Il corpo del nemico ucciso
Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea
di Giovanni De Luna
Einaudi, 2006, pp. 302+xxviii, Euro 25,00
A questo libro forse non sarei mai arrivato, se non fosse stato perché lo cita più di una volta Adriana Cavarero nel suo Orrorismo; e mi sarei perso qualcosa. E’ scritto da uno storico, non da un filosofo, ma ciò di cui si occupa, il rapporto fra morte e guerra, mediato dal corpo (quello del nemico ucciso, come recita il titolo, ma anche quello del nemico violato e quello dell´amico morto ma più spesso onorato), deve avere un posto nella riflessione di chiunque, e a maggior ragione di chi crede nella pratica della filosofia. Perché l´onnipresenza della guerra e della violenza, in tutto il Novecento e con sempre maggiore insistenza negli ultimi decenni, negli ultimi anni, è cosa che agisce in profondità, rendendo assai poco stabile la «visione del mondo» e il nostro atteggiamento nei confronti del mondo e degli altri esseri umani. Uso il plurale perché penso di non essere l’unico a sentirsi molto a disagio di fronte alle uccisioni e agli eccidi, alle torture, alle violenze, alle immagini di corpi martoriati e straziati, quando non anche deturpati e sbeffeggiati dopo la morte. E dire «a disagio» è solo un eufemismo.
Il libro ha due parti dedicate rispettivamente alle guerre del Novecento (la seconda) e alle guerre postnovecentesche (la terza), che si possono definire più storiche; la prima parte (i capitoli I-III) e l’Epilogo hanno invece un carattere più teorico. La prima parte riguarda specificamente le fonti: che nel caso del lavoro di De Luna sono i corpi dei morti in guerra, «corpi-documento, studiati prevalentemente utilizzando le fotografie o altre immagini». Non solo fotografie o immagini, certo, ma anche tutti i documenti che arrivano dalla medicina forense, dall’antropologia, dai testimoni diretti e dalle narrazioni letterarie o giornalistiche, e altre ancora; ma le fotografie generano un problema in più, perché per lo scatto i corpi spesso sono «messi in posa, sceneggiati, esposti alla luce»; non si possono trascurare né le intenzioni di chi quelle immagini ha generato, né la considerazione del loro senso come media. Le annotazioni dello storico a questo proposito sono generose di spunti anche per chi si preoccupi di comunicazione (in generale e nello specifico di temi relativi a violenza, morte, guerra) e non valgono solo come cautele metodologiche davanti a un territorio inquietante rispetto al quale l’autore ha bisogno di prendere fiato e non lasciarsi cogliere dalle vertigini:
Lo storico che si avvicina a quelle immagini [scrive De Luna a proposito della documentazione fotografica sui lager nazisti, ma l’osservazione è ampiamente generalizzabile] lo fa con una sorta di timore reverenziale, consapevole che si tratta di un corpus documentario che appartiene alla storia dell’umanità e di trovarsi ai margini di un «buco nero» in cui rischia di precipitare sia il suo abito professionale che la propria dimensione esistenziale: al confronto con quei documenti non è consentita nessuna ingenuità metodologica, nessun compiacimento narrativo; in questo caso, la stessa verifica del «vero» e del «falso», l’asse portante di ogni «critica delle fonti», tende a superare il significato che le si attribuisce all’interno della metodologia della ricerca storica, per assumere una portata molto piùà ampia, legata a un dibattito che sfiora le ragioni ultime della nostra civiltà. [p. xiv]
Nel leggere il testo colpisce ripetutamente, oltre all’orrore delle violenze, lo stridere del contrasto fra la progressiva estensione, nel corso del Novecento (a partire dalla prima Convenzione di Ginevra del 1929), della disciplina giuridica, delle norme del diritto umanitario sul trattamento dei corpi dei nemici uccisi, sulla tutela di feriti e prigionieri, sul rispetto dei civili, da un lato; e la brutalità dell’effettivo comportamento dei belligeranti nelle guerre fra Stati e delle parti opposte nelle guerre civili, nelle guerriglie e in tutte quelle altre forme di conflitto che il diritto internazionale sta ancora faticando a definire e classificare. Non si è mai parlato così di tanto di rispetto delle popolazioni civili, eppure nella prima Guerra mondiale le vittimi civili furono circa il 5 per cento del totale, mentre nei conflitti di fine ventesimo secolo si è arrivati anche sopra il 90 per cento. Con buona pace dell’opzione «zero morti» americana, che vale solo per i propri militari (salvo poi dimostrarsi solo wishful thinking nella pratica) e per il nemico vale al più solo perché i corpi uccisi non si contano o si cerca di non farli vedere.
E l’incredibile gioco fra nascondere (non solo e non tanto per occultare le prove, c’è anche questo; ma per aumentare la sofferenza di chi non riesce nemmeno a sapere con certezza se una persona cara è morta, e non può cominciare a darsi pace dando una dignitosa sepoltura) e mostrare (per dare l’esempio, per dissuadere, o per svilire ulteriormente) il corpo dell’ucciso: desaparecidos, fosse comuni, sepolture senza nome, corpi in cenere; e dall’altra cadaveri impiccati esposti al pubblico e profanati, teste mozzate, magari messe in posa con una sigaretta fra le labbra. Le strategie dell’uso del corpo del nemico ucciso sono molte e quasi mai il rispetto vi fa capolino. Prevale sempre più un atteggiamento sconvolgente: il nemico non va semplicemente ucciso, va annientato - anche dopo morto.
Dopo circa 300 pagine di orrori, De Luna riesce ancora a concludere con una nota positiva, o quantomeno di augurio:
Le immagini terribili che abbiamo incontrato in questo libro possono […] rivelarsi l’humus in cui può germogliare non solo il rifiuto della guerra ma anche uno dei principi fondamentali a cui ispirare le nuove regole di un mondo minacciato da una violenza militare illimitata; «empatia cosmopolita» l’ha definita Ulrich Beck. Oggi, l’orrore per quelle violenze ha cessato di essere un moto dell’anima individuale, quel segmento di autocoscienza con cui si era confrontata Susan Sontag. Proprio la loro enorme diffusione mediatica ne ha radicalmente alterato le modalità di fruizione fino a costruire una comunità empatica dai confini enormemente dilatati, una globalizzazione delle emozioni in cui ogni essere umano può accedere alle sensazioni di tutti gli altri, condividere la stessa «compassione» nei confronti del dolore degli altri. [p. 291]
Il pensiero delle mille micro-violenze quotidiane, nella famiglia e nei rapporti con il vicinato o sul posto di lavoro, mi fa temere che sia piuttosto vero il contrario. Speriamo abbia ragione De Luna.

