilità (politica) del pensiero? Nel tete à tete della consulenza? (scusatemi, non sono un filosofo. ma non vi sembra di rischiare una risposta debole, minimalista, a una crisi epocale, e forse definitiva, dell’istituzione accademica che si trascina appresso l’idea moderna di un’universalità del sapere…) nella sapienzialità frammentaria dei caffé filosofici, dove spesso ci si gioca l’effimera egemonia su una serata come in qualunque reality (o in qualunque salotto)? in una riduzione del pensiero a prassi terapeutica che sfrutta in maniera quasi parassitaria il fallimento delle tecniche psicologiche e psicoanalitiche? nei festival del pensiero dove una folla affamata di gratificazioni culturali subisce per un paio d’ore le idee più o meno volgarizzate di qualche guru? (ditemi di no). E allora non è il caso di ripensare un’altra scrittura filosofica, meno separata di quelle normalmente praticate (mi raccomando: meno separata, non più “facile” o più spendibile nella comunicazione. Del Soldà ne ha dato, credo, un’ottima prova nel suo ultimo libro), che arrischi di più sia la vicinanza ai suoi oggetti che l’esposizione alle ferite del mondo che la circonda - a una scrittura (e a un pensiero) “in stato di pericolo”?

     

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