Una riflessione sulle cose e la cosa

Francesca Rigotti in occasione dell’uscita del suo libro Il pensiero delle cose ci propone una riflessione sul tema “le cose, la cosa”:
Perché parlare di cose quando le cose sembrano scomparire rapidamente dalla nostra esperienza, sostituite da copie di cose o da cose virtuali, che non richiedono più di essere maneggiate e manipolate ma soltanto percepite da pochi sensi selezionati, i sensi che agiscono “a distanza”, come vista e udito? Occuparsi di cose è un’operazione nostalgica, rappresenta una posizione di retroguardia?
Che senso ha oggi riferirsi alle cose quando l’unica cosa che utilizziamo alla fine sono i tasti premuti dai polpastrelli: tasti per accendere interruttori, aprire sportelli dell’automobile, del treno, dell’autobus, o i pulsanti da premere per azionare distributori, rubinetti, porte automatiche, erogatori di qualsiasi cosa, dall’aria calda che ci asciuga le mani al biglietto del parcheggio? Forse ci accorgiamo delle cose e ne parliamo proprio perché le scacciamo dalla vita ma non dalla coscienza, forse perché ci mancano e vorremmo invece poterle ancora maneggiare e manipolare e non sempre e soltanto scansare, “vedere ma non toccare”, come sembra essere il motto dell’oggi?
Che sarà di noi, mi chiedo, privati come siamo della capacità di agire sulle cose, di compiere azioni manuali anche minime come accendere uno zolfanello, una cosa quasi miracolosa (strofini la capocchia ed ecco la fiamma sprigionarsi dal legno), o di costruirci una cosa (e già lo zolfanello si rivela un’impresa difficilissima al di là delle nostre forze).
Diversi anni fa, mentre eravamo in visita alla basilica di Santa Maria dei Frari a Venezia alla ricerca della tomba di Monteverdi al quale esprimere la nostra venerazione, osservò un figlio allora piccolo mentre ammirava stupito il coro ligneo intagliato: “Ma oggi c’è ancora qualcuno che sa fare queste cose?”. Probabilmente no, fu la risposta. Ma che cosa faremo quando avremo perduto non soltanto i cori lignei intagliati ma anche le cose più banali, la porta, l’ombrello, la finestra, la cosa che ci interessa, che è in causa e di cui ho voluto parlare in questo libro? E la cosa, poi che cosa è?
La cosa in italiano deriva il suo nome dal latino volgare causa, che ha sostituito il termine del latino classico res, e questo vale anche per tutte le lingue neolatine. Causa in quanto ragione, motivo. O anche in quanto questione, faccenda, ciò di cui si tratta, ciò che è in causa. L’italiano “cosa”, contrazione di causa (cfr. un parallelismo analogo in tedesco, tra Sache/cosa e Ursache/causa), nel senso di ciò che ci sta a cuore, che riteniamo tanto importante da coinvolgerci nella sua difesa. La cosa è dunque ciò che ci interessa, ciò che è in causa, ciò che ci interessa così tanto che forse non vogliamo davvero esserne privati.
Francesca Rigotti

