Adriana Cavarero: la violenza e l’orrore
Adriana Cavarero
Orrorismo
Feltrinelli, Milano, 2007, p. 176, Euro 14
Il titolo è un neologismo: forse non suona tanto bene, forse non riuscirà a conquistarsi un posto definitivo nella lingua italiana. Ma Adriana Cavarero l’ha coniato per cercare di dare un nome a quegli atteggiamenti di violenza che contrassegnano, purtroppo spesso, le cronache degli ultimi anni, e a cui, in mancanza di meglio, ma con un disagio crescente, diamo ancora il nome di «terrorismo». Con disagio perché, lungi dall’assuefarci, ci disorientano – non riusciamo a trovare paragoni o punti di riferimento a cui appigliarci per capire.
Ma che cosa c’è, dopo tutto, di nuovo nella carneficina e nella tortura? Cosa c’è di diverso nei corpi che bruciano sotto le bombe incendiarie? Cosa c’è di recente nella solita e vecchia strage degli innocenti? Una semplice risposta potrebbe essere che nuova, almeno a prima vista e in certe circostanze, è la modalità con cui questa strage viene ora messa in atto: un corpo che si fa esplodere per dilaniare altri corpi. E per di più, come sempre più spesso succede, un corpo femminile, anzi, a volte, un corpo di madre incinta. Raggiungendo il vertice dell’asse che affonda nella sua stessa radice, l’orrore più antico così si rinnova. Chiamarlo terrorismo, argomentando, magari, che esso si inscrive in una strategia del terrore dal volto particolarmente atroce, sarebbe troppo poco. Chiamarlo orrorismo aiuta invece a ipotizzare che un certo modello dell’orrore sia indispensabile per comprendere il nostro presente. (p. 41)
Un presente che non si comprende affatto se si adotta il punto di vista del guerriero: ancora troppo legato, da una parte, all’idea del confronto diretto, ad armi pari, che la tecnologia – già dall’invenzione della polvere da sparo – ha reso del tutto inattuale; e, dall’altra, a una concezione «naturalistica» della violenza, che la vuole connaturata all’umanità. Cambia tutto e – sia pure con orrore – qualcosa si chiarisce se ci si mette nella prospettiva dell’inerme. Che non è semplicemente chi è vulnerabile, ma chi non ha mezzi né modi per difendersi. Ed è il civile vittima della guerra più o meno convenzionale (il novanta per cento delle vittime negli ultimi conflitti sono stati civili, danni collaterali – si fa per dire); e la persona comune che finisce smembrata e dilaniata dall’esplosione di un altro corpo. Casualties, vittime del caso, le prime; private completamente della loro individualità le seconde, rese tanto più esemplari per la loro totale casualità. È questo che ci offende in modo particolare: non si uccide una persona ben precisa, un nemico identificato, ma persone qualsiasi; e non le si uccide semplicemente, ma letteralmente le si smembra, privandole completamente della loro individualità, rendendo spesso impossibile anche il riconoscimento; e oltre ai morti, sulla scena restano i feriti, sanguinanti e mutilati.
Dal genocidio del popolo armeno ad Auschwitz, dalle stragi di Baghdad alle «torturatrici che sorridono all’obiettivo» di Abu Ghraib, il campionario della violenza e della tortura è desolante. Gli interrogativi che ti scava dentro sono brucianti. Il fatto che Adriana Cavarero scriva benissimo non è una consolazione – l’orrore si comunica con più forza.

