Dal Lago: una risposta a Pollastri
Alessandro Dal Lago ci ha fatto pervenire questa risposta al contributo di Neri Pollastri, che polemizzava con i contenuti del suo libro, “Il business del pensiero”. La pubblichiamo volentieri, augurandoci che il discorso non resti “a due”. Al di là della polemica, ci sembra che ci siano molti punti che, nonostante tutto quello che si è scritto di consulenza filosofica, rimangano da chiarire…
Caro Pollastri,
leggo sul sito di Pratiche filosofiche alcune tue osservazioni, in cui, oltre a giudicare pessimo il mio pamphlet (cosa del tutto legittima e prevedibile, visto che ho criticato frontalmente la CF), ti chiedi se non ci sia qualcosa di strano nel fatto che i quotidiani (finora “Il manifesto” e il “Corriere”, ma altri hanno annunciato delle recensioni) diano un certo spazio al mio pamphlet e non al tuo libro uscito un mese prima del mio. Scusami, ma avverto una certa propensione alla teoria del complotto che mi sembra proprio fuori luogo, te lo dico sinceramente. Non c’è nulla di strano. Il tema è per cosÏ dire di moda ed è ovvio che il mio libretto, in quanto “attacco frontale”, ha suscitato qualche interesse (tra l’altro, il pezzo di Torno sul “Corriere” offre un certo spazio alla CF, indipendentemente dal mio libro). Inoltre, avendo pubblicato una ventina di volumi, spesso recensiti, ed essendo quindi abbastanza conosciuto (”noto sociologo”, mi definisci amabilmente), è del tutto naturale che anche il libretto abbia un certo spazio. Nulla di strano, insisto. Lasciami anche dire che nelle reazioni di alcuni di voi c’è spesso un tono di autocommiserazione, come se un potente (io?), a nome di qualche istituzione, si fosse messo a perseguitarvi (vedi quel consulente che in epigrafe a un suo commento nel sito di “phronesis” cita Che Guevara!). Non mi sembra che il senso dello humour dilaghi tra voi, davvero. Quanto al fatto che il tuo libro non è ancora recensito, pazienza: habent sua fata libelli.
Istituzioni, diritti d’autore, sociologia ecc. Ovviamente, non facendo parte della corporazione universitaria dei filosofi, non difendo alcuna istituzione filosofica. Difendo invece l’idea di università (cara a Kant, von Humboldt, Max Weber e Karl Jaspers) come luogo di libera discussione e ricerca, e soprattutto come luogo che privilegia la teoria e non la pratica. La gratuità e non le parcelle. E quindi il merito intellettuale, pubblicamente accertato (è l’argomento del mio prossimo libro). Tra parentesi, ho scritto il mio instant book per puro divertimento e, come puoi facilmente accertare presso la casa editrice, ho rinunciato ai diritti d’autore. Quanto alla sociologia, se voi della CF la criticate come istituzione o pratica intellettuale e tirate in ballo anche quello che faccio io, prego, accomodatevi! Il dibattito culturale non può che giovarsene. E ti faccio presente che se mi accusate di misfits che non sono i miei (come voi dite che faccio con voi), ve lo farò notare. Ma mi chiederò anche perché ciò avvenga – cosa che tu non fai, attento come sei a distinguerti dai meri consulenti da Internet. Ma perché vi offendete tanto, voi della CF, quando cito i siti Internet? Non li usate anche voi per diffondere le vostre attività?
Voi sareste gli anti-istituzionali attaccati dall’istituzione. Ma è proprio cosÏ? In fondo, avete alle spalle una batteria di consulenti internazionali, in qualche caso accademici, una casa editrice consorziata a Feltrinelli, una rivista, tre o quattro università e uno dei più importanti opinion maker italiani, nonché noto filosofo, il quale scrive su “Repubblica”, mica sul “Manifesto”. Per non parlare di tutti gli altri accademici, che ho citato (e avrei potuto citarne altri, ovviamente). Tra l’altro, “aut aut” ha dato a te e alla CF un certo spazio. Ti vorrei far notare anche che, essendo io redattore e assiduo collaboratore da trent’anni di “aut aut”, non sono tanto io che ho avuto la facoltà di esporre le “mie idee”, ma tu che hai avuto licenza di ribattere, ovviamente con il mio assenso. E quindi di che vi lamentate?
A me sembra francamente, a giudicare dalle prime reazioni, che non abbiate una grande inclinazione alla discussione, anche aspra, cosa in evidente contraddizione con il vostro socratismo, nonché con la parresia. Appena vi criticano, tirate in ballo il “venticello calunnioso”. Ora, a parte il fatto che chiamare in causa le calunnie, anche se si ha in mente Figaro, è un po’ fuori misura (non vorrei che la discussione degenerasse), noto che il fraintendimento non potrebbe essere maggiore: Accarino, nella sua recensione, parla di “vocazione pedagogica” della CF e quindi che c’entrano i bambini in carne e ossa? La mia posizione, su cui Accarino concorda, è che voi infantilizzate la filosofia (a parte il fatto che la philosophy for children non l’ho inventata io). Mi rendo conto che per voi filosofi essere accostati alla pedagogia è un po’ offensivo, ma fatevi forza. Clemente Alessandrino, padre della Chiesa, teologo e filosofo, ha scritto un Pedagogico, e come sapete bene anche Rousseau e Kant si sono occupati di pedagogia.
Sull’azienda. Secondo me, non potete, come si dice a Napoli, vott’a’ petrella e annascunne a’ manella (tirare il sasso e nascondere la manina), cioè flirtare con il “fare filosofia” in azienda, per esempio pubblicare sulla vostra rivista un fluviale saggio sulla filosofia in azienda, e poi dire che non c’entrate, oppure dire che andate in azienda per sovvertirla (usi il termine “rivoluzionario”, ma su!). C’entrate eccome, e quindi assumetevene la responsabilità, da bravi filosofi e cultori della verità. Per pura necessità di sintesi, e in fondo delicatezza, non ho pubblicato un bel po’ di materiale sul nesso filosofia-azienda, in Italia e non solo. Sui filosofi che scrivono i codici etici delle aziende e così via. In ogni modo, non appena mi provate che la CF in azienda serve alla sovversione e non, come credo sempre di più, a tenere sotto il giogo le “comunità di pratiche”, fatemelo sapere.
La politica. Mi pare evidente che la cosa vi brucia, ma più vi leggo e meno conflitto trovo, ma ideologia corrente, buonismo, letizia a buon mercato (vedi le vacanze filosofiche, con il buon Cavadi che mi accusa di non tener conto del fatto che nella tariffa è compresa anche la pensione!) e quindi melassa cognitiva. Quando dici a mo’ di conclusione che la filosofia è sempre politica, fai un’affermazione che non sta né in cielo né in terra. Potrei citare Hannah Arendt, ma anche i bambini sanno dei rapporti assai complicati tra filosofia e azione. In ogni caso, sarebbe proprio bello che la CF avviasse i suoi cultori, ospiti o utenti che siano alla discussione politica, al conflitto e all’azione. Anche in questo caso, a voi l’onere della prova. Resto in trepida attesa.
Cordiali saluti
Alessandro Dal Lago


Caro Alessandro,
la teoria del complotto cerco sempre di non applicarla e lo faccio solo quando le conferme sulla sua veridicità cominciano a diventare troppe. In questo caso, le conferme sembrano esserci, tanto che tu stesso, con la tua lettera, ne aggiungi di nuove.
La realtà dice che tutti i libri della collana “Pratiche Filosofiche” (non solo il mio) sono stati recensiti pochissimo e che l’unico ad aver avuto l’onore di finire su quotidiani importanti (il manifesto e La Stampa) è quello di Raabe, il più facilmente attaccabile. Ad esso avevo infatti io stesso premesso una lunga introduzione critica, ove prendevo le distanze e segnalavo esattamente gli stessi difetti citati dai recensori. I quali, però, hanno regolarmente dimenticato di segnalarne i pregi, ma soprattutto hanno usato il libro come una clava contro tutta la consulenza, quasi che l’introduzione non indicasse a sufficienza che vi sono posizioni diverse e che esse sono anzi maggioritarie, certo in Italia, quasi certamente nel mondo. Non c’è complotto? Va bene, sei tu il sociologo e io mi fido: dammi un’altra spiegazione.
Nella tua lettera me ne dai effettivamente una. Però, Alessandro, qui smentisci la tua fama! Infatti scrivi:
Il tema è “alla moda”, ma i libri che lo descrivono “in positivo” non si recensiscono: nulla di strano? Si recensisce però un “attacco frontale”, perché la polemica fa cassetta: ancora nulla di strano? Infine, anche se il mio ultimo lavoro è un “attacco frontale”: ma, allora, come mai non viene recensito?
Ho due spiegazioni: la prima ha a che fare, ahimè, con la cospirazione: il fronte di attacco è opposto al tuo, dato critico non la consulenza, ma il modo in cui il mondo della formazione privato e pubblico – cioè anche le università – stanno la stanno banalizzando, mercificando, snaturando. La seconda invece me la offri tu:
Nulla di strano?? Proprio tu, sociologo attento ai sistemi di potere, mi dici che non c’è nulla di strano che si recensisca un libro che critica un argomento, senza aver prima recensito (né letto, si direbbe) numerosi libri che lo descrivono, e questo perché l’autore del libro critico ha già “scritto una ventina di libri”!? Alessandro, questa è una clamorosa pratica dell’autoritarismo culturale, a seguito della quale non si verifica in proprio la qualità dei libri, ma la si assegna per diritto acquisito! Una malcostume culturale che è alla base dell’imbarbarimento sociale, culturale e politico del nostro paese e non solo! E tu dici che non c’è “nulla di strano”, anzi neghi di farne tuo malgrado parte (“potente (io?)”), quando invece dovresti “attaccarlo frontalmente” e con molta più urgenza di quella con cui attacchi la consulenza filosofica! Anzi, magari dovresti pure allearti con chi queste cose le evidenzia quotidianamente ai singoli individui nella sua attività di consulente filosofico…
Detto questo, vorrei dirti che se ho definito “pessimo” il tuo libro non è certo perché è una critica frontale alla consulenza, cosa che al contrario di per sé mi intriga, dato che credo di aver da imparare molto più dai critici che da chi mi è più simile. No, se lo definisco pessimo è perché lo ritengo privo di ogni sostanza, anche critica. I problemi aperti sulla consulenza filosofica sono molti e meriterebbero di essere affrontati a fondo, non “per puro divertimento”, come dici di aver fatto (e come francamente si evince dalla lettura), che si prendano o meno i diritti d’autore (permettimi una battuta: ci rinunci sempre, o solo in questo caso? Perché se così fosse verrebbe da pensare ad un po’ di cosa di paglia…). E aggiungo che le mie non erano “lamentele”, ma “denunce”: io sono contentissimo degli spazi che abbiamo a disposizione, ci sono cose più importanti della consulenza filosofica. Quello che denuncio è la sperequazione degli spazi, sempre a vantaggio di chi ha un credito pubblico del quale riscuote i diritti anche quando non gli spettano: se non si recensiscono i libri che citi nel tuo libro, o non si recensisce neppure il tuo, oppure siamo di fronte ad una sperequazione non nei nostri confronti, ma nei confronti dei lettori e dei cittadini. E questa è politica, Alessandro, e la sto facendo io, non tu e nemmeno il nostro beneamato manifesto.
Se la politica mi brucia (qui parlo per me) è proprio perché trovo la diffusa insistenza sul “conflitto” una dannatissima iattura: ma non avete visto a cosa ha portato la pratica esclusiva del conflitto in politica? Sconfitte a ripetizione, rivoluzioni capitanate da soggetti che condividevano i profili dei tiranni abbattuti (e questo vale anche per i nostri tanto rimpianti “movimenti”), “vite conflittuali”. Oggi, il conflitto lo cavalca la Lega, strategicamente parlando con molte più ragioni di altri. Per parte mia, batto altre strade, da tempo e, quando ce ne sono le occasioni, anche con molto impegno. Giusto ieri ironizzavo sulle tue posizioni con un consultante, che non voleva credere all’accusa che muovi alla consulenza di “rimuovere la politica”, visto che con lui i temi della responsabilità nei confronti della realtà sociale sono sempre stati presenti.
No, se cerchi il conflitto nella consulenza filosofica non lo troverai; se mi cercherai personalmente potrai trovare un confronto aspro, teso a smontarti l’ideologia del conflitto, e certo non per approdare al buonismo o alla letizia (né a buon mercato, né a costi alti), quanto piuttosto al rigore costante della responsabilità delle azioni di ciascuno, anche nei confronti dell’ingiustizia praticata dagli altri. Questo intendo, quando dico che “la filosofia è sempre politica”, e se ci si intende sui termini non sta in cielo, ma proprio in terra. Però temo che sui termini non si sia d’accordo, perché se la tua definizione di filosofia è “scrivere teorie innovative”, beh, io non la condivido. Avendone ripetutamente spiegate le ragioni in modo piuttosto elaborato, non lo faccio di nuovo.
Mi fa piacere che ti stia occupando del “merito intellettuale, pubblicamente accertato”, perché sono almeno due anni che me ne occupo anch’io, per il problema di capire come può essere pubblicamente accertato il merito del consulente filosofico. Finora sono arrivato ad escludere che possa essere accertato attraverso l’accreditamento ordinario, perché, come sai, è totalmente degenerato: essenziale non è cosa fai, ma di chi sei parente. E anch’io ho a cuore “l’idea di università come luogo di libera discussione e ricerca”. Più difficile mi è seguirti sull’idea che sia un “luogo che privilegia la teoria e non la pratica”, perché la discussione e la ricerca sono due pratiche (ho scritto più volte su questo tema: se solo mi avessi letto…). E ancor più difficile è seguirti sul tema della gratuità, specie se contrapposta a “parcella”: chi lavora nelle università e negli istituti di ricerca è ben pagato, molto più di quanto un consulente filosofico possa mai guadagnare (anche solo per banali questioni di impegno e di tempo), quindi una buona volta smettiamola con questa storia e andiamo a confrontarsi sul senso della cosa. Che è a dire: il problema non è chi consegna il denaro (ricevere soldi direttamente dal fruitore delle tue idee espresse oralmente, o indirettamente attraverso i diritti d’autore, è realmente diverso?), ma se quello per cui paga ha valore o meno. Su questo sono disposto a discutere; quando avremo finito, torneremo alla questione del chi (sulla quale avrei anche molte cose da dire, visto che ci sono diversi universitari che non meritano il mio pagamento, che però sono obbligato a fare lo stesso attraverso le tasse… Il pubblico non è sempre meglio del privato).
Siti Internet. Io non mi offendo, dico solo che criticare la consulenza leggendo i siti non è serio, è come criticare un libro leggendo le manchette pubblicitarie o la quarta di copertina (che oltretutto spesso non sono neppure scritte dall’autore). Finché lo fa un giovane studente, è nelle cose; quando lo fa un affermato sociologo di sinistra mi spiace – e sottolineo: mi spiace non per me, ma politicamente!
Humor. Dici che ne siamo carenti, poi appena si alza il tono citando ironicamente Rossini, te ne hai subito a male! Alessandro…
Pedagogia. Certo che i filosofi si occupano di pedagogia, ma se tu avessi presente il dibattito sulla consulenza sapresti che questo è un tema molto dibattuto. Non ho lo spazio per spiegarlo, ma la consulenza e la P4C si confrontano da tempo distinguendosi proprio per la presenza nella seconda dell’elemento pedagogico, che nella prima non c’è, tema che ha suscitato molte riflessioni teoriche all’interno della stessa consulenza. L’intervento di Accarino sembrava quello di chi, addormentatosi nel corso della conferenza, interviene del tutto fuori luogo. Detto francamente e con tutto il rispetto, aveva l’aria un po’ presuntuosa che caratterizza troppi degli interventi del mondo accademico sulla consulenza: “non ne so niente, ma ho già capito tutto…”
Azienda. Non si tratta di nascondere la mano che ha tirato il sasso, ma di dare corrente informazioni: in Italia i consulenti filosofici in azienda praticamente on esistono e non sono neppure molti quelli che lo vogliono fare. Nel frattempo, siamo impegnati a capire, come si dovrebbe fare prima di dare giudizi, e il saggio che citi ha infatti un intento esplorativo; contiene cose assai discutibili (una l’hai puntualmente citata nel tuo libro) ed altre più interessanti. Se uso il termine “rivoluzionario” (con qualche resistenza, perché il termine non mi piace, non riesco a liberarmi dall’idea che le cose umane non possono cambiare in un momento e che alla rivoluzione segua necessariamente la controrivoluzione) è perché lo usa Lahav (persona che stimo molto pur essendo molto diversa da me, leggiti le sue Riflessioni sulla rivista “Phronesis”) e perché è un termine vale in tutte le pratiche filosofiche, se fatte realmente con spirito filosofico. Perché, come dice Achenbach, la filosofia non “facilita”, ma “mette sul binario tutto ciò che può far deragliare il treno”, obbligando così a delle “conversioni” (Foucault lo conosci meglio di me e quindi sai cosa ne dice). Io, quelle poche volte che sono stato in azienda ho provato a fare quel che ripeterò ogni volta che ci tornerò: seminare dubbi, mettere in discussione le istituzioni consolidate, mostrare l’esistenza di opzioni totalmente diverse. Un’azione filosofica, che è anche un’azione politica, nel senso alto – etico e non strategico – della politica, quella che non ha bisogno del conflitto e che, anzi, può avvalersi della sua assenza per essere più efficace (leggiti Jullien). Infatti, i filosofi che scrivono codici etici sono uno dei miei bersagli preferiti: facciano pure, ma con la filosofia e con la consulenza non c’entrano niente.
Come vedi, di carne da mettere al fuoco ne avremmo tanta, e sarebbe esperienza utile per tutti. Basta che ci mettiamo a cucinarla fidandosi gli uni degli altri: la filosofia, dice Pino Ferraro, è impossibile senza la philia.
Un caro saluto a te,
Neri Pollastri
Premetto che non ho letto il libro di Dal Lago e che mi riferisco solo a quello che leggo ora, in questo sito. Premetto che credo nella consulenza filosofica.
Voglio aggiungere qualcosa a questa interessante discussione (complottismi a parte), se mi riesce.
Mi pare che non ci sia molto di strano nella polemica sollevata da Dal Lago, si tratta del tipo di critiche al quale converrà abituarsi e però rispondere con puntualità. Nel dettaglio, a mio parere, il problema nasce da una mancanza di informazione sulla questione della consulenza filosofica.
Se, come sostiene Dal Lago, il tema è per così dire di moda, non si capisce perché nei giornali si dia spazio prima a libri che attaccano la consulenza filosofica che ai libri che l’hanno storicamente fondata. Quale parvenza di logica in questo? Davvero, con tutta la buona volontà, non riesco a capirlo.
Dal Lago sostiene anche: Difendo invece l’idea di università (cara a Kant, von Humboldt, Max Weber e Karl Jaspers) come luogo di libera discussione e ricerca, e soprattutto come luogo che privilegia la teoria e non la pratica. La gratuità e non le parcelle. Ma siamo proprio sicuri che Kant o Jaspers non si rivolterebbero nella tomba nel sapere cosa accade in queste nostre facoltà di filosofia?
Oltre a ciò, per me è evidente che la crisi profonda del modo accademico di (non) fare filosofia ha lasciato il grande vuoto che la consulenza filosofica tenta, con grande fatica, di colmare. Certo, ci sono anche dubbi e perplessità, Pollastri per primo non le nasconde, anzi…
Eppoi libera discussione tra chi? Nelle università italiane? Dal Lago saprà che nelle facoltà di filosofia italiane non si fa filosofia, ma storia della filosofia. Chi può dire di aver davvero condotto una discussione filosofica all’università? Penso pochi.
Anche un’altra frase mi sorprende: La gratuità e non le parcelle.. Gratuità… Si dà il caso che i docenti universitari italiani siano pagati come neanche il più fortunato dei consulenti filosofici potrà mai sognarsi. La gratuità, casomai, è presa in considerazione nei testi di consulenti filosofici come Pollastri o Schuster.
Non dimentichiamo che, come ha ricordato Pollastri nel suo ultimo libro (Consulente filosofico cercasi), non risulta vi sia nessuno che, ad oggi, campa di consulenza filosofica in Italia.
Ma è evidente, purtroppo, che Dal Lago non conosce i testi di base della consulenza filosofica: almeno così appare, giudicando da ciò che ha scritto in questo sito. Nulla di male, intendiamoci: ma come impostare una discussione costruttiva in questo modo?
Saluti
massimo fontana
Anche sul quotidiano locale del Trentino, L’Adige, è stato dedicato ampio spazio, quasi una pagina intera, alla presentazone del libro di Dal Lago. L’articolo consta di una parte di prologo che,in sè, non mi sembra così critico nei confronti della consulenza filosofica: certo, la cornice (titoli, occhielli, box) con cui l’articolo viene presentato induce a pensare che si tratti di un’accesa polemica.
Non parlerò qui del “Business del pensiero” a cui prenderebbero parte le pratiche filosofiche e la c.f. E’ noto che solo pochissimi consulenti filosofici al mondo vivono unicamente della loro attività consulenziale e che, se business c’è, è quello relativo ai “corsi di formazione” in cui il pensiero potrebbe essere più un elemento accidentale che non uno essenziale.
Non ho ancora avuto modo di leggere il libro di Dal Lago, mi baso quindi sul prologo che ho letto: in esso non ho trovato menzione del fondatore della consulenza filosofica, Gerd Achenbach o di altri importanti teorici e ricercatori di tale disciplina come Ran Lahav o Eckart Ruschmann (per citare solo i più noti ma ce ne sono molti altri) ; mi auguro solo che nel libro ve ne sia notizia.
Sarebbe comunque importante rimarcare il fatto che la consulenza filosofica non è stata fondata da Epicuro, che, come nota Neri Pollastri, è più precursore della prassi terapeutica moderna che non della Philosophische Praxis.
Ho avuto l’impressione, invece, che il consulente filosofico, per Dal Lago, voglia atteggiarsi a moderno Epicuro, maestro di vita che applica i suoi discorsi filosofici a mo’ di farmaci. Questo, a mio avviso, è il punto saliente. Non è forse che è la stessa concezione di filosofia di Dal Lago ad essere epicurea?
In effetti, un elemento del prologo che ha attirato la mia attenzione è proprio quello relativo alla concezione di filosofia di Dal Lago. L’autore afferma che essa “è sempre pedagogica e maestra di vita”. In base a ciò deduce che il consulente filosofico, in quanto proponentesi come filosofo (ma non tutti i consulenti sarebbero d’accordo sul proporsi come filosofi) voglia anche fungere da “maestro di vita”, guida, consigliere per problemi esistenziali. Ma non è così. Almeno che al consulente filosofico non manchi una rotella! Non lo è anche perché sa che, all’infuori della vita stessa, nessuno può insegnare a vivere. Invece, uno dei pochi “insegnamenti” della filosofia è proprio il contrario: il vero saggio è colui che sa di non sapere e che per questo non si adagia mai sugli allori della certezza ma è sempre curioso del mondo e degli altri e desideroso di apprendere.
Per quanto riguarda il presunto complotto, vorrei fare una segnalazione:
ho inviato una lettera a L’Adige contenente le mie riflessioni dopo la lettura dell’articolo sopracitato: ebbene, ho anche scritto “Come scrive il consulente filosofico Neri Pollastri nel suo ultimo libro : ‘Un filosofo, se è tale, ha in primo luogo ben più da apprendere che da insegnare. La sua sapienza è in discussione, non è certa: egli infatti è philosophos, non sophos; ambisce al sapere, non è già sapiente’. (Consulente filosofico cercasi, Apogeo, 2007).
Ebbene, la lettera è stata pubblicata ieri ma queste righe sono state tagliate, eppure non avevo certo superato il limite delle righe a disposizione… Mah, mistero…
La discussione sembra accendersi. E questo è un bene. Anche se si corre il rischio che anch’essa finisca per perdersi nelle maglie della chiacchiera nazionale…
E’ il caso di ricordare tanto all’accademico Dal Lago quanto al Consulente Pollastri che la filosofia è una, sempre la stessa nella sua pluralità, ma che le pratiche attraverso cui si realizza sono molte, molto diverse, in qualche caso incompatibili.
La pratica nella quale è coinvolto Dal Lago (considero una svista la sua osservazione sul privilegio “teorico” dell’Università), è insieme quella del suo lavoro nelle aule uniersitarie, della ricerca, dell’editoria, dei rapporti con gli studenti, i colleghi, l’isituzione: essa impone ben definite strategie discorsive, un modello di linguaggio, di verità e di “scientificità” (anche quando volutamente le trasgredisce come nella forma del “pamphlet senza scopo di lucro” inaugurata da Dal Lago).
La Consulenza Filosofica si realizza attraverso una pratica diversa e quindi una differente strategia discorsiva, un altro linguaggio, un altro modello di verità.
Credo che alcuni filosofi, più sensibili (e Dal Lago è certamente fra questi) se ne rendano conto anche senza aver ancora nè affrontato criticamenhte la bibliografia, nè soprattutto aver mai avuto occasione di trovarsi in una situazione reale di Consulenza Filosofica. Costoro avvertono un pericolo e ora cercano di dargli un nome, di farlo emergere, di portarlo nel discorso. E’ quello che fa anche Dal Lago nel su libro con tutta la sequenza delle sue osservazioni, alcune serie, altre superficiali, non ha importanza. Il vero pericolo che essi percepiscono e che non possono ancora nominare è un altro. E’ l’imprevisto ruolo critico di questa diversa pratica della filosofia. Con la sua semplice presenza, con la sua sola possibilità, la Consulenza Filosofica (personalmente preferisco parlare di “Pratica Filosofica”, ma è un dettaglio), non può non chiamare la filosofia istituzionalizzata a rendere conto di se stessa, del suo ruolo pubblico, della sua natura perduta di critica della cultura, della sua attuale inadeguatezza e marginalità rispetto allo stato del mondo. E’ comprensibile, è giusto che soprattutto l’intellettuale di sinistra reagisca di fronte a questa chiamata in causa. C’è solo da sperare che dopo queste prime inessenziali battute polemiche si possa imboccare una strada comune. Perchè a fronte della situazione attuale, c’è bisogno di ogni energia disponibile per mettere in luce le radici della disagio.
Stefano Zampieri
Consulente Filosofico
Scrivo un commento haiku, anche per le ferie estive che mi faranno assentare, che proviene da un punto di vista di un pedagogista che ha intrapreso la strada formandosi nella consulenza filosofica ed è all’inizio del cammino. Sottolineo che essere pedagogista non significa occuparsi di bambini, in alcune università come quella che ho frequentato io (con Madera e Natoli) il taglio è dichiaratamente filosofico.
Dal lago, di cui ho potuto apprezzare notevoli opere su Bateson sul disagio, è caduto in una grande tentazione, riempire il vuoto con un testo “contro ” la consulenza filosofica tout court, operando delle grandi genaralizzazioni sulla filosofia e sulla consulenza filosofica usando esempi e strutture strumentali.
Un testo che poteva anche evitare di scrivere, che però denuncia anche, dopo averne letti molti, ed in questo do ragione a dal lago (e puo’ esere una risorsa ed una riflessione), una forte debolezza delle pubblicazioni sulla consulenza filosofica.
Sono veramente poche (Raabe è uno di questi, manualistico anche se datato, e alcuni articoli di Neri Pollastri, Madera, Galimberti).
Nelle generalizzazioni che sono fantasmi Dal Lago puo’ avvicinarsi benissimo anche alla psicologia, sempre in internet sono presenti siti psico che organizzano cene Psicologiche, vacanze di training autogeno eccetera.
Al nostro sociologo, chiederei invece di soffermarsi su alcuni aspetti che sono devianze della psicologia oppure della filosofia, come le diagnosi e e terapie via mail (che soprattutto interessano i siti psicologici) dove viene tolta la relazione, lo strumento e la risorsa del counseling.
Non credo nelle generalizzazioni, non credo nelle categorie (filosofi, psicologi, sociologi) ma credo nelle persone.
Nella mia esperienza di lavoro di ricercatore ho trovato e mi piacerebbe condividere, psicologi che di etico nelle terapie e nell’esercizio della dipendenza non avevano nulla di psicologico, mentre altri con cui ho collaborato sono grandissime persone.
La generalizzazione e l’attacco tout court è una trappola per i propri fantasmi.
cordialmente
Fanrizio Arrigoni
Da Antonio Cosentino
Caro Dal Lago, caro Pollastri,
scusate se mi intrometto, mi verrebbe da dire… ma la vostra è una polemica che mi tocca in più sensi per cui sento il bisogno di dire anche la mia sull’argomento in discussione. Dal Lago scrive, nel suo intervento dell’8 agosto, “la philosophy for children non l’ho inventata io”. Beh, non l’hanno inventata neanche i consulenti filosofici! La confusione – bisogna ammetterlo – regna sovrana nella compagnia di chi, dall’esterno, dopo anni di intenzionale e ben premeditato silenzio (Non mi riferisco, in questo caso, specificamente a Dal Lago), si vede costretto dagli eventi a parlare di fenomeni che hanno una certa carica eversiva rispetto all’ordine costituito. La philosophy for children l’ha “inventata” lo statunitense Matthew Lipman nei primi anni Settanta del secolo scorso e il sottoscritto, insieme ad altri, la ha “tradotta” in Italia, oltre che in italiano a partire dagli anni Novanta (Su questa storia c’è tanto da leggere, per chi vuole capire le cose e non liquidarle usando il filtro degli schemi già bell’e pronti).
Nel termine “invenzione” di Dal Lago c’è, evidente, una serie di rinvii semantici sotterranei e maliziosi che evocano, a volerli esplicitare, il senso dell’improvvisazione, della futilità, dell’usa e getta, della presunta “infantilizzazione della filosofia” (attribuita per malaccorta estensione anche alla consulenza filosofica). Basterebbe dare un’occhiata ad un lavoro come _Thinking in education_ (Cambridge University Press) per capire al volo che Lipman non ha “inventato” un giocattolo, oppure, più semplicemente, leggere il suo saggio _Pratica filosofica e riforma dell’educazione_ (pubblicato nel Bollettino della SFI n. 135 del 1988) per accorgersi che la philosophy for children di Lipman è il risultato di un percorso di riflessione che mette in conto fattori culturali, pedagogici e politici (lo sottolineo), oltre che filosofici che attraversano l’intera tradizione occidentale. A leggerlo bene (e, anche, col senno di poi), quel saggio contiene l’annuncio di una possibile rivoluzione dei sistemi educativi nati dai dispositivi di disciplinamento e vincolati alla ragione di stato.
E siamo alla politica. Sono d’accordo con Pollastri quando sostiene che oggi la politica efficace (potenzialmente) la filosofia non la può fare più (di fatto, non la fa) lavorando “all’ingrosso”, per usare una espressione di Gerd Achenbach. I poteri da combattere, lo sappiamo, non sono più lo Stato, la Chiesa, il capitale e la lotta non è più di classi contrapposte. L’impegno politico della filosofia (e qui ci vedrei bene la vecchia espressione “filosofia civile”) non si attiva certo nelle università (meno male che entrambi vi siete riferiti ad una “idea” di università, escludendo, prudentemente, di riferirvi alla “realtà” universitaria italiana). La filosofia cosiddetta “accademica” si esaurisce nella disciplina e, tranne qualche rara eccezione, resta ripiegata su se stessa; è prevalentemente orientata alla trasmissione e alla perpetuazione di un sapere sclerotizzato, maniacalmente esegetico e di rimasticamento storico e filologico. Quale formazione ne ricavano i giovani? Intendo dire, quale orientamento verso la vita e il mondo che li circonda? Dov’è il pensiero critico? Dove la capacità di pensare con la propria testa? Nella università in cui ho il privilegio di tenere un “seminario di tirocinio” (non è un corso, state tranquilli!) denominato “Filosofia in pratica” gli studenti si imbattono in enormi difficoltà quando sono messi di fronte alla sfida di riflettere filosoficamente “in proprio”, senza ripetere quello che ha detto Platone, Hegel o Croce. Direi che il primo passo di una filosofia civile, impegnata politicamente, è questo: mostrare in azione uno stile di pensiero e di vita improntato alla radicalità del domandare e sperimentare l’esercizio del pensiero creativo, ma anche rigoroso; imparare a prendersi cura del proprio pensiero e di quello degli altri, di se stessi nel mondo, e così via.
Chi è capace di fare tutto questo, o, quanto meno, di riconoscerlo, di favorirlo, di sostenerlo? Sicuramente una filosofia che si traduca in azione riflessiva e si misuri con i contesti di vita (soprattutto quelli in cui le coscienze sono più opacizzate dalla burocratizzazione, dalla gerarchia organizzativa, dalla comunicazione mass-mediale), una filosofia che metta tra parentesi i suoi contenuti disciplinari e si presenti non come maestra di verità, ma come pungolo ed ambiente comunicativo ed etico in cui ognuno, senza dover rinnegare se stesso, possa sottoporre ad esame la propria esperienza nel mondo.
È la consulenza filosofica la risposta a questa istanza di senso? È la pratica della “comunità di ricerca” della philosophy for children? È la filosofia in azienda o altre proposte simili? Sì e no, dipende… Così come ci sono quelli che propongono la filosofia per i bambini facendo esattamente quello che paventa Dal Lago, ci sono anche consulenti filosofici che propongono le pillole di felicità. L’importante, in questa situazione, è non fare di tutta l’erba un fascio e non affidarsi troppo all’informazione giornalistica; non confondere titoli trionfalistici come “Platone in classe!”, “Socrate al mercato”, “Piccoli filosofi in azione!” con cose serie quali sono la Philosophy for children di Lipman e la consulenza filosofica che sostiene Neri Pollastri.
I miei più cordiali saluti.
A. Cosentino
Cari amici,
il dibattito prosegue, evviva. Mi sembra però che su molte questioni ci sia tra noi un conflitto, nel senso dello Streit kantiano, mica di una guerra, in realtà non componibile, nel senso, talvolta, di un’incomprensione lessicale, oltre che semantica. Per es. Pollastri nella sua risposta al mio intervento, qui gentilmente ospitata, prende una mia considerazione di fatto – che ho scritto una ventina di libri e sono noto – come una prova di autoritarismo culturale. Forse perché sono un volgare sociologo, a me sembra ovvio che si tratta di una condizione oggettiva. Quando Neri avrà scritto venti libri, anche lui sarà più noto ecc. E in fondo il suo lamento per la scarsa visibilità del suo ultimo libro non conferma la stessa realtà?
Ma, a parte questo, mi colpiscono due aspetti, nei commenti al mio infame pamphlet. Il primo è il rigetto della flosofia universitaria, su cui concordo in linea di principio., anche se ci sono un sacco di filosofi che non fanno solo storia (su, non generalizziamo). Ma perchè prendersela con l’università in toto? E’ vero che oggi fa schifo, soprattutto in Italia, ma l’idea originaria è ancora ottima. Si basa sul merito, accertato da una comunità presunta, non sul mero mercato, in cui anche le schifezze possono avere sucesso (vedi narrativa contemporanea). O sull’autopromozione. E’ l’idea medievale, sopravvissuta in Humbold, Kant, Jaspers e- per chi è cattolico – nel cardinale Henry Newman. Scusatemi, cari amici, ma in queso vostro rifiuto non c’è una faccenda di volpi e uva?
Ma una cosa mi ha veramente colpito, l’idea che la filosofia non vuole più occuparsi di conflitto, di stato ecce. ma di domande, cura di sé ecc. E chi l’ha detto? Lo dite voi, ma ci sono innumerevoli filosofi, dell’altroieri, di ieri e anche di oggi che non la pensano così. Il mio ideale è Cavaillès, morto fucilato, quando è stato chiamato a praticare la libertà teorica, e non Hadot, che sarà anche un valido storico della filosofia ellenistica, ma non molto di più (anche voi avete i vostri numi accademici, è ovvio, come si vede dai master universitari in consulenza). Il mio ideale è Spinoza, non Heidegger. Nietzsche, non Sgalambro. Jaspers, non Giovanni Gentile. Foucault, non Hadot. Insomma, criticatemi per quanto volete per le mie inesattezze o per il mio “autoritarismo culturale”, ma non fate finta di credere che il conflitto- di valori politici, di idee, di mondi e di stili, – non c’è, solo perchè a qualcuno di voi va un po’ largo o stretto. Cari saluti
Dal Lago
Volendo tirare le prime somme, mi sembra che il discorso di Dal Lago si riduca soprattutto ad una considerazione: la consulenza filosofica si occupa di “cura di sé” e non di “conflitto” (di idee, stili, valori politici, mondi).
Non capisco bene per quale motivo debba essere una mancanza per un filosofo occuparsi di “cura di sé”, o perché questa dovrebbe ostacolare una filosofia del “conflitto”.
Per questo continuo a non comprendere bene dove si vuole andare a parare.
A meno che l’accusa di Dal Lago non venga riformulata in questo modo: attenzione a non trascinare la filosofia giù, nella melassa new age, a prescindere dal fatto che ci si occupi di “cura di sé” o di “conflitto”.
Questa la comprenderei meglio e la condividerei.
Saluti a tutti.
massimo fontana
P.S. Non posso non notare che Foucault, che Dal Lago contrappone proprio a Hadot (nella prospettiva del suo discorso contro la filosofia come “cura di sé”), si occupò diffusamente di “cura di sé”, tanto che Rovatti nel suo ultimo libro (La filosofia può curare), se non ricordo male, ne trae ispirazione in modo assai esplicito.
Provo ad “intromettermi” anch’io in questo interessante dialogo sulla CF, tentando di non far degenerare il tutto in una discussione di Folk – Philosophy.
Personalmente non credo sia così vero che la CF abbia questa scarsa visibilità. Certamente non gode delle principali attenzioni, ma per chi è davvero interessato agli spazi esistono e le occasioni per chi ancora non la conosce ci sono. Per citare alcuni esempi a cui mi è capitato di partecipare: La presentazione dell’ultimo libro di Achenbach presso la libreria Rizzoli a Milano, la conferenza tenuta dal professor Lahv presso la scuola di Counselling Filosofico, Corsi Universitari in cui la CF viene esplicitamente discussa e affrontata (nella fattispecie quelli del Professor Natoli presso la facoltà Vita e Salute San Raffaele, ma so di iniziative analoghe anche a Venezia grazie al lavoro del professor Màdera). Certamente il grande pubblico la ignora, ma non crediamo che altre discipline godano di spazi maggiori…
E dopotutto sono solo (anche se qualcuno propenderebbe per un “già”) 4 o 5 anni che in Italia si parla davvero di CF nell’accezione moderna del termine.
Riguardo al tema universitario, la posizione generalmente espressa dalla comunità dei consulenti, è certamente critica e severa, ma mai nichilista. Non credo che nessuno voglia la “morte” delle università, le quali anzi sono un serbatoio prezioso e insostituibile di profonde ricerche teoriche. Non sono un nemico da distruggere, ma un referente con cui dialogare. La “Filosofia del conflitto”, come facente parte della vita e dell’animo umano è parte della CF, ma ancora una volta non come distruzione di ciò che è altro da me, ma come occasione di incontro/scontro che renda necessario la messa in discussione di ogni mio presupposto.
Un saluto L.L
Siccome da un po’ di anni si tengono in alcune università italiane (ad es. Venezia e Pisa) dei master sulla consulenza filosofica, trovo che sarebbe interessante vedere un po’ che fine hanno fatto coloro i quali hanno frequentato e portato a termine suddetti percorsi di studio post-laurea. Che fanno adesso? Sono dei liberi professionisti, dei cocopro, dipendenti a td o ti oppure sono disoccupati? e se hanno trovato lavoro, è stato grazie al master? lavorano per il settore pubblico o privato? sono effettivamente così richiesti come sembrerebbe trasparire dal successo del Festival della Filosofia?
Grazie ed un saluto
Caro Andrea,
in realtà non è poi molto che si tengono master in consulenza filosofica nelle uiversità, e l’unico concluso (neppure da molto tempo) è quello di Pisa. Francamente non so dirti cosa stiano facendo i suoi frequentatori: ho rapporti solo con due, che fanno quello che facevano prima, l’insegnante di scuola superiore. Sono infatti due tra i molti che stanno occupandosi di Consulenza Filosofica per passione più che per lucro, perché hanno capito che nell’immediato il mercato non promette granché. L’ho scritto con un certo dettaglio nel mio ultimo libro: chi oggi si diriga in questo settore, sappia che andrà a collaborare alla creazione di un terreno culturale, di una rosa di modelli, di una rete professionale che – se i segnali che vengono dai Festival di Filosofia hanno qualcosa di vero – porterà in futuro all’affermazione delle “Pratiche Filosofiche” – di cui la consulenza è una delle più interessanti e rappresentative.
Un vero mercato, oggi, non c’è. Le aziende, per il momento almeno, non sono interessate ai filosofi (se non per far loro fare altri mestieri). Gli enti pubblici non sanno dove collocare un consulente filosofico e, comunque, non hanno soldi per pagarlo. Rimane quindi solo l’imprenditoria nella consulenza individuale, ma anche qui la domanda è bassa, per la poca conoscenza della materia nel pubblico più vasto, per le continue e spesso poco fondate critiche cui va incontro, per la mancanza di iniziative di propaganda da parte di chi la pratica (i filosofi, si sa, hanno poca dimestichezza con il denaro e con il mercato).
Tutto questo l’associazione Phronesis lo spiega sempre a tutti coloro che si affaccino sulla materia attraverso le sue finestre e io l’ho scritto molto chiaramente nel mio libro. Non so se gli altri soggetti del settore facciano lo stesso, ma certo non lo fanno i giornali.
Un caro saluto,
Neri Pollastri
Egr. Prof. Pollastri,
Il Suo libro “Consulente filosofico cercasi” l’ho comprato in occasione di pordenonelegge.it quando sono venuto ad ascoltare la conversazione tra Lei ed il prof. Rovatti al Teatro Verdi. Ho letto il Suo libro, ho letto “La filosofia può curare?” ed ho letto il libro del prof. Dal Lago “Il business del pensiero”. Forse non li ho letti attentamente ma hanno comunque destato la mia attenzione e la mia curiosità.
Sebbene abbia assistito all’interessante dibattito svoltosi a Pordenone, ci sono un paio di cose che ancora non mi tornano. Approfitto pertanto della Sua cortesia e di quella degli altri frequentatori di questo blog per porre due questioni che avrei voluto porre nel corso del dibattito pordenonese ma che, per motivi di tempo, non mi è stato possibile:
1. La consulenza filosofica SI PAGA. Pertanto credo sarebbe più corretto non usare il termine “ospite” per definire il consultante ma il termine “utente”, tanto più che, nel percorso di consulenza, il consulente filosofico dispone di strumenti intellettuali (=sapere) più forti di quelli del consultante (=potere). La ratio che sottende l’uso del termine “ospite” mira a da una visione secondo cui il rapporto consulente/consultante è paritario, ma, a mio modestissimo parere, tale parità non vi può essere per i due motivi che ho illustrato.
2. In riferimento alla tematica “filosofia e azienda” ritengo che sia necessario fare ancora alcune precisazione. Lei, in “Consulente filosofico cercasi” fa Sua la lettura di Norberto Bobbio secondo cui il mondo organizzativo e aziendale è una realtà marcatamente antidemocratica, mentre non mi pare che la stessa lettura sia attribuibile al prof. Vitullo, che in “Leadership riflessive”, le ritiene essere le agorà dei giorni nostri [p. 119]. Sono conciliabili la Sua visione con quella del prof. Vitulllo? A me non pare proprio, anzi mi sembrano totalmente divergenti. Sia ben chiaro che non pretendo che tutte le opere pubblicate nella medesima collana diano la stessa lettura della realtà ma a me la questione azienda/agorà pare cruciale.
Un cordiale saluto
Andrea
Caro Andrea, vorrei rispondere alla tua curiosità in merito all’occupazione dei “masterizzati” in Consulenza Filosofica. Ho frequentato il master in consulenza filosofica di Pisa e dopo ho collaborato con una società che si occupa di sviluppo organizzativo. Mi sto muovendo nel campo della consulenza filosofica in azienda anche se chiamarla così genera qualche “paura” nel manager che richiede una consulenza o un intervento nella sua organizzazione. Dalla mia esperienza posso dirti che le varie discipline come la psicologia del lavoro, la filosofia e lo sviluppo organizzativo spesso utilizzano nomi diversi per indicare le stesse cose. Principalmente in azienda facilito riunioni (comunità di ricerca), utilizzo il dialogo socratico per fare in modo che i dirigenti esplicitino in maniera chiara i loro obiettivi, infine lavoro sui gruppi (dipendenti) per creare senso di appartenenza o migliorare il clima organizzativo. Io lo faccio con gli strumenti che mi ha dato la filosofia, ma ritengo fondamentale ampliare le mie conoscenze in materia facendo dialogare fra loro discipline diverse.
In realtà non siamo “così richiesti” come ti chiedi tu nel tuo intervento, perchè un dirigente aziendale non decide spontaneamente di rivolgersi a un consulente filosofico. Per la mia esperienza però posso dire che la filosofia ci ha reso capaci di “portar fuori” i loro bisogni/problemi, spesso inconsapevoli, e ci ha fornito gli strumenti per aiutarli a risolverli.
Un caro saluto!
Giovanna
Salve
in merito alla parola “ospite” e al fatto che Andrea la ritenga in odore di “parità” nella situazione inaugurale consulente/consultante, la quale vede la pratica filosofica in fieri: personalmente penso che la parola in sè non porti altro che il segno affidato ad un tentativo di uscire dalla gabbia della parola “paziente”, quando quest’ultima si intesa in senso passivo e di attesa rispetto ad una tuttologia di patologie forti o leggere; l’ “ospite” perchè non potrebbe essere anche così come lo tratteggia la CF?
Perchè non usare una parola che è un serio tentativo di ripensare il rapporto tra chi chiede qualcosa al filosofo “competente” quando questo, in tanti casi, potrebbe fare presente al “paziente” una cosa che la psicologia, classicamente, non riconosce quasi mai: il fatto semplice e complesso, nello stesso tempo, che vede il consultante come umano capace di riconoscere in sè, attraverso una pratica eventualmente “socratica” in senso vecchio e nuovo, e capace di risvegliare quello che ha già dentro di sè;
io penso che uno dei vantaggi della consulenza sia proprio questo: una opzione in più per avvertire una sorta di “risveglio” cui fare capo, ed inizio, secondo una nuova situazione “filo-sophica” che voglia dare conto di sè come appagata o “inquieta”, ma viva, coscienza di sè;
non potremmo avvicinarci alla filosofia anche attraverso la consulenza per scoprire che tale “bene” è un portato già in nostro possesso? ripensare e praticare questa idea, e con questo il riconoscimento di una pratica di vita che è sempre filosofica: proprio quando si riconosce che filosofia significa anche prendersi cura del proprio sapere, di quello che si sa proprio perchè fa riferimento a ciò che si fa;
se poi tutto questo può accadere anche dietro consensuale scambio consulenza-denaro io non vedo come possa mandare in crisi qualcuno…
quante cose oggi compriamo, vendiamo, acquistiamo senza sapere: in politica, in società con gli altri, nel consuno quotidiano senz
a criticare poi tanto?
perchè dovremmo criticare tanto la filosofia se prende questa via?
Manuel
Con un ampio ritardo (mi manca il tempo per seguire tutti i forum sui quali mi capita di intervenire), rispondo a due sollecitazioni venute da Andrea e Giovanna.
Andrea scrive:
Ospite non indica solo il fruitore di un servizio gratuito: l’ospite di un albergo, ad esempio, paga. Come scrive anche Manuel, io credo che si insista troppo su questo tema del pagamento, forse per vecchi e maldigeriti assunti liberal-marxiani, che dovremmo tornare ad esaminare. Credo che in Consulente filosofico cercasi sia indicato in modo piuttosto chiaro in che senso la relazione di consulenza deve essere paritaria, ed in che senso non può esserlo. L’uso di “ospite” fa riferimento al primo senso, che è importantissimo (e anche difficilissimo, come dimostra questo dibattito) promuovere, perché senza di esso la consulenza non esiste e si trasforma in altro (psicoterapia, consiglio esistenziale, formazione, ecc.). Se quel senso di pariteticità si afferma, allora anche il rapporto potere/sapere (sul quale, sottolineo, è sempre opportuno vigilare) è del tutto superato.
Ancora Andrea scrive:
Sul punto da lei indicato, la mia risposta è: probabilmente no. Però mi sembra interessante sottolineare che Andrea Vitullo (che conosco bene e stimo) non è un filosofo, e perciò segue una sua propria strada, all’interno delle pratiche filosofiche, che non è direttamente riconducibile alla consulenza filosofica e alla achenbachiana “philosophische Praxis”.
Da questo punto di vista, sono interessanti alcune frasi di Giovanna:
Se capisco bene, la filosofia in azienda farebbe cose analoghe alla psicologia del lavoro e allo sviluppo organizzativo, seppur chiamandole con nomi diversi. Ebbene, sono quasi dieci anni che mi oppongo a questa lettura: se il filosofo in azienda fa cose analoghe a quelle di altre discipline, che lo dica e chiami le cose con il loro nome! Altrimenti è un millantatore. Io, per quel poco che ho lavorato da filosofo in azienda, vi ho fatto cose diverse. E, per l’appunto, non ho fatto niente di quel che dice di fare Giovanna:
facilito riunioni (comunità di ricerca), utilizzo il dialogo socratico per fare in modo che i dirigenti esplicitino in maniera chiara i loro obiettivi, infine lavoro sui gruppi (dipendenti) per creare senso di appartenenza o migliorare il clima organizzativo. Io lo faccio con gli strumenti che mi ha dato la filosofia, ma ritengo fondamentale ampliare le mie conoscenze in materia facendo dialogare fra loro discipline diverse.
Personalmente, le riunioni le “complessifico”, non le facilito, cioé vi metto in discussione principi come il verticismo decisionale, il profitto come fine in sé, la collaborazione come attività scevra di coinvolgimento personale, l’etica vigente, ecc.
Non mi interesso all’esplicitazione degli obiettivi (che alla filosofia non interessano mai), ma semmai all’esplicitazione dei valori che supportano tali obiettivi, per verificare se e dove confliggano con altri valori (la competitività, ad esempio, confligge sempre con la carità).
Soprattutto, mi guardo bene dal lavorare sui gruppi per creare appartenenza e migliorare lo spirito organizzativo! Queste sì che sono cose da psicologi e formatori d’azienda! Ce lo vedete Socrate che, invece di discutere cosa sia il Bene, si occupa di far star bene assieme i suoi compagni di dialogo??
Ecco, quando vedo che dai master universitari escono persone che fanno questo (cosa legittima, intendiamoci) e dicono di fare il consulente filosofico (cosa, questa, illegittima), allora mi lamento ancor più del modo in cui Dal Lago ha scritto il suo libro: perchè queste cose, giustamente, le stigmatizzava, ed io vorrei avere in lui un alleato nel tenerle fuori dall’universo della consulenza (né Achenbach, né Vegleris, che lavorano spesso in azienda, fanno cose come quelle indicate da Giovanna!), invece che un avversario che mi attacca nonostante la pensi su questo come lui!
Un caro saluto a tutti e Buone Feste,
Neri Pollastri