Tutto merito della banda
Francesca Rigotti, autrice de Il pensiero delle cose ci racconta la sua esperienza al Festival della Filosofia di Modena:
Era la mia seconda esperienza come relatrice al Festival di Filosofia (l’altra volta fu nel 2002, sul tema La Bellezza), ma che diversità. Molto più austero e compassato l’ambiente di allora, almeno nel mio ricordo, più seriosa l’atmosfera. Non so se sia cambiato il Festival o se sono cambiata io – temo, come nel caso di Ulisse a Itaca, che sia più corretta la seconda ipotesi – ma questa volta il clima mi è sembrato più sereno e più gaio, nonostante il tema severo: il Sapere.
Forse è stato il viaggio in treno da Modena a Sassuolo, previsto dall’organizzazione per incoraggiare il dialogo dei «filosofi in trasferta» con gli altri viaggiatori, giornalisti e pubblico, in un vetusto quanto rumoroso trenino giallo detto il Sassolino, in compagnia di ragazze dai capelli neri e lucenti come Nausicaa venute appositamente da Reggio Calabria e da Messina, di signore dagli occhi celesti, di interessati in genere, coi quali si è intessuta una conversazione bella davvero; forse è stata la presenza della banda che ci ha accolti all’arrivo del treno e ci ha accompagnati in corteo fino al luogo dell’incontro, mentre la gente si affacciava curiosa alle finestre; o forse è stato il tempo sopraffino, sole e un bel venticello che agitava appena appena le carte, o forse ancora il cortile del Palazzo Ducale di Sassuolo circondato da alti muri color ocra, fresco e ombroso e silenzioso, altro che il caos della Piazza Grande di Modena col sole che colpiva implacabile gli amanti della saggezza, relatori e pubblico, e col rumore fastidioso proveniente dai locali sotto i portici per sovrastare il quale un potente altoparlante diffondeva le voci, tutte peraltro di timbro basso: a Modena infatti si sono avvicendati sul palco personaggi esclusivamente maschili. Delle quattro (4) voci femminili, nessuna nella giornata centrale del sabato, per tradizione la più corposa e frequentata, bensì distribuite nella periferia in dosi omeopatiche. Una il venerdì a Sassuolo ed ero io, una a Carpi più due, ancora a Sassuolo, la domenica. Non parlo per invidia – è l’accusa che sempre ti senti rivolgere – dal momento che c’ero. Parlo perché di fronte a tali proporzioni non si può stare zitte, e magari anche zitti.
Ma torniamo al venerdì pomeriggio di Sassuolo: la “filosofa” sul palco, presentata e assistita dall’amabile e dotto Carlo Altini, intorno fotografi, giornalisti e davanti la gente, la gente con gli sguardi puntati, silenziosa e attenta, così concentrata che attenzione e silenzio parevano una presenza reale, densa e cremosa come la schiuma con la quale si concludeva, dopo la parte più erudita e accademica (ma non troppo), l’intervento. Intervento dedicato alle Metafore del sapere, che presentava il sapere come se venisse còlto da una mente prensile e tattile e dotata di mani per afferrarlo, comprenderlo, manipolarlo, costruirlo, intrecciarlo, tenerlo e girarlo tra le mani come un pezzo di sapone, con un finale spumeggiante dedicato proprio al «savoir du savon».
di Francesca Rigotti

