L’arroganza del riccio

di Pietro Del Soldà

Terremoto politico 2008: in Italia sembra prevalere chi predica l’isolamento e la chiusura, chi punta tutto sulla paura del futuro, chi proietta un’immagine del mondo che ci vede soli, in balìa di processi globali incontrollabili, quotidianamente minacciati da nemici interni ed esterni.
Chi invece insiste su una pur blanda visione “collettiva”, su una logica di condivisione di doveri, diritti e interessi, non fa breccia, risuona un po’ astratto e manca l’obiettivo: nel ricco nord, frettolosamente liquidato come “individualista” (ma non scordiamoci che il mondo del volontariato si radica soprattutto da quelle parti), arriva e parla come uno straniero in visita. Ma anche il sud, dove altri interessi e altre paure, ancor più tangibili, dominano la quotidianità, stravince il messaggio di chiusura a riccio.
Intanto, come già accadde nell’epoca del declino dell’impero romano, e poi ancora nel clima di tramonto delle ideologie collettivistiche del Novecento, sembra tornare un bisogno di cura di sé, un’attenzione ai moti dell’animo che affonda le radici in un terreno “impolitico”, quando non esplicitamente “antipolitico”. Una ricerca di Ilvo Diamanti dice che l’80% degli italiani è pessimista sul futuro e disprezza la politica, ma la stessa percentuale si dice in fondo felice, contenta di come vanno le cose nel suo fragile presente, nel suo giardino privato.
Ma è davvero il ripiegamento nell’intimità che volta le spalle al mondo, la via da seguire per recuperare un contatto con ciò che davvero siamo, per conoscere e curare quel sé che chiede un senso e un mondo in cui potersi finalmente esprimere ed espandere, un mondo che non gli appaia più come un’insensata e pericolosa esteriorità da fuggire?
Un’eco lontana, sempre attuale nella sua inattualità, risuona dai dialoghi di Platone. Sì, proprio da lì, da quel luogo enigmatico che le storie della filosofia codificano come la terra natìa dell’universalismo occidentale, dell’astrazione, del dualismo. La voce di Socrate fa vibrare attraverso i secoli delle domande che saranno sempre valide: e se la mia verità, se il sé che vado cercando non albergasse in me ma nell’altro, in colui che cerca se stesso in me? Se la via della felicità si raccogliesse in un paradossale uscire da me verso me stesso? Se fosse politica la via che mi può condurre a me stesso? Sbalorditivo, se pensiamo che Socrate si teneva lontano dalle piazze di Atene e ignorava le leggi in vigore. Tuttavia, egli diceva anche di essere l’unico vero uomo politico. La via del dialogo, della conoscenza di sé, non è mai un’astrazione dal mondo, non è mai rinuncia verso l’Iperuranio oltremondano: l’Ade, l’Isola dei beati e tutte le immagini dell’aldilà rinviano ad un qui ed ora, ad una felicità che non si perde nulla della vita, che non fugge, che porta tutto dentro, che governa ogni cosa: la felicità, l’armonia del sé, è ad un tempo armonia della città, governo della città. Oppure, semplicemente, non è.

di Pietro Del Soldà

Chi volesse approfondire l’argomento può scaricare il pdf del paragrafo “Democrazia: il variopinto mercato dei governi” di Il demone della politica di Pietro Del Soldà cliccando qui.

2 comments:

  1. Fulvio Sguerso, 22. luglio 2011, 21:36

    Tutte domande in attesa eterna di risposta. Ma chi ha scritto che “nell’attesa è gioia più compita”?

     
  2. Fulvio Sguerso, 27. luglio 2011, 17:27

    Eugenio Montale

     

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