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	<title>Commenti a: Dal Lago: una risposta a Pollastri</title>
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		<title>Di: Neri Pollastri</title>
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		<dc:creator>Neri Pollastri</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Dec 2007 13:43:27 +0000</pubDate>
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		<description>Con un ampio ritardo (mi manca il tempo per seguire tutti i forum sui quali mi capita di intervenire), rispondo a due sollecitazioni venute da Andrea e Giovanna.

Andrea scrive:&lt;blockquote&gt;1. La consulenza filosofica SI PAGA. Pertanto credo sarebbe più corretto non usare il termine “ospite” per definire il consultante ma il termine “utente”, tanto più che, nel percorso di consulenza, il consulente filosofico dispone di strumenti intellettuali (=sapere) più forti di quelli del consultante (=potere). La ratio che sottende l’uso del termine “ospite” mira a una visione secondo cui il rapporto consulente/consultante è paritario, ma, a mio modestissimo parere, tale parità non vi può essere per i due motivi che ho illustrato.&lt;/blockquote&gt;

Ospite non indica solo il fruitore di un servizio gratuito: l&#039;ospite di un albergo, ad esempio, paga. Come scrive anche Manuel, io credo che si insista troppo su questo tema del pagamento, forse per vecchi e maldigeriti assunti liberal-marxiani, che dovremmo tornare ad esaminare. Credo che in &lt;em&gt;Consulente filosofico cercasi&lt;/em&gt; sia indicato in modo piuttosto chiaro in che senso la relazione di consulenza deve essere paritaria, ed in che senso non può esserlo. L&#039;uso di &quot;ospite&quot; fa riferimento al primo senso, che è importantissimo (e anche difficilissimo, come dimostra questo dibattito) promuovere, perché senza di esso la consulenza non esiste e si trasforma in altro (psicoterapia, consiglio esistenziale, formazione, ecc.). Se quel senso di pariteticità si afferma, allora anche il rapporto potere/sapere (sul quale, sottolineo, è sempre opportuno vigilare) è del tutto superato.

Ancora Andrea scrive:
&lt;blockquote&gt;Sono conciliabili la Sua visione con quella del prof. Vitulllo? A me non pare proprio, anzi mi sembrano totalmente divergenti. Sia ben chiaro che non pretendo che tutte le opere pubblicate nella medesima collana diano la stessa lettura della realtà ma a me la questione azienda/agorà pare cruciale.&lt;/blockquote&gt;
Sul punto da lei indicato, la mia risposta è: probabilmente no. Però mi sembra interessante sottolineare che Andrea Vitullo (che conosco bene e stimo) non è un filosofo, e perciò segue una sua propria strada, all&#039;interno delle pratiche filosofiche, che non è direttamente riconducibile alla consulenza filosofica e alla achenbachiana &quot;philosophische Praxis&quot;.

Da questo punto di vista, sono interessanti alcune frasi di Giovanna:  
&lt;blockquote&gt;Dalla mia esperienza posso dirti che le varie discipline come la psicologia del lavoro, la filosofia e lo sviluppo organizzativo spesso utilizzano nomi diversi per indicare le stesse cose.&lt;/blockquote&gt;
Se capisco bene, la filosofia in azienda farebbe cose analoghe alla psicologia del lavoro e allo sviluppo organizzativo, seppur chiamandole con nomi diversi. Ebbene, sono quasi dieci anni che mi oppongo a questa lettura: se il filosofo in azienda fa cose analoghe a quelle di altre discipline, che lo dica e chiami le cose con il loro nome! Altrimenti è un millantatore. Io, per quel poco che ho lavorato da filosofo in azienda, vi ho fatto cose diverse. E, per l&#039;appunto, non ho fatto niente di quel che dice di fare Giovanna:
&lt;em&gt;facilito riunioni (comunità di ricerca), utilizzo il dialogo socratico per fare in modo che i dirigenti esplicitino in maniera chiara i loro obiettivi, infine lavoro sui gruppi (dipendenti) per creare senso di appartenenza o migliorare il clima organizzativo. Io lo faccio con gli strumenti che mi ha dato la filosofia, ma ritengo fondamentale ampliare le mie conoscenze in materia facendo dialogare fra loro discipline diverse.&lt;/em&gt;
Personalmente, le riunioni le &quot;complessifico&quot;, non le facilito, cioé vi metto in discussione principi come il verticismo decisionale, il profitto come fine in sé, la collaborazione come attività scevra di coinvolgimento personale, l&#039;etica vigente, ecc.
Non mi interesso all&#039;esplicitazione degli obiettivi (che alla filosofia non interessano mai), ma semmai all&#039;esplicitazione dei valori che supportano tali obiettivi, per verificare se e dove confliggano con altri valori (la competitività, ad esempio, confligge sempre con la carità).
Soprattutto, mi guardo bene dal lavorare sui gruppi per creare appartenenza e migliorare lo spirito organizzativo! Queste sì che sono cose da psicologi e formatori d&#039;azienda! Ce lo vedete Socrate che, invece di discutere cosa sia il Bene, si occupa di far star bene assieme i suoi compagni di dialogo??
Ecco, quando vedo che dai master universitari escono persone che fanno questo (cosa legittima, intendiamoci) e dicono di fare il consulente filosofico (cosa, questa, illegittima), allora mi lamento ancor più del modo in cui Dal Lago ha scritto il suo libro: perchè queste cose, giustamente, le stigmatizzava, ed io vorrei avere in lui un alleato nel tenerle fuori dall&#039;universo della consulenza (né Achenbach, né Vegleris, che lavorano spesso in azienda, fanno cose come quelle indicate da Giovanna!), invece che un avversario che mi attacca nonostante la pensi su questo come lui! 

Un caro saluto a tutti e Buone Feste,

Neri Pollastri</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Con un ampio ritardo (mi manca il tempo per seguire tutti i forum sui quali mi capita di intervenire), rispondo a due sollecitazioni venute da Andrea e Giovanna.</p>
<p>Andrea scrive:<br />
<blockquote>1. La consulenza filosofica SI PAGA. Pertanto credo sarebbe più corretto non usare il termine “ospite” per definire il consultante ma il termine “utente”, tanto più che, nel percorso di consulenza, il consulente filosofico dispone di strumenti intellettuali (=sapere) più forti di quelli del consultante (=potere). La ratio che sottende l’uso del termine “ospite” mira a una visione secondo cui il rapporto consulente/consultante è paritario, ma, a mio modestissimo parere, tale parità non vi può essere per i due motivi che ho illustrato.</p></blockquote>
<p>Ospite non indica solo il fruitore di un servizio gratuito: l&#8217;ospite di un albergo, ad esempio, paga. Come scrive anche Manuel, io credo che si insista troppo su questo tema del pagamento, forse per vecchi e maldigeriti assunti liberal-marxiani, che dovremmo tornare ad esaminare. Credo che in <em>Consulente filosofico cercasi</em> sia indicato in modo piuttosto chiaro in che senso la relazione di consulenza deve essere paritaria, ed in che senso non può esserlo. L&#8217;uso di &#8220;ospite&#8221; fa riferimento al primo senso, che è importantissimo (e anche difficilissimo, come dimostra questo dibattito) promuovere, perché senza di esso la consulenza non esiste e si trasforma in altro (psicoterapia, consiglio esistenziale, formazione, ecc.). Se quel senso di pariteticità si afferma, allora anche il rapporto potere/sapere (sul quale, sottolineo, è sempre opportuno vigilare) è del tutto superato.</p>
<p>Ancora Andrea scrive:</p>
<blockquote><p>Sono conciliabili la Sua visione con quella del prof. Vitulllo? A me non pare proprio, anzi mi sembrano totalmente divergenti. Sia ben chiaro che non pretendo che tutte le opere pubblicate nella medesima collana diano la stessa lettura della realtà ma a me la questione azienda/agorà pare cruciale.</p></blockquote>
<p>Sul punto da lei indicato, la mia risposta è: probabilmente no. Però mi sembra interessante sottolineare che Andrea Vitullo (che conosco bene e stimo) non è un filosofo, e perciò segue una sua propria strada, all&#8217;interno delle pratiche filosofiche, che non è direttamente riconducibile alla consulenza filosofica e alla achenbachiana &#8220;philosophische Praxis&#8221;.</p>
<p>Da questo punto di vista, sono interessanti alcune frasi di Giovanna:  </p>
<blockquote><p>Dalla mia esperienza posso dirti che le varie discipline come la psicologia del lavoro, la filosofia e lo sviluppo organizzativo spesso utilizzano nomi diversi per indicare le stesse cose.</p></blockquote>
<p>Se capisco bene, la filosofia in azienda farebbe cose analoghe alla psicologia del lavoro e allo sviluppo organizzativo, seppur chiamandole con nomi diversi. Ebbene, sono quasi dieci anni che mi oppongo a questa lettura: se il filosofo in azienda fa cose analoghe a quelle di altre discipline, che lo dica e chiami le cose con il loro nome! Altrimenti è un millantatore. Io, per quel poco che ho lavorato da filosofo in azienda, vi ho fatto cose diverse. E, per l&#8217;appunto, non ho fatto niente di quel che dice di fare Giovanna:<br />
<em>facilito riunioni (comunità di ricerca), utilizzo il dialogo socratico per fare in modo che i dirigenti esplicitino in maniera chiara i loro obiettivi, infine lavoro sui gruppi (dipendenti) per creare senso di appartenenza o migliorare il clima organizzativo. Io lo faccio con gli strumenti che mi ha dato la filosofia, ma ritengo fondamentale ampliare le mie conoscenze in materia facendo dialogare fra loro discipline diverse.</em><br />
Personalmente, le riunioni le &#8220;complessifico&#8221;, non le facilito, cioé vi metto in discussione principi come il verticismo decisionale, il profitto come fine in sé, la collaborazione come attività scevra di coinvolgimento personale, l&#8217;etica vigente, ecc.<br />
Non mi interesso all&#8217;esplicitazione degli obiettivi (che alla filosofia non interessano mai), ma semmai all&#8217;esplicitazione dei valori che supportano tali obiettivi, per verificare se e dove confliggano con altri valori (la competitività, ad esempio, confligge sempre con la carità).<br />
Soprattutto, mi guardo bene dal lavorare sui gruppi per creare appartenenza e migliorare lo spirito organizzativo! Queste sì che sono cose da psicologi e formatori d&#8217;azienda! Ce lo vedete Socrate che, invece di discutere cosa sia il Bene, si occupa di far star bene assieme i suoi compagni di dialogo??<br />
Ecco, quando vedo che dai master universitari escono persone che fanno questo (cosa legittima, intendiamoci) e dicono di fare il consulente filosofico (cosa, questa, illegittima), allora mi lamento ancor più del modo in cui Dal Lago ha scritto il suo libro: perchè queste cose, giustamente, le stigmatizzava, ed io vorrei avere in lui un alleato nel tenerle fuori dall&#8217;universo della consulenza (né Achenbach, né Vegleris, che lavorano spesso in azienda, fanno cose come quelle indicate da Giovanna!), invece che un avversario che mi attacca nonostante la pensi su questo come lui! </p>
<p>Un caro saluto a tutti e Buone Feste,</p>
<p>Neri Pollastri</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: manuel cecchinato</title>
		<link>http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/comment-page-1/#comment-6653</link>
		<dc:creator>manuel cecchinato</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Oct 2007 09:35:01 +0000</pubDate>
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		<description>Salve
in merito alla parola &quot;ospite&quot; e al fatto che Andrea la ritenga in odore di &quot;parità&quot; nella situazione inaugurale consulente/consultante, la quale vede la pratica filosofica in fieri: personalmente penso che la parola in sè non porti altro che il segno affidato ad un tentativo di uscire dalla gabbia della parola &quot;paziente&quot;, quando quest&#039;ultima si intesa in senso passivo e di attesa rispetto ad una tuttologia di patologie forti o leggere; l&#039; &quot;ospite&quot; perchè non potrebbe essere anche così come lo tratteggia la CF?
Perchè non usare una parola che è un serio tentativo di ripensare il rapporto tra chi chiede qualcosa al filosofo &quot;competente&quot; quando questo, in tanti casi, potrebbe fare presente al &quot;paziente&quot; una cosa che la psicologia, classicamente, non riconosce quasi mai: il fatto semplice e complesso, nello stesso tempo, che vede il consultante come umano capace di riconoscere in sè, attraverso una pratica eventualmente &quot;socratica&quot; in senso vecchio e nuovo, e capace di risvegliare quello che ha già dentro di sè;
io penso che uno dei vantaggi della consulenza sia proprio questo: una opzione in più per avvertire una sorta di &quot;risveglio&quot; cui fare capo, ed inizio, secondo una nuova situazione &quot;filo-sophica&quot; che voglia dare conto di sè come appagata o &quot;inquieta&quot;, ma viva, coscienza di sè;
non potremmo avvicinarci alla filosofia anche attraverso la consulenza per scoprire che tale &quot;bene&quot; è un portato già in nostro possesso? ripensare e praticare questa idea, e con questo il riconoscimento di una pratica di vita che è sempre filosofica: proprio quando si riconosce che filosofia significa anche prendersi cura del proprio sapere, di quello che si sa proprio perchè fa riferimento a ciò che si fa;
se poi tutto questo può accadere anche dietro consensuale scambio consulenza-denaro io non vedo come possa mandare in crisi qualcuno...
quante cose oggi compriamo, vendiamo, acquistiamo senza sapere: in politica, in società con gli altri, nel consuno quotidiano senz
a criticare poi tanto?
perchè dovremmo criticare tanto la filosofia se prende questa via?
Manuel</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Salve<br />
in merito alla parola &#8220;ospite&#8221; e al fatto che Andrea la ritenga in odore di &#8220;parità&#8221; nella situazione inaugurale consulente/consultante, la quale vede la pratica filosofica in fieri: personalmente penso che la parola in sè non porti altro che il segno affidato ad un tentativo di uscire dalla gabbia della parola &#8220;paziente&#8221;, quando quest&#8217;ultima si intesa in senso passivo e di attesa rispetto ad una tuttologia di patologie forti o leggere; l&#8217; &#8220;ospite&#8221; perchè non potrebbe essere anche così come lo tratteggia la CF?<br />
Perchè non usare una parola che è un serio tentativo di ripensare il rapporto tra chi chiede qualcosa al filosofo &#8220;competente&#8221; quando questo, in tanti casi, potrebbe fare presente al &#8220;paziente&#8221; una cosa che la psicologia, classicamente, non riconosce quasi mai: il fatto semplice e complesso, nello stesso tempo, che vede il consultante come umano capace di riconoscere in sè, attraverso una pratica eventualmente &#8220;socratica&#8221; in senso vecchio e nuovo, e capace di risvegliare quello che ha già dentro di sè;<br />
io penso che uno dei vantaggi della consulenza sia proprio questo: una opzione in più per avvertire una sorta di &#8220;risveglio&#8221; cui fare capo, ed inizio, secondo una nuova situazione &#8220;filo-sophica&#8221; che voglia dare conto di sè come appagata o &#8220;inquieta&#8221;, ma viva, coscienza di sè;<br />
non potremmo avvicinarci alla filosofia anche attraverso la consulenza per scoprire che tale &#8220;bene&#8221; è un portato già in nostro possesso? ripensare e praticare questa idea, e con questo il riconoscimento di una pratica di vita che è sempre filosofica: proprio quando si riconosce che filosofia significa anche prendersi cura del proprio sapere, di quello che si sa proprio perchè fa riferimento a ciò che si fa;<br />
se poi tutto questo può accadere anche dietro consensuale scambio consulenza-denaro io non vedo come possa mandare in crisi qualcuno&#8230;<br />
quante cose oggi compriamo, vendiamo, acquistiamo senza sapere: in politica, in società con gli altri, nel consuno quotidiano senz<br />
a criticare poi tanto?<br />
perchè dovremmo criticare tanto la filosofia se prende questa via?<br />
Manuel</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Giovanna</title>
		<link>http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/comment-page-1/#comment-6363</link>
		<dc:creator>Giovanna</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Oct 2007 16:54:51 +0000</pubDate>
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		<description>Caro Andrea, vorrei rispondere alla tua curiosità in merito all&#039;occupazione dei &quot;masterizzati&quot; in Consulenza Filosofica. Ho frequentato il master in consulenza filosofica di Pisa e dopo ho collaborato con una società  che si occupa di sviluppo organizzativo. Mi sto muovendo nel campo della consulenza filosofica in azienda anche se chiamarla così genera qualche &quot;paura&quot; nel manager che richiede una consulenza o un intervento nella sua organizzazione. Dalla mia esperienza posso dirti che le varie discipline come la psicologia del lavoro, la filosofia e lo sviluppo organizzativo spesso utilizzano nomi diversi per indicare le stesse cose. Principalmente in azienda facilito riunioni (comunità di ricerca), utilizzo il dialogo socratico per fare in modo che i dirigenti esplicitino in maniera chiara i loro obiettivi, infine lavoro sui gruppi (dipendenti) per creare senso di appartenenza o migliorare il clima organizzativo. Io lo faccio con gli strumenti che mi ha dato la filosofia, ma ritengo fondamentale ampliare le mie conoscenze in materia facendo dialogare fra loro discipline diverse. 
In realtà non siamo &quot;così richiesti&quot; come ti chiedi tu nel tuo intervento, perchè un dirigente aziendale non decide spontaneamente di rivolgersi a un consulente filosofico. Per la mia esperienza però posso dire che la filosofia ci ha reso capaci di &quot;portar fuori&quot; i loro bisogni/problemi, spesso inconsapevoli, e ci ha fornito gli strumenti per aiutarli a risolverli. 
Un caro saluto!
Giovanna</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Andrea, vorrei rispondere alla tua curiosità in merito all&#8217;occupazione dei &#8220;masterizzati&#8221; in Consulenza Filosofica. Ho frequentato il master in consulenza filosofica di Pisa e dopo ho collaborato con una società  che si occupa di sviluppo organizzativo. Mi sto muovendo nel campo della consulenza filosofica in azienda anche se chiamarla così genera qualche &#8220;paura&#8221; nel manager che richiede una consulenza o un intervento nella sua organizzazione. Dalla mia esperienza posso dirti che le varie discipline come la psicologia del lavoro, la filosofia e lo sviluppo organizzativo spesso utilizzano nomi diversi per indicare le stesse cose. Principalmente in azienda facilito riunioni (comunità di ricerca), utilizzo il dialogo socratico per fare in modo che i dirigenti esplicitino in maniera chiara i loro obiettivi, infine lavoro sui gruppi (dipendenti) per creare senso di appartenenza o migliorare il clima organizzativo. Io lo faccio con gli strumenti che mi ha dato la filosofia, ma ritengo fondamentale ampliare le mie conoscenze in materia facendo dialogare fra loro discipline diverse.<br />
In realtà non siamo &#8220;così richiesti&#8221; come ti chiedi tu nel tuo intervento, perchè un dirigente aziendale non decide spontaneamente di rivolgersi a un consulente filosofico. Per la mia esperienza però posso dire che la filosofia ci ha reso capaci di &#8220;portar fuori&#8221; i loro bisogni/problemi, spesso inconsapevoli, e ci ha fornito gli strumenti per aiutarli a risolverli.<br />
Un caro saluto!<br />
Giovanna</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Andrea</title>
		<link>http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/comment-page-1/#comment-5473</link>
		<dc:creator>Andrea</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Oct 2007 13:53:19 +0000</pubDate>
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		<description>Egr. Prof. Pollastri, 

Il Suo libro “Consulente filosofico cercasi” l’ho comprato in occasione di pordenonelegge.it quando sono venuto ad ascoltare la conversazione tra Lei ed il prof. Rovatti al Teatro Verdi. Ho letto il Suo libro, ho letto “La filosofia può curare?” ed ho letto il libro del prof. Dal Lago “Il business del pensiero”. Forse non li ho letti attentamente ma hanno comunque destato la mia attenzione e la mia curiosità.

Sebbene abbia assistito all’interessante dibattito svoltosi a Pordenone, ci sono un paio di cose che ancora non mi tornano. Approfitto pertanto della Sua cortesia e di quella degli altri frequentatori di questo blog per porre due questioni che avrei voluto porre nel corso del dibattito pordenonese ma che, per motivi di tempo, non mi è stato possibile:

1. La consulenza filosofica SI PAGA. Pertanto credo sarebbe più corretto non usare il termine “ospite” per definire il consultante ma il termine “utente”, tanto più che, nel percorso di consulenza, il consulente filosofico dispone di strumenti intellettuali (=sapere) più forti di quelli del consultante  (=potere). La ratio che sottende l’uso del termine “ospite” mira a da una visione secondo cui il rapporto consulente/consultante è paritario, ma, a mio modestissimo parere, tale parità non vi può essere per i due motivi che ho illustrato.

2. In riferimento alla tematica “filosofia e azienda” ritengo che sia necessario fare ancora alcune precisazione. Lei, in “Consulente filosofico cercasi” fa Sua la lettura di Norberto Bobbio secondo cui il mondo organizzativo e aziendale è una realtà marcatamente antidemocratica, mentre non mi pare che la stessa lettura sia attribuibile al prof. Vitullo, che in “Leadership riflessive”, le ritiene essere le agorà dei giorni nostri [p. 119]. Sono conciliabili la Sua visione con quella del prof. Vitulllo? A me non pare proprio, anzi mi sembrano totalmente divergenti.  Sia ben chiaro che non pretendo che tutte le opere pubblicate nella medesima collana diano la stessa lettura della realtà ma a me la questione azienda/agorà pare cruciale.


Un cordiale saluto

Andrea</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Egr. Prof. Pollastri, </p>
<p>Il Suo libro “Consulente filosofico cercasi” l’ho comprato in occasione di pordenonelegge.it quando sono venuto ad ascoltare la conversazione tra Lei ed il prof. Rovatti al Teatro Verdi. Ho letto il Suo libro, ho letto “La filosofia può curare?” ed ho letto il libro del prof. Dal Lago “Il business del pensiero”. Forse non li ho letti attentamente ma hanno comunque destato la mia attenzione e la mia curiosità.</p>
<p>Sebbene abbia assistito all’interessante dibattito svoltosi a Pordenone, ci sono un paio di cose che ancora non mi tornano. Approfitto pertanto della Sua cortesia e di quella degli altri frequentatori di questo blog per porre due questioni che avrei voluto porre nel corso del dibattito pordenonese ma che, per motivi di tempo, non mi è stato possibile:</p>
<p>1. La consulenza filosofica SI PAGA. Pertanto credo sarebbe più corretto non usare il termine “ospite” per definire il consultante ma il termine “utente”, tanto più che, nel percorso di consulenza, il consulente filosofico dispone di strumenti intellettuali (=sapere) più forti di quelli del consultante  (=potere). La ratio che sottende l’uso del termine “ospite” mira a da una visione secondo cui il rapporto consulente/consultante è paritario, ma, a mio modestissimo parere, tale parità non vi può essere per i due motivi che ho illustrato.</p>
<p>2. In riferimento alla tematica “filosofia e azienda” ritengo che sia necessario fare ancora alcune precisazione. Lei, in “Consulente filosofico cercasi” fa Sua la lettura di Norberto Bobbio secondo cui il mondo organizzativo e aziendale è una realtà marcatamente antidemocratica, mentre non mi pare che la stessa lettura sia attribuibile al prof. Vitullo, che in “Leadership riflessive”, le ritiene essere le agorà dei giorni nostri [p. 119]. Sono conciliabili la Sua visione con quella del prof. Vitulllo? A me non pare proprio, anzi mi sembrano totalmente divergenti.  Sia ben chiaro che non pretendo che tutte le opere pubblicate nella medesima collana diano la stessa lettura della realtà ma a me la questione azienda/agorà pare cruciale.</p>
<p>Un cordiale saluto</p>
<p>Andrea</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Neri Pollastri</title>
		<link>http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/comment-page-1/#comment-4956</link>
		<dc:creator>Neri Pollastri</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Sep 2007 11:01:28 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/#comment-4956</guid>
		<description>Caro Andrea,

in realtà non è poi molto che si tengono master in consulenza filosofica nelle uiversità, e l&#039;unico concluso (neppure da molto tempo) è quello di Pisa. Francamente non so dirti cosa stiano facendo i suoi frequentatori: ho rapporti solo con due, che fanno quello che facevano prima, l&#039;insegnante di scuola superiore. Sono infatti due tra i molti che stanno occupandosi di Consulenza Filosofica per passione più che per lucro, perché hanno capito che nell&#039;immediato il mercato non promette granché. L&#039;ho scritto con un certo dettaglio nel mio ultimo libro: chi oggi si diriga in questo settore, sappia che andrà a collaborare alla creazione di un terreno culturale, di una rosa di modelli, di una rete professionale che - se i segnali che vengono dai Festival di Filosofia hanno qualcosa di vero - porterà in futuro all&#039;affermazione delle &quot;Pratiche Filosofiche&quot; - di cui la consulenza è una delle più interessanti e rappresentative.
Un vero mercato, oggi, non c&#039;è. Le aziende, per il momento almeno, non sono interessate ai filosofi (se non per far loro fare altri mestieri). Gli enti pubblici non sanno dove collocare un consulente filosofico e, comunque, non hanno soldi per pagarlo. Rimane quindi solo l&#039;imprenditoria nella consulenza individuale, ma anche qui la domanda è bassa, per la poca conoscenza della materia nel pubblico più vasto, per le continue e spesso poco fondate critiche cui va incontro, per la mancanza di iniziative di propaganda da parte di chi la pratica (i filosofi, si sa, hanno poca dimestichezza con il denaro e con il mercato).
Tutto questo l&#039;associazione Phronesis lo spiega sempre a tutti coloro che si affaccino sulla materia attraverso le sue finestre e io l&#039;ho scritto molto chiaramente nel mio libro. Non so se gli altri soggetti del settore facciano lo stesso, ma certo non lo fanno i giornali.

Un caro saluto,

Neri Pollastri</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Andrea,</p>
<p>in realtà non è poi molto che si tengono master in consulenza filosofica nelle uiversità, e l&#8217;unico concluso (neppure da molto tempo) è quello di Pisa. Francamente non so dirti cosa stiano facendo i suoi frequentatori: ho rapporti solo con due, che fanno quello che facevano prima, l&#8217;insegnante di scuola superiore. Sono infatti due tra i molti che stanno occupandosi di Consulenza Filosofica per passione più che per lucro, perché hanno capito che nell&#8217;immediato il mercato non promette granché. L&#8217;ho scritto con un certo dettaglio nel mio ultimo libro: chi oggi si diriga in questo settore, sappia che andrà a collaborare alla creazione di un terreno culturale, di una rosa di modelli, di una rete professionale che &#8211; se i segnali che vengono dai Festival di Filosofia hanno qualcosa di vero &#8211; porterà in futuro all&#8217;affermazione delle &#8220;Pratiche Filosofiche&#8221; &#8211; di cui la consulenza è una delle più interessanti e rappresentative.<br />
Un vero mercato, oggi, non c&#8217;è. Le aziende, per il momento almeno, non sono interessate ai filosofi (se non per far loro fare altri mestieri). Gli enti pubblici non sanno dove collocare un consulente filosofico e, comunque, non hanno soldi per pagarlo. Rimane quindi solo l&#8217;imprenditoria nella consulenza individuale, ma anche qui la domanda è bassa, per la poca conoscenza della materia nel pubblico più vasto, per le continue e spesso poco fondate critiche cui va incontro, per la mancanza di iniziative di propaganda da parte di chi la pratica (i filosofi, si sa, hanno poca dimestichezza con il denaro e con il mercato).<br />
Tutto questo l&#8217;associazione Phronesis lo spiega sempre a tutti coloro che si affaccino sulla materia attraverso le sue finestre e io l&#8217;ho scritto molto chiaramente nel mio libro. Non so se gli altri soggetti del settore facciano lo stesso, ma certo non lo fanno i giornali.</p>
<p>Un caro saluto,</p>
<p>Neri Pollastri</p>
]]></content:encoded>
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	<item>
		<title>Di: Andrea</title>
		<link>http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/comment-page-1/#comment-4320</link>
		<dc:creator>Andrea</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Sep 2007 14:47:13 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/#comment-4320</guid>
		<description>Siccome da un po&#039; di anni si tengono in alcune università italiane (ad es. Venezia e Pisa) dei master sulla consulenza filosofica, trovo che sarebbe interessante vedere un po&#039; che fine hanno fatto coloro i quali hanno frequentato e portato a termine suddetti percorsi di studio post-laurea. Che fanno adesso? Sono dei liberi professionisti, dei cocopro, dipendenti a td o ti oppure sono disoccupati? e se hanno trovato lavoro, è stato grazie al master? lavorano per il settore pubblico o privato? sono effettivamente così richiesti come sembrerebbe trasparire dal successo del Festival della Filosofia?

Grazie ed un saluto</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Siccome da un po&#8217; di anni si tengono in alcune università italiane (ad es. Venezia e Pisa) dei master sulla consulenza filosofica, trovo che sarebbe interessante vedere un po&#8217; che fine hanno fatto coloro i quali hanno frequentato e portato a termine suddetti percorsi di studio post-laurea. Che fanno adesso? Sono dei liberi professionisti, dei cocopro, dipendenti a td o ti oppure sono disoccupati? e se hanno trovato lavoro, è stato grazie al master? lavorano per il settore pubblico o privato? sono effettivamente così richiesti come sembrerebbe trasparire dal successo del Festival della Filosofia?</p>
<p>Grazie ed un saluto</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Luca Leardini</title>
		<link>http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/comment-page-1/#comment-3592</link>
		<dc:creator>Luca Leardini</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Sep 2007 13:57:26 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/#comment-3592</guid>
		<description>Provo ad “intromettermi” anch’io in questo interessante dialogo sulla CF, tentando di non far degenerare il tutto in una discussione di Folk - Philosophy. 
Personalmente non credo sia così vero che la CF abbia questa scarsa visibilità. Certamente non gode delle principali attenzioni, ma per chi è davvero interessato agli spazi esistono e le occasioni per chi ancora non la conosce ci sono. Per citare alcuni esempi a cui mi è capitato di partecipare: La presentazione dell’ultimo libro di Achenbach presso la libreria Rizzoli a Milano, la conferenza tenuta dal professor Lahv presso la scuola di Counselling Filosofico, Corsi Universitari in cui la CF viene esplicitamente discussa e affrontata (nella fattispecie quelli del Professor Natoli presso la facoltà Vita e Salute San Raffaele, ma so di iniziative analoghe anche a Venezia grazie al lavoro del professor Màdera). Certamente il grande pubblico la ignora, ma non crediamo che altre discipline godano di spazi maggiori…
E dopotutto sono solo (anche se qualcuno propenderebbe per un “già”) 4 o 5 anni che in Italia si parla davvero di CF nell’accezione moderna del termine.
Riguardo al tema universitario, la posizione generalmente espressa dalla comunità dei consulenti, è certamente critica e severa, ma mai nichilista. Non credo che nessuno voglia la “morte” delle università, le quali anzi sono un serbatoio prezioso e insostituibile di profonde ricerche teoriche. Non sono un nemico da distruggere, ma un referente con cui dialogare. La “Filosofia del conflitto”, come facente parte della vita e dell’animo umano è parte della CF, ma ancora una volta non come distruzione di ciò che è altro da me, ma come occasione di incontro/scontro che renda necessario la messa in discussione di ogni mio presupposto.

Un saluto    L.L</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Provo ad “intromettermi” anch’io in questo interessante dialogo sulla CF, tentando di non far degenerare il tutto in una discussione di Folk &#8211; Philosophy.<br />
Personalmente non credo sia così vero che la CF abbia questa scarsa visibilità. Certamente non gode delle principali attenzioni, ma per chi è davvero interessato agli spazi esistono e le occasioni per chi ancora non la conosce ci sono. Per citare alcuni esempi a cui mi è capitato di partecipare: La presentazione dell’ultimo libro di Achenbach presso la libreria Rizzoli a Milano, la conferenza tenuta dal professor Lahv presso la scuola di Counselling Filosofico, Corsi Universitari in cui la CF viene esplicitamente discussa e affrontata (nella fattispecie quelli del Professor Natoli presso la facoltà Vita e Salute San Raffaele, ma so di iniziative analoghe anche a Venezia grazie al lavoro del professor Màdera). Certamente il grande pubblico la ignora, ma non crediamo che altre discipline godano di spazi maggiori…<br />
E dopotutto sono solo (anche se qualcuno propenderebbe per un “già”) 4 o 5 anni che in Italia si parla davvero di CF nell’accezione moderna del termine.<br />
Riguardo al tema universitario, la posizione generalmente espressa dalla comunità dei consulenti, è certamente critica e severa, ma mai nichilista. Non credo che nessuno voglia la “morte” delle università, le quali anzi sono un serbatoio prezioso e insostituibile di profonde ricerche teoriche. Non sono un nemico da distruggere, ma un referente con cui dialogare. La “Filosofia del conflitto”, come facente parte della vita e dell’animo umano è parte della CF, ma ancora una volta non come distruzione di ciò che è altro da me, ma come occasione di incontro/scontro che renda necessario la messa in discussione di ogni mio presupposto.</p>
<p>Un saluto    L.L</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Massimo Fontana</title>
		<link>http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/comment-page-1/#comment-3326</link>
		<dc:creator>Massimo Fontana</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Sep 2007 20:46:27 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/#comment-3326</guid>
		<description>Volendo tirare le prime somme, mi sembra che il discorso di Dal Lago si riduca soprattutto ad una considerazione: la consulenza filosofica si occupa di “cura di sé” e non di “conflitto” (di idee, stili, valori politici, mondi). 
Non capisco bene per quale motivo debba essere una mancanza per un filosofo occuparsi di “cura di sé”, o perché questa dovrebbe ostacolare una filosofia del “conflitto”. 
Per questo continuo a non comprendere bene dove si vuole andare a parare.
A meno che l’accusa di Dal Lago non venga riformulata in questo modo: attenzione a non trascinare la filosofia giù, nella melassa new age, a prescindere dal fatto che ci si occupi di “cura di sé” o di “conflitto”.
Questa la comprenderei meglio e la condividerei.

Saluti a tutti.

massimo fontana

P.S. Non posso non notare che Foucault, che Dal Lago contrappone proprio a Hadot (nella prospettiva del suo discorso contro la filosofia come “cura di sé”), si occupò diffusamente di “cura di sé”, tanto che Rovatti nel suo ultimo libro (La filosofia può curare), se non ricordo male, ne trae ispirazione in modo assai esplicito.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Volendo tirare le prime somme, mi sembra che il discorso di Dal Lago si riduca soprattutto ad una considerazione: la consulenza filosofica si occupa di “cura di sé” e non di “conflitto” (di idee, stili, valori politici, mondi).<br />
Non capisco bene per quale motivo debba essere una mancanza per un filosofo occuparsi di “cura di sé”, o perché questa dovrebbe ostacolare una filosofia del “conflitto”.<br />
Per questo continuo a non comprendere bene dove si vuole andare a parare.<br />
A meno che l’accusa di Dal Lago non venga riformulata in questo modo: attenzione a non trascinare la filosofia giù, nella melassa new age, a prescindere dal fatto che ci si occupi di “cura di sé” o di “conflitto”.<br />
Questa la comprenderei meglio e la condividerei.</p>
<p>Saluti a tutti.</p>
<p>massimo fontana</p>
<p>P.S. Non posso non notare che Foucault, che Dal Lago contrappone proprio a Hadot (nella prospettiva del suo discorso contro la filosofia come “cura di sé”), si occupò diffusamente di “cura di sé”, tanto che Rovatti nel suo ultimo libro (La filosofia può curare), se non ricordo male, ne trae ispirazione in modo assai esplicito.</p>
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	<item>
		<title>Di: Alessandro Dal Lago</title>
		<link>http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/comment-page-1/#comment-2404</link>
		<dc:creator>Alessandro Dal Lago</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Aug 2007 15:44:46 +0000</pubDate>
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		<description>Cari amici,
il dibattito prosegue, evviva. Mi sembra però che su molte questioni ci sia tra noi un conflitto, nel senso dello Streit kantiano, mica di una guerra, in realtà non componibile, nel senso, talvolta, di un&#039;incomprensione lessicale, oltre che semantica. Per es. Pollastri nella sua risposta al mio intervento, qui gentilmente ospitata, prende una mia considerazione di fatto - che ho scritto una ventina di libri e sono noto - come una prova di autoritarismo culturale. Forse perché sono un volgare sociologo, a me sembra ovvio che si tratta di una condizione oggettiva. Quando Neri avrà scritto venti libri, anche lui sarà più noto ecc. E in fondo  il suo lamento per la scarsa visibilità del suo ultimo libro non conferma la stessa realtà? 
Ma, a parte questo, mi colpiscono due aspetti, nei commenti al mio infame pamphlet. Il primo è il rigetto della flosofia universitaria, su cui concordo in linea di principio., anche se ci sono un sacco di filosofi che non fanno solo storia (su, non generalizziamo).  Ma perchè prendersela con l&#039;università in toto? E&#039; vero che oggi fa schifo, soprattutto in Italia, ma l&#039;idea originaria è ancora ottima. Si basa sul merito, accertato da una comunità presunta, non sul mero mercato, in cui anche le schifezze possono avere sucesso (vedi narrativa contemporanea). O sull&#039;autopromozione. E&#039; l&#039;idea medievale, sopravvissuta in Humbold, Kant, Jaspers e- per chi è cattolico - nel cardinale Henry Newman. Scusatemi, cari amici, ma in queso vostro rifiuto non c&#039;è una faccenda di volpi e uva?
Ma una cosa mi ha veramente colpito, l&#039;idea che la filosofia non vuole più occuparsi di conflitto, di stato ecce. ma di domande, cura di sé ecc. E chi l&#039;ha detto? Lo dite voi, ma ci sono innumerevoli filosofi, dell&#039;altroieri, di ieri e anche di oggi che non la pensano così. Il mio ideale è Cavaillès, morto fucilato, quando è stato chiamato a praticare la libertà teorica, e non Hadot, che sarà anche un valido storico della filosofia ellenistica, ma non molto di più (anche voi avete i vostri numi accademici, è ovvio, come si vede dai master universitari in consulenza). Il mio ideale è Spinoza, non Heidegger. Nietzsche, non Sgalambro. Jaspers, non Giovanni Gentile. Foucault, non Hadot. Insomma, criticatemi per quanto volete per le mie inesattezze o per il mio &quot;autoritarismo culturale&quot;, ma non fate finta di credere che il conflitto- di valori politici, di idee, di mondi e di stili, - non c&#039;è, solo perchè a qualcuno di voi va un po&#039; largo o stretto. Cari saluti
Dal Lago</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cari amici,<br />
il dibattito prosegue, evviva. Mi sembra però che su molte questioni ci sia tra noi un conflitto, nel senso dello Streit kantiano, mica di una guerra, in realtà non componibile, nel senso, talvolta, di un&#8217;incomprensione lessicale, oltre che semantica. Per es. Pollastri nella sua risposta al mio intervento, qui gentilmente ospitata, prende una mia considerazione di fatto &#8211; che ho scritto una ventina di libri e sono noto &#8211; come una prova di autoritarismo culturale. Forse perché sono un volgare sociologo, a me sembra ovvio che si tratta di una condizione oggettiva. Quando Neri avrà scritto venti libri, anche lui sarà più noto ecc. E in fondo  il suo lamento per la scarsa visibilità del suo ultimo libro non conferma la stessa realtà?<br />
Ma, a parte questo, mi colpiscono due aspetti, nei commenti al mio infame pamphlet. Il primo è il rigetto della flosofia universitaria, su cui concordo in linea di principio., anche se ci sono un sacco di filosofi che non fanno solo storia (su, non generalizziamo).  Ma perchè prendersela con l&#8217;università in toto? E&#8217; vero che oggi fa schifo, soprattutto in Italia, ma l&#8217;idea originaria è ancora ottima. Si basa sul merito, accertato da una comunità presunta, non sul mero mercato, in cui anche le schifezze possono avere sucesso (vedi narrativa contemporanea). O sull&#8217;autopromozione. E&#8217; l&#8217;idea medievale, sopravvissuta in Humbold, Kant, Jaspers e- per chi è cattolico &#8211; nel cardinale Henry Newman. Scusatemi, cari amici, ma in queso vostro rifiuto non c&#8217;è una faccenda di volpi e uva?<br />
Ma una cosa mi ha veramente colpito, l&#8217;idea che la filosofia non vuole più occuparsi di conflitto, di stato ecce. ma di domande, cura di sé ecc. E chi l&#8217;ha detto? Lo dite voi, ma ci sono innumerevoli filosofi, dell&#8217;altroieri, di ieri e anche di oggi che non la pensano così. Il mio ideale è Cavaillès, morto fucilato, quando è stato chiamato a praticare la libertà teorica, e non Hadot, che sarà anche un valido storico della filosofia ellenistica, ma non molto di più (anche voi avete i vostri numi accademici, è ovvio, come si vede dai master universitari in consulenza). Il mio ideale è Spinoza, non Heidegger. Nietzsche, non Sgalambro. Jaspers, non Giovanni Gentile. Foucault, non Hadot. Insomma, criticatemi per quanto volete per le mie inesattezze o per il mio &#8220;autoritarismo culturale&#8221;, ma non fate finta di credere che il conflitto- di valori politici, di idee, di mondi e di stili, &#8211; non c&#8217;è, solo perchè a qualcuno di voi va un po&#8217; largo o stretto. Cari saluti<br />
Dal Lago</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Antinio Cosentino</title>
		<link>http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/comment-page-1/#comment-1789</link>
		<dc:creator>Antinio Cosentino</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Aug 2007 10:47:07 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pratichefilosofiche.com/articoli/2007/08/08/dal-lago-una-risposta-a-pollastri/#comment-1789</guid>
		<description>Da Antonio Cosentino

Caro Dal Lago, caro Pollastri,
scusate se mi intrometto, mi verrebbe da dire… ma la vostra è una polemica  che mi tocca in più sensi per cui sento il bisogno di dire anche la mia sull’argomento in discussione. Dal Lago scrive, nel suo intervento dell’8 agosto, “la philosophy for children non l’ho inventata io”. Beh, non l’hanno inventata neanche i consulenti filosofici! La confusione – bisogna ammetterlo – regna sovrana nella compagnia di chi, dall’esterno, dopo anni di intenzionale e ben premeditato silenzio (Non mi riferisco, in questo caso, specificamente a Dal Lago), si vede costretto dagli eventi a parlare di fenomeni che hanno una certa carica eversiva rispetto all’ordine costituito. La philosophy for children l’ha “inventata” lo statunitense Matthew Lipman nei primi anni Settanta del secolo scorso e il sottoscritto, insieme ad altri, la ha “tradotta” in Italia, oltre che in italiano a partire dagli anni Novanta (Su questa storia c’è tanto da leggere, per chi vuole capire le cose e non liquidarle usando il filtro degli schemi già bell’e pronti). 
Nel termine “invenzione” di Dal Lago c’è, evidente, una serie di rinvii semantici sotterranei e maliziosi che evocano, a volerli esplicitare, il senso dell’improvvisazione, della futilità, dell’usa e getta, della presunta “infantilizzazione della filosofia” (attribuita per malaccorta estensione anche alla consulenza filosofica). Basterebbe dare un’occhiata ad un lavoro come _Thinking in education_ (Cambridge University Press) per capire al volo che Lipman non ha “inventato” un giocattolo, oppure, più semplicemente, leggere il suo saggio _Pratica filosofica e riforma dell’educazione_ (pubblicato nel Bollettino della SFI n. 135 del 1988) per accorgersi che la  philosophy for children di Lipman è il risultato di un percorso di riflessione che mette in conto fattori culturali, pedagogici e politici (lo sottolineo), oltre che filosofici che attraversano l’intera tradizione occidentale. A leggerlo bene (e, anche, col senno di poi), quel saggio contiene l’annuncio di una possibile rivoluzione dei sistemi educativi nati dai dispositivi di disciplinamento e vincolati alla ragione di stato. 
E siamo alla politica. Sono d’accordo con Pollastri quando sostiene che oggi la politica efficace (potenzialmente) la filosofia non la può fare più (di fatto, non la fa) lavorando “all’ingrosso”, per usare una espressione di Gerd Achenbach. I poteri da combattere, lo sappiamo, non sono più lo Stato, la Chiesa, il capitale e la lotta non è più di classi contrapposte. L’impegno politico della filosofia (e qui ci vedrei bene la vecchia espressione “filosofia civile”) non si attiva certo nelle università (meno male che entrambi vi siete riferiti ad una “idea” di università, escludendo, prudentemente, di riferirvi alla “realtà” universitaria italiana). La filosofia cosiddetta “accademica” si esaurisce nella disciplina e, tranne qualche rara eccezione, resta ripiegata su se stessa; è prevalentemente orientata alla trasmissione e alla perpetuazione di un sapere sclerotizzato, maniacalmente esegetico e di rimasticamento storico e filologico. Quale formazione ne ricavano i giovani? Intendo dire, quale orientamento verso la vita e il mondo che li circonda? Dov’è il pensiero critico? Dove la capacità di pensare con la propria testa? Nella università in cui ho il privilegio di tenere un “seminario di tirocinio” (non è un corso, state tranquilli!) denominato “Filosofia in pratica” gli studenti si imbattono in enormi difficoltà quando sono messi di fronte alla sfida di riflettere filosoficamente “in proprio”, senza ripetere quello che ha detto Platone, Hegel o Croce. Direi che il primo passo di una filosofia civile, impegnata politicamente, è questo: mostrare in azione uno stile di pensiero e di vita improntato alla radicalità del domandare e sperimentare l’esercizio del pensiero creativo, ma anche rigoroso; imparare a prendersi cura del proprio pensiero e di quello degli altri, di se stessi nel mondo, e così via.
Chi è capace di fare tutto questo, o, quanto meno, di riconoscerlo, di favorirlo, di sostenerlo? Sicuramente una filosofia che si traduca in azione riflessiva e si misuri con i contesti di vita (soprattutto quelli in cui le coscienze sono più opacizzate dalla burocratizzazione, dalla gerarchia organizzativa, dalla comunicazione mass-mediale), una filosofia che metta tra parentesi i suoi contenuti disciplinari e si presenti non come maestra di verità, ma come pungolo ed ambiente comunicativo ed etico in cui ognuno, senza dover rinnegare se stesso, possa sottoporre ad esame la propria esperienza nel mondo.
È la consulenza filosofica la risposta a questa istanza di senso? È la pratica della “comunità di ricerca” della philosophy for children? È la filosofia in azienda o altre proposte simili? Sì e no, dipende… Così come ci sono quelli che propongono la filosofia per i bambini facendo esattamente quello che paventa Dal Lago, ci sono anche consulenti filosofici che propongono le pillole di felicità. L’importante, in questa situazione, è non fare di tutta l’erba un fascio e non affidarsi troppo all’informazione giornalistica; non confondere titoli trionfalistici come “Platone in classe!”, “Socrate al mercato”, “Piccoli filosofi in azione!” con cose serie quali sono la Philosophy for children di Lipman e la consulenza filosofica che sostiene Neri Pollastri.
I miei più cordiali  saluti.
A. Cosentino</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Da Antonio Cosentino</p>
<p>Caro Dal Lago, caro Pollastri,<br />
scusate se mi intrometto, mi verrebbe da dire… ma la vostra è una polemica  che mi tocca in più sensi per cui sento il bisogno di dire anche la mia sull’argomento in discussione. Dal Lago scrive, nel suo intervento dell’8 agosto, “la philosophy for children non l’ho inventata io”. Beh, non l’hanno inventata neanche i consulenti filosofici! La confusione – bisogna ammetterlo – regna sovrana nella compagnia di chi, dall’esterno, dopo anni di intenzionale e ben premeditato silenzio (Non mi riferisco, in questo caso, specificamente a Dal Lago), si vede costretto dagli eventi a parlare di fenomeni che hanno una certa carica eversiva rispetto all’ordine costituito. La philosophy for children l’ha “inventata” lo statunitense Matthew Lipman nei primi anni Settanta del secolo scorso e il sottoscritto, insieme ad altri, la ha “tradotta” in Italia, oltre che in italiano a partire dagli anni Novanta (Su questa storia c’è tanto da leggere, per chi vuole capire le cose e non liquidarle usando il filtro degli schemi già bell’e pronti).<br />
Nel termine “invenzione” di Dal Lago c’è, evidente, una serie di rinvii semantici sotterranei e maliziosi che evocano, a volerli esplicitare, il senso dell’improvvisazione, della futilità, dell’usa e getta, della presunta “infantilizzazione della filosofia” (attribuita per malaccorta estensione anche alla consulenza filosofica). Basterebbe dare un’occhiata ad un lavoro come _Thinking in education_ (Cambridge University Press) per capire al volo che Lipman non ha “inventato” un giocattolo, oppure, più semplicemente, leggere il suo saggio _Pratica filosofica e riforma dell’educazione_ (pubblicato nel Bollettino della SFI n. 135 del 1988) per accorgersi che la  philosophy for children di Lipman è il risultato di un percorso di riflessione che mette in conto fattori culturali, pedagogici e politici (lo sottolineo), oltre che filosofici che attraversano l’intera tradizione occidentale. A leggerlo bene (e, anche, col senno di poi), quel saggio contiene l’annuncio di una possibile rivoluzione dei sistemi educativi nati dai dispositivi di disciplinamento e vincolati alla ragione di stato.<br />
E siamo alla politica. Sono d’accordo con Pollastri quando sostiene che oggi la politica efficace (potenzialmente) la filosofia non la può fare più (di fatto, non la fa) lavorando “all’ingrosso”, per usare una espressione di Gerd Achenbach. I poteri da combattere, lo sappiamo, non sono più lo Stato, la Chiesa, il capitale e la lotta non è più di classi contrapposte. L’impegno politico della filosofia (e qui ci vedrei bene la vecchia espressione “filosofia civile”) non si attiva certo nelle università (meno male che entrambi vi siete riferiti ad una “idea” di università, escludendo, prudentemente, di riferirvi alla “realtà” universitaria italiana). La filosofia cosiddetta “accademica” si esaurisce nella disciplina e, tranne qualche rara eccezione, resta ripiegata su se stessa; è prevalentemente orientata alla trasmissione e alla perpetuazione di un sapere sclerotizzato, maniacalmente esegetico e di rimasticamento storico e filologico. Quale formazione ne ricavano i giovani? Intendo dire, quale orientamento verso la vita e il mondo che li circonda? Dov’è il pensiero critico? Dove la capacità di pensare con la propria testa? Nella università in cui ho il privilegio di tenere un “seminario di tirocinio” (non è un corso, state tranquilli!) denominato “Filosofia in pratica” gli studenti si imbattono in enormi difficoltà quando sono messi di fronte alla sfida di riflettere filosoficamente “in proprio”, senza ripetere quello che ha detto Platone, Hegel o Croce. Direi che il primo passo di una filosofia civile, impegnata politicamente, è questo: mostrare in azione uno stile di pensiero e di vita improntato alla radicalità del domandare e sperimentare l’esercizio del pensiero creativo, ma anche rigoroso; imparare a prendersi cura del proprio pensiero e di quello degli altri, di se stessi nel mondo, e così via.<br />
Chi è capace di fare tutto questo, o, quanto meno, di riconoscerlo, di favorirlo, di sostenerlo? Sicuramente una filosofia che si traduca in azione riflessiva e si misuri con i contesti di vita (soprattutto quelli in cui le coscienze sono più opacizzate dalla burocratizzazione, dalla gerarchia organizzativa, dalla comunicazione mass-mediale), una filosofia che metta tra parentesi i suoi contenuti disciplinari e si presenti non come maestra di verità, ma come pungolo ed ambiente comunicativo ed etico in cui ognuno, senza dover rinnegare se stesso, possa sottoporre ad esame la propria esperienza nel mondo.<br />
È la consulenza filosofica la risposta a questa istanza di senso? È la pratica della “comunità di ricerca” della philosophy for children? È la filosofia in azienda o altre proposte simili? Sì e no, dipende… Così come ci sono quelli che propongono la filosofia per i bambini facendo esattamente quello che paventa Dal Lago, ci sono anche consulenti filosofici che propongono le pillole di felicità. L’importante, in questa situazione, è non fare di tutta l’erba un fascio e non affidarsi troppo all’informazione giornalistica; non confondere titoli trionfalistici come “Platone in classe!”, “Socrate al mercato”, “Piccoli filosofi in azione!” con cose serie quali sono la Philosophy for children di Lipman e la consulenza filosofica che sostiene Neri Pollastri.<br />
I miei più cordiali  saluti.<br />
A. Cosentino</p>
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