Archivi del Febbraio, 2007

Andrea Poma: La consulenza filosofica, terza parte

La consulenza filosofica

Terza parte: l’ideologia

Di Andrea Poma

3. La consulenza filosofica e l’ideologia

Nel tentativo di definire la consulenza filosofica, le sue caratteristiche e i suoi scopi (la questione dei metodi non è qui affrontata), ci si imbatte in una molteplicità di problemi, la cui chiarificazione è direttamente influente su tale definizione, come, per esempio, il rapporto tra consulenza filosofica e psicoterapia, la differenza tra la consulenza filosofica e il consiglio amicale o la «direzione spirituale», il concetto di «empatia» e il suo eventuale ruolo nella consulenza filosofica, ecc. Per brevità non posso qui affrontare nessuno di questi problemi, che tuttavia devono essere oggetto di riflessione. Mi limiterò a poche considerazioni generali (e inevitabilmente insufficienti) sul rapporto tra consulenza filosofica e ideologia, perché mi pare che, forse più di altri problemi, non sia separabile dal tentativo di discorso definitorio che qui ho abbozzato.

Le possibili implicazioni ideologiche riguardano, da una parte, il consulente, dall’altra parte, il consultante; ma precedente a questi due aspetti è l’implicazione ideologica insita nella stessa consulenza filosofica in quanto tale, indipendentemente dalle concezioni ideologiche del consulente e del consultante.

L’idea e il progetto della consulenza filosofica è frutto di una cultura e di una concezione della vita, dei rapporti umani, del pensare e dell’agire determinate. Basta riflettere sull’ovvia considerazione che una cultura in cui non si fosse sviluppata una tradizione filosofica non potrebbe produrre il progetto della consulenza filosofica. Oltre a ciò, però, la consulenza filosofica, in quanto tale, implica una molteplicità di pregiudizi ideologici, che non vengono messi in discussione né dal consulente né dal consultante e che tuttavia sono condizioni effettive della consulenza, della sua possibilità e della sua credibilità. La consulenza implica, per esempio, la fiducia che un individuo possa essere guidato e aiutato da un altro individuo nell’affrontare i propri problemi; che tale aiuto possa avvenire attraverso un rapporto libero (non invece autoritario, dogmatico, violento, ecc.), verbale (non invece mimetico, ascetico, ginnico, ecc.), di tipo dialogico (non invece dottrinale, dialettico, narrativo, apologetico, omiletico, ecc.). Queste e altre condizioni pregiudiziali, che, come si è detto, non vengono messe in discussione dai partecipanti, poiché l’atto stesso di cercare o di offrire una consulenza filosofica le dichiara implicitamente ammesse, sono in realtà dei pregiudizi ideologici, entro i quali si accetta di restare anche se non vi è stata una previa esplicita accettazione di essi, ma dei quali è bene che il consulente sia consapevole: questi aspetti, infatti, sono caratteri importanti del suo rapporto con il consultante e costituiscono elementi fondamentali che egli, quando ne sia consapevole, sa di avere sin dall’inizio in comune con il consultante. La consulenza filosofica, dunque, sin dall’inizio avviene sulla base di una fondamentale compartecipazione degli individui in essa coinvolti ad uno sfondo ideologico comune e condiviso: questo dato assai positivo deve essere valutato dal consulente, che può senza riserve fondarsi su di esso e metterlo a frutto. Per approfondire il discorso si dovrebbe porre la questione se i tratti ideologici a cui sopra si è accennato non siano aspetti di un quadro ideologico che deve essere ulteriormente sottoposto a descrizione, definizione e riflessione critica per essere adeguatamente conosciuto. Per ora ci fermiamo di fronte a questo ulteriore approfondimento, che in parte, solo in parte, potremo esplorare considerando la questione dei pregiudizi ideologici del consultante.

Si deve poi considerare il patrimonio ideologico del consulente. Innanzitutto sono presenti importanti componenti ideologiche nella stessa competenza filosofica che egli possiede. Ogni esperto di filosofia ha in realtà letto e studiato solo una piccola parte della tradizione filosofica. La sua conoscenza, per vasta e approfondita che sia, è una piccola isola in un oceano sterminato e ignoto. Ciò dipende ovviamente in buona parte dalla sua capacità inevitabilmente limitata in confronto all’estensione della materia, ma la selezione di ciò che ha studiato è influenzata in modo rilevante anche da opzioni ideologiche, che il consulente inevitabilmente porta con sé, perché caratterizzanti la sua competenza, nel rapporto con il consultante.

Al di fuori della competenza filosofica, poi, ogni consulente è una persona, che, nella propria vita, adotta un complesso sistema ideologico, fatto di opzioni teoretiche (concetto di razionalità, maggiore o minore fiducia in essa, rilievo e valore riconosciuti alla componente affettiva od emozionale del pensiero, riconoscimento maggiore o minore del valore della credenza, ecc.), pratiche (sistema di valori e di principi di comportamento morale, sociale, politico, ecc.), estetiche (importanza riconosciuta alle ‘forme’, in tutti i molteplici e diversi significati di questo concetto, e al gusto, ecc.), religiose (convinzioni religiose, antireligiose o non religiose, ecc.), economiche (significato e rilevanza dell’‘utile’, importanza riconosciuta al risultato o al successo di un atto, ecc.), e di altri tipi ancora. Tralasciamo qui di considerare le caratteristiche emozionali o affettive del carattere, ritenendole non ideologiche, anche se, evidentemente, non è possibile tracciare un confine netto e negare qualsiasi rapporto tra tali caratteristiche e le opzioni strettamente ideologiche.

Considerando questo ampio e complesso sistema ideologico in cui il consulente è coinvolto e da cui è influenzato, è facile affermare che egli non deve mai imporlo o trasmetterlo surrettiziamente al consultante. Molto più problematico è affermare che egli, nel rapporto con il consultante, debba completamente prescindere da esso. Innanzitutto il tipo ideale di un consulente ideologicamente neutro potrebbe essere una pretesa astratta e impossibile. In secondo luogo, tale ipotesi potrebbe essere riconosciuta come una delle tante declinazioni possibili di un atteggiamento scettico e quindi essa stessa un’opzione ideologica. Infine, la presenza attiva dell’ideologia del consulente nella consulenza filosofica, oltre che inevitabile, a certe condizioni potrebbe essere produttiva. Si deve infatti riconoscere che l’essere portatore di proprie concezioni ideologiche è, non solo un fatto insuperabile per il consulente, ma anche un suo diritto giustificato. Si tratta allora di chiarire, per quanto possibile, la misura e le modalità secondo le quali egli può permettere che queste sue con- vinzioni entrino come componenti della sua consulenza. L’impostazione più chiara e persuasiva di questo problema sembra doversi fondare non sul principio della maggior riduzione possibile di tale componente, ma, al contrario, sull’assunzione chiara e netta, da parte di ogni consulente, di un principio ideologico fondamentale, che si trova espresso nella forma più valida nel principio kantiano del rispetto dell’umanità nella propria e nell’altrui persona. È evidente che si tratta di un principio fondamentale, che, come tale, non è passibile di applicazione immediata, ma deve costituire il fondamento di norme applicative generali, le quali, a loro volta, dovranno essere applicate con criteri di adattamento ai singoli casi e alle singole situazioni, affidati alla capacità di giudizio dei consulenti. Il principio fondamentale sopra citato, inoltre, in questa forma è meramente formulato: è necessario un ampio lavoro di analisi e di approfondimento critico per enuclearne i significati. Pur lasciando in questa sede inevaso tale lavoro (qualche ulteriore accenno sarà possibile nell’affrontare più sotto la questione dell’ideologia del consultante), riteniamo che già la semplice enunciazione del principio (e la citazione esplicita della sua ascendenza kantiana, che lo contestualizza), se anche non risolve né esaurisce il problema posto, indica la direzione in cui muoversi nell’approfondimento di esso. Il rispetto dell’umanità propria e del consultante indica il criterio in base al quale valutare criticamente la giustificazione e l’opportunità del coinvolgimento da parte del consulente delle proprie convinzioni ideologiche nella consulenza.

In conclusione, accenniamo qui semplicemente ad una questione che abbiamo lasciata per ultima, non certo per la sua minore importanza, ma perché intendiamo semplicemente accennarvi, poiché la sua problematicità esige uno studio critico approfondito, che non intendiamo qui fare. Il «rispetto», di cui si parlava più sopra, è di per sé una nozione negativa, la quale proibisce di volere il male degli altri, cioè di considerarli, non già come fini in sé, ma solo come mezzi per i propri fini. Tale nozione negativa, per la sua stessa definizione, implica però almeno la pensabilità (etica) di una nozione positiva corrispondente, che consiste nel dovere di promuovere il bene altrui, cioè la dignità degli altri come fini autonomi. Il termine tecnico usato universalmente (anche se declinato in numerosi e diversi significati) dalla tradizione filosofica per indicare questa nozione è «amore». Tale termine, purtroppo, è stato talmente abusato e corrotto nei suoi significati da numerosi e diversi usi impropri, che è problematico usarlo ancora, senza cadere inevitabilmente in gravi e incontrollabili equivoci nella comprensione da parte di chi lo recepisce. In questa sede, poiché ci asteniamo dall’approfondimento del problema, possiamo fare a meno del termine stesso, ma dobbiamo almeno esplicitare la necessità di considerare, nel principio ideologico fondamentale della consulenza ideologica, il necessario ampliamento del significato negativo del «rispetto» in un più pieno e perfetto significato positivo. Citiamo questo aspetto, perché, in realtà, normalmente nella consulenza filosofica, come in altri rapporti che, a questo riguardo, le si possono accostare, in un accordo implicito tra consulente e consultante (che si fonda su un accordo implicito della cultura e della mentalità corrente, di cui i due fanno parte) si dà per scontato e per immediatamente evidente ciò che evidente e scontato non è affatto, cioè che il bene di una persona consista nel suo ‘benessere’, o, usando il termine tecnico adottato dalla tradizione filosofica, nella sua ‘felicità’, cioè nella realizzazione il più possibile completa e permanente dei suoi desideri (per quanto poi questa nozione si possa tradurre in significati molteplici e assai diversi tra loro). Questo fine ultimo, pur essendo stato affermato da molte tradizioni etiche, anche filosofiche, è stato però anche rifiu- tato da altre (in generale dalle concezioni etiche che perciò sono dette non eudemonistiche) e non può affatto essere assunto come autoevidente, ma deve invece essere sottoposto ad un’approfondita discussione critica, poiché, per quanto diffusa sia la sua accettazione indiscussa, si tratta di una importante opzione ideologica e, come tale, deve essere verificata o falsificata, per essere consapevolmente accettata, in un suo significato definito, o rifiutata.

Infine, consideriamo l’ideologia del consultante: anch’egli, infatti, entra nella consulenza con tutti i suoi pregiudizi ideologici, influenti sulle questioni che pone, sulla prospettiva in cui le colloca, sul modo di porle, sui metodi considerati per affrontarle e per risolverle, sui fini che persegue, sulla rilevanza e il valore che attribuisce ai diversi elementi che in esse sono compresi, ecc.

Questo patrimonio ideologico potrà essere, in parte maggiore o minore, affine a quello del consulente oppure diverso. L’affinità non può essere considerata di per sé un vantaggio essenziale, poiché, se da una parte rende più agevole il dialogo e la comprensione tra i due interlocutori, d’altra parte richiede uno sforzo critico maggiore per evitare che pregiudizi dogmatici o inconsapevoli, proprio in quanto condivisi dai due interlocutori, limitino l’approfondimento dell’esame critico della questione. In linea generale, comunque, per i numerosi motivi illustrati più sopra, l’affinità ideologica non dovrà costituire motivo di scelta del consulente da parte del consultante: pertanto i consulenti non dovranno offrire la loro consulenza sotto l’etichetta programmatica di un’ideologia. Questa regola generale esige un’ulteriore discussione e un approfondimento in vista del problema della legittimità che si costituiscano scuole o correnti di consulenza filosofica più o meno qualificate ideologicamente.

In linea di principio il consulente dovrà rispettare le convinzioni ideologiche del consultante, il che non significa solo, come detto più sopra, che egli non deve tentare di sostituirle con le propri mediante imposizione o influenza surrettizia, ma anche che egli deve lealmente collaborare con il consultante nell’affrontare le questioni poste nella linea delle opzioni ideologiche di quest’ultimo. Tale principio generale non deve tuttavia essere frainteso nel senso di un totale e acritico adeguamento del consulente alle convinzioni ideologiche del consultante, che, innanzitutto, per le ragioni viste più sopra, sarebbe impossibile, data la non neutralità ideologica del consulente, e, in secondo luogo, non sarebbe nemmeno giusto per il consultante e non risponderebbe al principio fondamentale, sopra formulato, del rispetto per l’umanità della sua persona. Il principio generale del rispetto delle convinzioni ideologiche del consultante deve essere compreso con le seguenti limitazioni e interpretazioni: a) i limiti della legalità; b) i limiti della nocività; c) l’esigenza della promozione e della maturazione umana.

a) I limiti della legalità

Il consulente filosofico, in quanto professionista e, prima ancora, in quanto cittadino, è soggetto alle leggi dello Stato in cui esercita la propria professione: egli è subordinato ad esse da un patto di lealtà precedente e prioritario rispetto a quello che lo lega al consultante: pertanto egli non può in alcun modo rendersi complice o anche solo esimersi dal fare ciò che è in proprio potere per distogliere il consultante da decisioni e scelte che producano un comportamento o un atto contrario a tali leggi. Questa limitazione è univoca nel suo significato, poiché fa riferimento a un codice positivo di leggi e a un sistema giurisprudenziale di interpretazione di esse ufficialmente riconosciuto e indipendente dal giudizio soggettivo del consulente. Il consulente dovrà inoltre attenersi strettamente alle regole di un codice deontologico riconosciuto.

b) I limiti della nocività

Il consulente filosofico, inoltre, non può rendersi complice o astenersi dal tentativo di evitare scelte di comportamenti o di atti del consultante che siano gravemente autodistruttivi o lesivi dei diritti morali altrui (quelli giuridici, infatti, rientrano sotto il titolo a) o che producano un danno iniquo ad altri. Questo punto è evidentemente determinato in modo molto meno univoco, poiché non può fare riferimento ad un codice di norme oggettivo e ufficiale e deve invece essere valutato sulla base di criteri ideologici. L’‘autodistruzione’ e il grado di essa, il ‘diritto morale’, il ‘danno iniquo’, sono indubbiamente nozioni soggette a definizione non univoca e a un largo margine di interpretazione, condizionato da opzioni ideologiche. Su questo terreno le possibili differenze ideologiche tra il consulente e il consultante possono collocare effettivamente il consulente in situazioni di grave e difficile conflitto tra le proprie convinzioni ideologiche e il dovere del rispetto per quelle del consultante. La questione non può essere qui posta che come oggetto di un doveroso e sempre ulteriore approfondimento critico. In questa sede ci limitiamo a richiamare ancora il principio del rispetto per l’umanità nella propria e nell’altrui persona come regola fondamentale, che indica la direzione corretta in cui svolgere tale approfondimento, facendo notare che tale regola non prescrive il mero rispetto dell’individuo empirico, ma piuttosto il rispetto dell’umanità di cui egli è portatore e che lo eleva alla dignità della persona: su questo importante aspetto del principio si fonda l’esistenza e la gravità della questione, poiché apre la possibilità di casi in cui il rispetto per il valore personale del consultante esiga una limitazione della mera accettazione degli impulsi, degli interessi o anche delle convinzioni ideologiche dell’individuo empirico.

c) L’esigenza della promozione e della maturazione umana

Il principio generale del rispetto dell’umanità nella propria e nell’altrui persona implica anche il dovere del consulente di contribuire alla promozione e alla maturazione umana del consultante, in quanto la dignità umana della persona è una nozione dinamica, che implica la possibilità intrinseca di un progresso sempre ulteriore. Ci si trova qui nuovamente di fronte alla questione dell’apertura della nozione puramente negativa di «rispetto» al suo irrinunciabile ampliamento positivo. È chiaro che tale ampliamento non può essere inteso dal consulente unicamente in riferimento alle proprie convinzioni ideologiche, che cioè egli non potrà senz’altro impostare il proprio intervento sul perseguimento di una trasformazione del modo di pensare, di giudicare e di valutare del consultante funzionale al proprio modello di maturità della persona: un tale atteggiamento contravverrebbe al rispetto per la persona del consultante. D’altro canto non si può concedere in modo incondizionato che il consulente si presti acriticamente a collaborare alla realizzazione da parte del consultante del suo modello di maturità umana, poiché, almeno in alcuni casi, non gli sarà possibile, non solo condividere, ma nemmeno tollerare aspetti più o meno rilevanti di tale modello. Anche su questo problema la via di uscita non è semplice e non può certo essere qui formulata in una regola definitiva. Ci sembra tuttavia che la direzione per una soluzione possa essere indicata nel dialogo.

Tenendo conto dell’assunto che il consultante sia una persona consapevole di sé, responsabile e disponibile al dialogo costruttivo, il consulente dovrà tener presente che, qualunque sia il modello di maturità umana propria o del consultante, proprio per il carattere dinamico del valore dell’umanità della persona, né l’uno né l’altro modello, quali che siano, possono essere considerati come validi definitivamente, e che la maturazione e il progresso umano, non solo del consultante, ma anche del consulente, consiste innanzitutto ed essenzialmente, non del possesso di un qualunque modello, ma nella capacità critica di esaminarlo, giustificarlo, correggerlo, ampliarlo, superarlo. Ciò non può avvenire se non attraverso la riflessione e il dialogo: questi pertanto sono, non solo gli strumenti per il progresso e la maturazione umana, ma essi stessi la dimensione principale in cui consiste tale maturazione. Il consulente dovrà tener presente perciò che, quali che siano i modelli ideologici di partenza propri e del consultante, il suo contributo alla maturazione di quest’ultimo (che non sarà mai unilaterale, ma comporterà anche sempre una maturazione del consulente stesso) dovrà consistere sempre soprattutto nel rendere possibili, tutelare e ampliare le condizioni di un dialogo sincero, costruttivo, rispettoso dell’effettiva differenza interpersonale ed aperto alla reciproca e responsabile interazione.