Lear: L’azione terapeutica

E’ da poco in libreria il volume L’azione terapeutica di Jonathan Lear, pubblicato nella collana “Pratiche filosofiche” diretta da Umberto Galimberti. Libro di uno psicanalista, è centrato sulla “azione terapeutica” nella relazione psicanalitica, ma le sue riflessioni dovrebbero interessare anche quanti si occupano di pratiche filosofiche, viste le costanti discussioni sul senso delle pratiche e sul loro valore come terapia (la filosofia può curare? o – come sostiene con forza Neri Pollastri – non cura proprio nulla?).

Come mette in luce Alberto Spagnoli nella sua prefazione (qui in PDF), gli psicanalisti si interrogano sul veicolo dell’azione terapeutica, ponendosi l’alternativa fra la relazione e la comprensione:

In altre parole: il buon esito di un’analisi poggia sulla costruzione di una relazione calda, di una “situazione analitica” di reciproca fiducia tra paziente e analista, un’“alleanza terapeutica”, un “qui e ora” che per il paziente si configura come “costruzione” di un’esperienza emotiva correttiva rispetto alle vicende del passato, come una relazione genitore-figlio più gratificante? Sentirsi ascoltati, valorizzati, assimilare inconsciamente alcune capacità mentali che l’analista mette in atto ripetutamente. Sentirsi al sicuro, protetti, mentre si esplora la propria psiche in presenza di un altro. Sul livello intrapsichico (il “mondo interno” del paziente) ciò equivale alla costruzione di una solida rappresentazione dell’“oggetto buono”, all’interiorizzazione di un Super-io “più analitico” che il terapeuta offre al paziente, alla ristrutturazione dei rapporti tra Super-io e Io. Quest’ultimo acquista maggiore capacità di entrare in contatto con le emozioni e di contenerle per elaborarle.

Oppure il fattore terapeutico preminente è la lucida comprensione da parte del paziente dei propri conflitti e delle difese, la “ricostruzione” consapevole delle paure e delle spinte motivazionali, in precedenza inconsce, che condizionano potentemente l’Io? Un nuovo insight raggiunto attraverso le interpretazioni e la trasformazione?

Il linguaggio è quello della psicanalisi, ma dietro si scorgono due temi che ricorrono spesso quando si parla di consulenza filosofica – nella quale contano sia la relazione fra consulente e ospite (consultante), sia i meccanismi di definizione e approfondimento di una “concezione del mondo”, che sono comunque parte di un processo di comprensione, o che coinvolgono in qualche modo la comprensione (una comprensione, una attribuzione di senso). Anche se un filosofo non si propone di analizzare la psiche di chi gli sta di fronte, ma “analizza” idee e modi di ragionamento.

Non so se la filosofia “curi” in qualche significato del termine – sarei propenso a dire di no; ma dal testo di Jonathan Lear, generalizzando, mi colpisce l’idea che la conversazione abbia un effetto. Un effetto terapeutico (possibile) nel caso della conversazione fra l’analista e il suo cliente; un effetto di qualche altro genere, tutto da chiarire, nel caso della conversazione fra un filosofo-consulente e il suo ospite. E che la conversazione abbia degli effetti, a rifletterci solo un poco, altrove lo diamo quasi per scontato, o lo abbiamo visto nella quotidianità: non è raro che una chiacchierata con qualcuno, amico, familiare o sconosciuto che sia, ci provochi cambiamenti d’umore. La conversazione con un amico può dissipare la tristezza, quella con un seccatore può rovinare la giornata. Quella con un filosofo potrebbe contribuire a farmi superare un impasse, un disagio, una perplessità? (E’ stato difficile non usare il verbo “aiutare” in questa frase!) E come? Perché?

Per chi è vicino alle pratiche filosofiche o alla consulenza filosofica, poi, il confronto con la psicologia, la psicanalisi, le molte forme di psicoterapia, è inevitabile; se non altro quando si tratta di chiarire campi d’azione e zone di competenza (per tacere delle questioni formali o burocratiche di professionalità). Ma anche perché il filosofo deve sapere quando è bene indirizzare altrimenti un consultante; e, ove si dessero le condizioni ideali, deve poter lavorare in équipe con i professionisti di queste discipline. Un testo come quello di Lear, testimonianza di una riflessione profonda in corso fra gli psicoanalisti, sul senso stesso del lavoro psicoanalitico, dovrebbe allora presentare più di qualche motivo di interesse.

Una citazione, come “assaggio” dello stile di Lear:

L’espressione “azione terapeutica” è in sé fondamentalmente ambigua. Da un lato, si riferisce al processo, quale che sia, per cui il paziente arriva a stare meglio. In questo senso, è come l’incognita x in algebra; nel tentare di capire come funziona la psicoanalisi, di fatto cerchiamo di risolvere l’equazione: azione terapeutica = x. Dall’altro, essa descrive anche tutti gli atti che compiamo per facilitare un processo terapeutico. In quanto analisti, tutti i nostri atti (ascoltare, essere presenti, porre domande, fare associazioni, dare interpretazioni) dovrebbero essere atti terapeutici. Ma su che cosa si basa la nostra fiducia che lo siano? Fintantoché l’azione terapeutica della psicoanalisi rimane una enigmatica x, come facciamo a sapere che i nostri atti la facilitano?
La domanda non riguarda semplicemente la psicoanalisi, riguarda la nostra stessa identità. Perché “psicoanalista” non è un termine qualsiasi, come “lettore di giornali” o “passeggero di linee aeree”, espressioni che descrivono cose che facciamo, sia pure spesso o magari con impegno. Tre aspetti, tra loro collegati, dell’essere psicoanalisti meritano la nostra attenzione. Innanzitutto, come psicoanalisti, siamo costantemente impegnati in un processo di formazione permanente. Mentre ascoltiamo i nostri analizzandi, prestiamo ascolto a noi stessi. Nel domandarci quali conflitti si stanno risvegliando nei nostri analizzandi, ci interroghiamo sui conflitti che si stanno attivando in noi. Ci sforziamo in ogni momento di diventare persone sempre meglio capaci di dare ascolto ai nostri analizzandi e di intervenire con modalità che siano loro autenticamente di aiuto. Siamo impegnati, cioè, nel processo di diventare un certo di tipo persone.
In secondo luogo, tale processo è senza fine. Non importa quanto si sia esperti come psicoanalisti, rimane sempre la domanda: Questo altro pensiero, questo altro gesto, questo altro intervento in che misura contribuiranno all’azione terapeutica? Siamo sempre presi alla sprovvista dai nostri analizzandi, sempre colti di sorpresa dal flusso della nostra stessa vita emotiva. In un certo senso, essere uno psicoanalista è un compito senza fine, un impegno a riconnetterci di continuo al nostro essere attivamente psicoanalisti. Questa non è un’attività meccanica, per cui, compiuta una volta, non c’è problema a ripeterla. Per dirla con un paradosso, per essere un analista bisogna essere costantemente immersi nel processo di diventarlo. Chi pensa che il processo sia concluso, ebbene costui ha smesso di essere un analista. In questo senso, essere un analista è un processo incessante di ripetizione ri-creativa. E’ il progetto interminabile di rammentare a noi stessi – mentre ri-creiamo – in che cosa consiste essere analisti.

Provate a rileggerlo sostituendo “psicoanalista” con “filosofo”…

Per saperne un po’ di più, potete scaricare da qui (formato PDF) la prefazione completa di Alberto Spagnoli a L’azione terapeutica di Jonathan Lear. Il libro potete trovarlo nelle migliori librerie (o acquistarlo in rete, per esempio dal sito dell’editore).

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