Un riflessione sulle pratiche filosofiche

di Neri Pollastri

A quattro anni dall’avvio della collana “Pratiche filosofiche” e a pochi mesi dalla IX Conferenza Internazionale di Pratica Filosofica, che quest’anno si svolgerà in Italia (a Carloforte, in Sardegna, www.carloforte2008.eu), un dibattito pubblico alla Fiera del Libro di Torino (venerdì 9 maggio, ore 20,00 presso la sala rossa) è una bella occasione di per parlare dello “stato dell’arte” in Italia di questa costellazione di discipline.
Com’è noto, in Italia le pratiche filosofiche sono infatti sempre più al centro dell’attenzione, anche grazie al crescente numero di filosofi che, dopo aver perfezionato la loro preparazione in modi diversi, propongono al pubblico attività filosofiche per “non specialisti”: Café Philo, seminari, ritiri, vacanze, sportelli di consulenza per singoli e per enti. Tutto questo, mentre prosegue e si amplia la riflessione teorica, sempre più sostanziata su esperienze concrete e per questo sempre più diversa dalla letteratura filosofica tradizionale, specialistica.
Proprio questa riflessione sta mettendo in luce aspetti e forme della pratica filosofica diverse da quella più celebrata dai media - la consulenza filosofica - e, pur integrandosi con essa, suggeriscono nuovi scenari. Uno di questi, denominato ora “filosofia come stile di vita”, ora “vita filosofica”, ora perfino “saggezza”, è al centro tanto del lavoro del più prestigioso ospite dell’incontro torinese - Gerd Achenbach, che presenterà la sua ultima uscita per Apogeo, Del giusto nel falso - sia della conferenza internazionale di quest’estate, che ha per tema “La consulenza filosofica e la vita filosofica”.
Su questo argomento non vi sono oggi né Italia, né altrove, certezze o risposte univoche, ma solo un vivace e appassionato dibattito. Certo, c’è accordo sul fatto che la filosofia sia importante per la vita quotidiana - è questo infatti l’assunto che guida il movimento della pratica filosofica fin dalla sua nascita - ma è largamente sentito anche il rischio della banalizzazione del nucleo critico del filosofare e di un facile scivolamento sul piano di scolastiche precettistiche del “vivere bene”. Un rischio dal quale scritti come Saper vivere di Acehnbach (Apogeo, 2006), come le Riflessioni di Ran Lahav (www.ranlahav.com) o come il mio stesso Consulente filosofico cercasi (Apogeo, 2007) dovrebbero già mettere al riparo, ma che è opportuno analizzare e discutere in modo più ampio.
Il tema della vita filosofica introduce peraltro un secondo tema, oggi d’attualità non solo in Italia (è presente nelle citate Riflessioni di Lahav e in alcuni interventi annunciati per la conferenza di Carloforte): il valore politico della pratica filosofica - proprio quello negato lo scorso anno da Alessandro Dal Lago nel suo libro contro la consulenza filosofica.
Su questo tema la mia personale tesi è molto decisa: la rinascita della pratica socialmente diffusa della filosofia è forse l’unico possibile antidoto alla progressiva impoliticizzazione delle società industriali avanzate e alla cieca affermazione dell’individualismo. Di più: il dialogo franco e la cooperativa ricerca di più articolate visioni del mondo, la messa in discussione delle proprie idee di fronte alle differenze di cui sono portatori gli altri - ovvero gli elementi centrali del filosofare - sono la chiave di volta per la ricostruzione di un legame sociale che oggi si va smarrendo, investito da ondate di incomprensioni, egoismi, diffidenze, xenofobie, particolarismi.
Di questo, mi auguro, parleremo a Torino con Achenbach e Luigi Perissinotto. Ma di questo sarebbe interessante discutere anche in queste pagine.

 


2 comments:

  1. Moreno Montanari, 1. Maggio 2008, 9:20

    Spendo anch’io due parole per rivendicare il valore politico della consulenza filosofica.
    Credere che la consulenza filosofica si esaurisca in uno sguardo ed un’attenzione esclusivamente rivolti all’interno e sia pertanto un processo impolitico per “anime belle” avulse dal contesto storico, sociale e politico nel quale si vive è davvero miope. Innanzitutto perché la consulenza filosofica nasce proprio dall’esigenza di rilanciare un pensiero critico rispetto a quegli abiti, concettuali e comportamentali, il cui dominio è dato proprio dalla loro acritica accettazione e dal convincimento della loro insuperabilità. Mettere in discussione tutto questo, soppesare quanto di ciò che pensiamo, desideriamo, facciamo, sia autenticamente nostro e quanto invece sia eterogeneamente indotto, è un primo gesto di decostruzione dei paradigmi dominanti con i quali si è soliti inquadrare le cose, senza il quale, credo, difficilemente si possono muovere altri passi.
    Non meno importante è, a parer mio, il modo in cui ci si muove in questa direzione, sia per quanto scritto da Neri qui sopra, sia per la scelta della consulenza filosofica di non appiattire la complessità dei fenomeni con i quali ci rapportiamo, e dei sentimenti e dei pensieri che ci legano ad essi, sul piano della mera soggettività di chi li vive ma di tenere ben presente le ragioni sociali, politiche e culturali nelle quali ogni vita s’inserisce e senza le quali non può essere compresa appieno, proprio perché non siamo né anime belle né semplici repplicanti di dinamiche familiari interiorizzate da piccoli e ripetute coattivamente da grandi.
    Da ultimo, la consulenza filosofica, in quest’epoca di scomparsa dei fatti e primato delle interpretazioni, accetta la sfida, senz’altro ardita e impopolare, di promuovere
    una riflessione sulla verità che invita a trascendere il proprio punto di vista in favore di un confronto aperto e intellettualmente onesto sulla sostenibilità del punto di vista di altri senza aver fretta di concludere che a regnare sia il relativismo ma chiedendo ragione delle proprie affermazioni e delle proprie pratiche, il che richiede innazitutto disponibilità a rimettersi in discussione e ad ascoltare e accogliere il punto di vista dell’altro rinunciando a fare del proprio, o del senso comune, il perno di ogni valutazione.
    In un epoca di autoreferenzialità e atomismo sociale, non mi sembra poco.
    Moreno Montanari

     
  2. Manuel Cecchinato, 16. Giugno 2008, 15:00

    Concordo pienamente con Neri sul fatto che di questi tempi (xenofobia, fascismo strisciante, moderazione impotente delle opposizioni) sia importante tenere fermo il punto sulla vera utilità della filosofia come pratica, come apertura ad una possibilità, o più possibilità, a più strade:

    -quando queste portano verso di noi l’eco futuro di avvenimenti già accaduti ma mai letti nella loro verità: se è vero, e io credo lo sia come dice Agamben in un suo saggio, che il “Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo”, allora sarà pur vero che la domanda filosofica sia questa stessa immersione in una oscurità che noi stessi abbiamo creato e di cui noi stessi dobbiamo cibarci attraverso la domanda, filosofica, se vogliamo vivere pienamente la vita con le sue contraddizioni e le sue soluzioni

    -quando essa possa inaugurare un diverso ascolto dell’uomo e del mondo

    -quando essa possa riscoprire un diverso sguardo sul mondo e sull’uomo

    -come altro evento dotato di eventualità che fino ad oggi sono state “accademicamente” rimosse

    -come discorso che provoca un dialogo altro rispetto agli “attori” del tessuto sociale che lo forma: dialogare con gli altri umilmente, in ascolto secondo una pratica che voglia dirsi e sia finalemente filosofica

    -per cui, infine, sia essa una vera possibilità di dare forma nuova all’ascolto che dobbiamo ad un mondo-noi, che spesso tutti danno per scontato

    -per cui si possa dire che forse anche in questo ambito è percorribile una strada “politica” di costruzione del dialogo nello spazio della città-polis: rinnovata da rapporti diversi, per ascolti, proiezioni, confronti

    soprattutto ascolti

    Manuel Cecchinato

     

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