Archivi del ottobre, 2006

Andrea Poma: La consulenza filosofica, seconda parte

La consulenza filosofica

Seconda parte: la specificità

Di Andrea Poma

2. Il problema della specificità della consulenza filosofica

Questo problema fondamentale riguarda la consulenza filosofica in tutti i suoi aspetti e le sue componenti: come determinazione del carattere professio- nale della consulenza filosofica, come competenza specifica del consulente filosofico e come criterio di valutazione e di selezione delle attese e delle esigenze del consultante, lo tratteremo secondo la seguente articolazione. In primo luogo elencheremo e determineremo le competenze del consulente filosofico, in quanto esperto in filosofia. In secondo luogo porremo la questione di quali di queste competenze possano costituire il suo contributo professionale nella consulenza filosofica e in che modo, in tale prospettiva, possano essere utilizzate. In terzo luogo ci chiederemo con quali criteri debbano essere valutate e selezionate le esigenze del consultante e con quali modalità (che non sono necessariamente solo quelle della risposta a una domanda o della soluzione di un problema) le competenze determinate possano incontrare le aspettative del consultante.

a) Le competenze del consulente filosofico, in quanto esperto in filosofia

Delimitiamo innanzitutto le conoscenze e le competenze del consulente filosofico, in quanto esperto in filosofia, all’ambito della tradizione della filosofia occidentale, comprendendo in questo ultimo termine anche le tradizioni del Medio Oriente, limitatamente alle epoche e alle dottrine che hanno partecipato delle vicende del pensiero occidentale, ed escludendo le tradizioni dell’Estremo Oriente (India, Cina, Giappone, ecc.), che non hanno avuto rilevanti aspetti di influenza sulle tradizioni filosofiche occidentali.

Ci rendiamo conto che tale delimitazione costituisce un presupposto parzialmente arbitrario e non fondato su ragioni di principio. D’altra parte diversi rilevanti motivi spingono a questa scelta preliminare. Innanzitutto, se è problematica una definizione univoca ed esauriente della «filosofia» nell’ambito delle tradizioni del pensiero occidentale, ancora più problematica è la ipotetica definizione di «filosofie orientali», la quale presupporrebbe la comparazione e la omologazione con la concettualità della filosofia occidentale di forme fondamentali della visione del mondo e di categorie e metodi di pensiero propri delle tradizioni orientali, radicalmente differenti. Non escludiamo che, previa un’approfondita riflessione su questi ardui problemi, si possa accedere ad un superamento della delimitazione presupposta. Comunque, in secondo luogo, dobbiamo attenerci al dato realistico della effettiva formazione degli esperti in filosofia, la quale avviene in riferimento quasi esclusivo al patrimonio delle tradizioni occidentali e non comporta, di norma, una sufficiente acquisizione di competenza riguardo alle tradizioni orientali.

Ci rendiamo conto che questa delimitazione non può rappresentare un’assunzione dogmatica, ma piuttosto un problema aperto, anche in considerazione della trasformazione delle stesse società occidentali nella direzione di un carattere sempre più multietnico, ma, allo stato attuale, consideriamo provvisoriamente tale delimitazione come necessaria per corrispondere alle effettive normali competenze di un esperto in filosofia. La suddetta delimitazione potrà effettivamente mostrare i suoi difetti nella prassi, per esempio per le difficoltà o forse anche l’impossibilità di approccio nei confronti di un eventuale consultante di origine e cultura orientale; d’altra parte possiamo considerare assai raro e inusuale che un tale soggetto, proprio a motivo della sua origine e cultura, richieda una consulenza filosofica.

Dato come presupposto che il consulente filosofico, in quanto esperto in filosofia, abbia compiuto studi a livello superiore secondo un curriculum normalmente codificato (prendiamo a modello il curriculum universitario) e che quindi abbia compiuto studi sufficientemente approfonditi della storia della filosofia, letture dei principali testi classici del pensiero filosofico accompagnati normalmente da letture della letteratura secondaria, possiamo presumere che egli possieda nella propria competenza: i) nozioni di dottrine filosofiche riguardanti contenuti (nozioni materiali); ii) nozioni di principi metodologici e di regole metodiche (nozioni formali). Inoltre, da un punto di vista più generale e indeterminato, possiamo presumere che egli possieda alcuni atteggiamenti generali, caratteristici della filosofia: iii) capacità sistematica; iv) capacità critica; v) capacità di porre e trattare i problemi in modo filosofico.

i) Nozioni materiali

Si tratta di quelle conoscenze che, dal punto di vista dell’opinione comune, costituiscono la gran parte o la totalità delle competenze dell’esperto in filosofia e che, invece, per chi è competente rappresentano una parte non trascurabile, ma certamente non la più rilevante né la più significativa del lavoro e del sapere filosofico.

In effetti le varie correnti e scuole filosofiche e i singoli filosofi sono giunti normalmente a formulare posizioni e dottrine determinate sui più diversi problemi di cui la filosofia si è occupata e si occupa. Poiché poi la filosofia, per il suo carattere particolare, non pone limiti alle tematiche della propria indagine, non vi è di fatto alcun problema esplicitato nella cultura sul quale la filosofia, nel corso della sua storia, non abbia formulato definizioni, dottrine, posizioni, risposte. L’elencazione di tali problematiche è praticamente impossibile ed anche l’esemplificazione ha scarso significato, data la vasta molteplicità della materia.

Inoltre il pensiero filosofico ha elaborato teorie relative alle varie facoltà (intelletto, sensazione, volontà, ecc.), alle funzioni (pensiero, conoscenza, percezione, volizione, azione, sentimento, ecc.) e alle produzioni culturali (scienza, morale, religione, arte, tecnica, ecc.).

La conoscenza di questi particolari contenuti è certamente una competenza che l’esperto in filosofia ha acquisito, in grado maggiore o minore, comunque rilevante, a seguito dei suoi studi filosofici.

ii) Nozioni formali

L’esperto in filosofia è anche detentore di conoscenze formali riguardanti i principi del pensare, dell’agire e del produrre (principi logici, morali, giuridici, estetici, ecc.), così come essi sono stati formulati in differenti modi nel corso della storia del pensiero filosofico; di conoscenze riguardanti principi metodologici riferiti agli ambiti suddetti (principi del metodo deduttivo, induttivo, dialettico, trascendentale, fenomenologico, empirico, euristico, ermeneutico, analogico, simbolico, ecc.); di conoscenze riguardanti dottrine normative della conoscenza, del discorso, della comunicazione, o della morale o di canoni artistici e così via.

Oltre a tali nozioni riguardanti temi relativamente determinati, l’esperto in filosofia è formato anche a procedere nel pensare, nel discorrere e nell’agire secondo modalità generali osservate in modo rigoroso.

iii) Capacità sistematica

Tale capacità, costituita innanzitutto dall’insieme della capacità analitica e della capacità sintetica, supera la semplice somma di queste due componenti, in quanto le ordina al perseguimento di una conoscenza che si sviluppi in modo sempre maggiormente articolato alla luce di un principio formativo unitario.

Il sistema, come forma unitaria che guida l’articolazione del conoscere, ovvero come articolazione ordinata a un’unità, non è di per sé un atteggiamento peculiare della filosofia, ma della conoscenza in generale, e quindi anche di tutte le scienze. In questo senso l’esperto di filosofia condivide tale atteggiamento e l’addestramento ad esso con ogni scienziato. Tuttavia, in primo luogo, la filosofia, per il suo carattere di metariflessione sul conoscere, storicamente ha avuto il ruolo di indicare alle scienze tale atteggiamento, quindi di comprenderlo, elaborarlo e spiegarlo ai cultori delle scienze; in secondo luogo, la filosofia, per il suo carattere di disciplina indefinitamente problematizzante, ha spinto l’indagine sull’analisi, sulla sintesi e, in generale, sui principi del conoscere sistematico, sempre oltre nella direzione dei fondamenti e dell’origine.

iv) Capacità critica

Anche questo atteggiamento fondamentale è di per sé proprio di ogni scienza rigorosa, non solo della filosofia. Tuttavia, ancora per la radicalità problematizzante che la distingue, la filosofia si è spinta ben al di là delle scienze nell’esame critico dei contenuti che tematizza, da una parte, nel senso della sempre ulteriore ricerca di fondamenti, d’altra parte nella consapevolezza del valore veritativo dello stesso processo critico in quanto tale.

Un discorso analogo si può fare per la capacità ermeneutica. Anche questa è comune alla filosofia e, in grado maggiore o minore, a tutte le scienze (per esempio: letterarie, giuridiche, mediche, ecc.). Essa è comune anche alle arti e ad altre discipline e attività non scientifiche. La filosofia, tuttavia, per la sua stessa caratteristica istituzionale, la spinge sino a livelli di radicalità estranei agli altri ambiti.

v) Capacità di porre e trattare i problemi in modo filosofico

Anche la problematizzazione è una caratteristica di ogni indagine e di ogni prassi. La filosofia però, fin dalla sua origine (cfr. Platone, Teeteto 155d; Aristotele, Metafisica, A 2, 982b.), ha riconosciuto se stessa come un’attività teoretica mossa dalla ‘meraviglia’. Tale autoconsapevolezza indica, tra l’altro, che la filosofia, nel porre i problemi, non è primariamente interessata alla chiusura del problema in una risposta o soluzione, cioè ad una sua utilità applicativa, ma piuttosto ad una sua apertura in sempre nuove posizioni del problema stesso, cioè in una sua fecondità teoretica. Si tratta di una caratteristica fondamentale dell’esercizio della filosofia, che, come vedremo più avanti, deve essere tenuta ben presente nel valutare la specifica competenza dell’esperto in filosofia rispetto ai problemi e alla problematizzazione.

b) Quali competenze possono costituire il contributo professionale del consulente nella consulenza filosofica e in che modo

Parrebbe ovvio considerare le nozioni materiali del consulente come il corpo principale delle competenze che egli può offrire professionalmente al consultante nella consulenza filosofica e, di fatto, molti dei consulenti attualmente fanno largo uso di esse nella loro pratica. In realtà l’utilizzazione di tali nozioni è problematica per molti versi.

Innanzitutto è da escludere che il consulente possa offrire al consultante una informazione e una formazione esauriente e approfondita a tale riguardo. Per un tale fine egli dovrebbe sottoporre il consultante ad un vero e proprio corso di studio di storia della filosofia e di lettura dei classici filosofici, che si può presumere non essere nelle aspettative del consultante e per il quale il consulente cesserebbe di essere tale per trasformarsi in docente di filosofia.

Non resta dunque altro che la possibilità, da parte del consulente, di rinviare il consultante, in modo diretto o indiretto, ad alcuni riferimenti episodici ad autori e ad opere di filosofia. Nel caso di un rinvio diretto, egli indicherà al consultante scelte di passi di testi filosofici da leggere e su cui riflettere autonomamente e/o insieme al consulente stesso. Nel caso di un rinvio indiretto, il consulente stesso esporrà al consultante il contenuto di dottrine filosofiche specifiche che, secondo la sua valutazione, siano interessanti per l’oggetto del discorso in atto con il consultante. Questa pratica implica diverse difficoltà.

In primo luogo è inevitabile che il consulente scelga i testi consigliati in modo soggettivo e pregiudiziale. Egli infatti sarà determinato in tale scelta, non solo dall’interpretazione che egli stesso dà del problema del consultante, ma anche dalle proprie conoscenze filosofiche (e soprattutto, in negativo, dalle lacune in esse), dalle proprie interpretazioni, più o meno approfondite e verificate, delle dottrine che conosce, dalle proprie affinità intellettuali e infine dalla valutazione che egli dà dell’utilità di tali testi per esperienze di questioni proprie e personali, che egli considera analoghe a quelle del consultante.

In secondo luogo l’effetto del rinvio, soprattutto diretto, a testi filosofici può essere assai diverso e per molti versi imprevedibile sul consultante. Molto differente è infatti il rapporto che un individuo può avere con un testo scritto, a seconda del suo livello culturale, della sua familiarità con la lettura, della sua capacità critica ed ermeneutica, della sua suggestionabilità, ecc. Non si deve sottovalutare poi il fatto che, in generale, fatte salve pochissime eccezioni, i testi filosofici non sono stati scritti per la comprensione di individui dotati semplicemente del senso comune, ma, come tutti i testi di discipline rigorose, per la comprensione di lettori dotati degli strumenti concettuali e metodologici adeguati e specialistici propri della disciplina stessa: perciò nella gran parte dei casi o il testo risulterà incomprensibile al consultante oppure, nel caso ancor più grave di testi che si prestano ad una apparente ed illusoria comprensione immediata, il testo verrà interpretato dal consultante in maniera erronea, banale o fallace. Inoltre il fatto che il testo o la dottrina a cui si rinvia il consultante in modo diretto o indiretto sia consigliato dal consulente investirà inevitabilmente il testo stesso di una autorità sapienziale che condizionerà in modo negativo l’atteggiamento del consultante di fronte ad esso e la sua comprensione di esso. È assai discutibile e anzi sostanzialmente inaccettabile considerare la filosofia come una tradizione sapienziale e i suoi testi come testi di «sapienza». Salvo rare e discutibili eccezioni, nella tradizione, la filosofia non si è mai compresa né presentata in questo modo, al contrario sin dalle sue origini si è spesso posta come disciplina alternativa e antagonistica rispetto alla tradizione sapienziale. Per queste ragioni il ruolo di auctoritas che il testo filosofico, a cui si rimanda direttamente o indirettamente, può assai facilmente assumere per il consultante risulta erroneo e sviante e può condurre la consulenza in direzioni equivoche o false.

Con tutto ciò non si esclude, in assoluto, la possibilità per il consulente di utilizzare la propria competenza riguardo a nozioni materiali, mediante il rinvio diretto o indiretto ad autori o testi filosofici, come uno strumento talvolta utile e proficuo, ma semplicemente se ne ravvisano i limiti e si esclude che tale competenza costituisca il tutto o la parte fondamentale delle competenze utilizzabili nella consulenza filosofica.

Le nozioni formali possono essere invece le competenze fondamentali, che il consulente può offrire in una consulenza filosofica, non tanto mediante un rinvio nozionistico ad esse, quanto mediante una guida del consultante alla scoperta e all’utilizzazione di esse nel processo di posizione, di analisi, di discussione critica ed eventualmente di soluzione della questione posta.

È un dato di fatto che la disponibilità media di concetti e di termini linguistici per nominarli, la capacità media di astrazione, di analisi, di sintesi e di elaborazione dei concetti, la capacità media di elaborare rigorosamente forme ideali, strutture concettuali, figure dialettiche e retoriche, la capacità media di considerare oggettivamente il vissuto, insomma la capacità media di utilizzare tutte le categorie, i metodi e gli strumenti per porre e per sviluppare un problema, è assai limitata. È esperienza comune di chi abbia avuto una formazione filosofica il constatare, nella discussione o nella conversazione quotidiana con altre persone prive di tale formazione, l’improprietà dei concetti, dei metodi, del linguaggio. Talvolta tale improprietà è dovuta a un atteggiamento tendenzioso verso gli altri o verso se stessi: per esempio, si parafrasano i discorsi altrui per falsificarli, si sviluppano impropriamente le metafore per distorcene i significati, si equivocano in concetti per strumentalizzarli, oppure si confondono i motivi razionali con gli impulsi emozionali per autogiustificarsi o, al contrario, per colpevolizzarsi, si selezionano in modo non obiettivo gli elementi positivi o negativi di una situazione per giungere ad una valutazione tendenziosa di essa, ecc. Chi ha una formazione filosofica possiede normalmente la capacità e le nozioni formali mediante le quali porre e dibattere problemi in modo radicale, ampio e articolato, esplicitando e mettendo a frutto tutte le potenzialità del problema stesso. Se ciò è vero, nella consulenza filosofica il consulente può mettere a disposizione del consultante queste sue specifiche competenze, non solo e non tanto insegnandogli le nozioni formali, ma guidandolo a porre, sviluppare, rendere produttivo il problema in questione, applicando quelle nozioni e quelle regole formali.

Un discorso analogo deve essere fatto per le suddette capacità sistematica, critica e per la capacità di porre e di trattare un problema in modo filosofico.

In riferimento a quest’ultima capacità, tuttavia, sorgono problemi, che è opportuno considerare brevemente. È indubbio, infatti, che la filosofia sia una disciplina radicalmente problematizzante, ma è altrettanto chiaro che vi sono molti metodi o direzioni in cui si possono porre problemi e che il metodo filosofico presenta caratteristiche specifiche. La caratteristica fondamentale del metodo filosofico consiste nel fatto che esso pone problemi in modo disinteressato, il che significa, non solo che la filosofia pone i problemi per se stessi e non in funzione di una loro strumentalità rispetto a interessi estrinseci, ma anche che la soluzione del problema posto non è l’obiettivo ultimo e principale del modo filosofico di porre problemi. Per la filosofia il problema non è un ostacolo da superare e da lasciare al più presto alle spalle, ma piuttosto un luogo da abitare, non uno schermo che nasconde l’oggetto, ma esso stesso l’oggetto. Ciò non significa, evidentemente, che la filosofia non ricerchi soluzioni dei problemi che pone: ciò sarebbe impossibile, poiché la soluzione è comunque un momento intrinseco necessario del problema e di qualunque metodo per porre il problema. Significa piuttosto che la soluzione cercata è, per il metodo filosofico, unicamente un momento di passaggio del processo problematizzante, che lungi dal concludere tale processo, lo apre verso nuove forme, cioè verso nuovi modi di porre il problema stesso. Questa problematizzazione infinitamente aperta e aprentesi, caratteristica della filosofia, si giustifica perché l’oggetto della filosofia è il pensare stesso nel suo procedere, prima che l’oggetto pensato, la fondazione, non il fondamento, la forma come processo formante, non il contenuto. È impossibile e ingiustificato il tentativo di determinare il campo dei problemi filosofici, proprio perché la filosofia si ritiene giustificata ad affrontare qualunque problema per il fatto stesso che può essere posto, indipendentemente dal suo oggetto. La filosofia è un pensare per concetti, i concetti sono dunque il suo unico oggetto, ma il «concetto» non è una risposta a una domanda, ma la domanda stessa. Quando Socrate, secondo la tradizione, introduce il metodo del concetto, egli imposta ogni discussione, qualunque sia l’oggetto, sulla domanda «che cos’è?»: questa domanda è il concetto, non solo l’eventuale risposta ad essa.

Tale situazione deve essere tenuta presente per l’eventuale scarto che si può costituire tra le aspettative del consultante e le competenze del consulente nella consulenza filosofica. È verosimile che in molti casi il consultante si rivolga al consulente per ottenere soluzioni per le questioni che propone e che il consulente, guidandolo sulla via di una analisi e discussione del problema con metodo filosofico, non solo non gli offra le soluzione che egli si aspetta, ma contribuisca ad una ulteriore, anche notevole, complicazione del problema. Soprattutto per problemi pragmatici, talvolta anche per problemi pratici, non solo è più utile, ma spesso anche più ragionevole, semplificarne i termini, anche a prezzo di una significativa limitazione delle potenzialità di sviluppo concettuale di esso, per giungere ad una soluzione, necessaria per esigenze tecniche, o talvolta anche per esigenze pratiche. Il metodo filosofico, di per sé, muovendosi nella direzione contraria dello scoprire, inventare e percorrere tutte le potenziali forme e articolazioni che il problema può assumere, porterebbe il consultante assai lontano dalla sua meta.

Di fronte a questa difficoltà si deve escludere senz’altro l’atteggiamento di rinuncia, da parte del consulente, alla caratteristica della problematizzazione filosofica di cui si è parlato. Infatti, se il consulente rinunciasse a tale metodo, egli rinuncerebbe a quella competenza specifica per la quale egli è legittimato a svolgere la propria professione e per la quale è interpellato dal consultante e si trasformerebbe in un consigliere di buone opinioni, dettate dal senso comune o da qualche particolare sapienza o ideologia personale: ciò lo destituirebbe di legittimità professionale. La direzione in cui trovare la regola rispetto a questa difficoltà è piuttosto quella di una corretta conciliazione tra la caratteristica del metodo filosofico e le esigenze del consultante. È opportuno muovere dalla considerazione che la consulenza filosofica non è un’attività propria della filosofia pura, bensì della filosofia applicata. Come si è visto, il consulente filosofico, in quanto tale, non è un filosofo ma un esperto in filosofia e la sua attività, in quanto tale, non è l’indagine filosofica ma la guida del consultante nell’affrontare le questioni poste da quest’ultimo, sulla base delle proprie competenze filosofiche. Rispetto alla difficoltà in oggetto, perciò, da una parte egli non rinuncerà al metodo problematizzante proprio della filosofia e non nasconderà al consultante questa sua competenza qualificante, anzi gliela manifesterà come una possibile direzione di lavoro, in cui inoltrarsi di più o di meno a seconda delle intenzioni iniziali del consultante stesso e degli sviluppi e delle modificazioni che tali intenzioni potranno subire nel corso della consulenza. D’altra parte eviterà che il perseguimento di questo metodo produca un disorientamento indesiderato del consultante. Sarà affidato alla capacità di giudizio del consulente stesso il compito di valutare di volta in volta il temperamento di queste due componenti, in base alle esigenze del consultante, che, pur non intese in modo statico ma come soggette a possibile evoluzione e maturazione, devono essere sostanzialmente rispettate. Questa regola è importante anche per orientarsi nell’argomento seguente.

c) Criteri per la valutazione e la selezione delle esigenze del consultante

Ovviamente non si può pensare di stabilire qui limiti e condizioni alle questioni che possono essere poste dal consultante: essendo sua l’iniziativa ed essendo questa completamente al di fuori del controllo del consulente, questi non potrà far altro che recepire le sue istanze. Tuttavia porre la questione indicata nel titolo ha un duplice significato: in primo luogo significa formulare dei limiti entro i quali e delle caratteristiche in base alle quali il consulente potrà riconoscere le questioni di sua competenza oppure le questioni che esulano dalla sua competenza e, conseguentemente, accettare o meno la consulenza; in secondo luogo significa formulare le possibili direzioni nelle quali il consulente potrà accompagnare e guidare il consultante nella elaborazione delle questioni poste.

Possiamo distinguere schematicamente alcune esigenze possibili del consultante e, di conseguenza, alcune direzioni possibili nell’elaborazione del problema: i) teoretica, ii) pratica, iii) ludica, iv) pragmatica. Tale distinzione metodica, utile per l’analisi, non implica affatto una esclusione reciproca delle direzioni, che anzi potranno essere compresenti e contemporaneamente perseguite.

i) Direzione teoretica

Come già si è detto più sopra, la teoresi, cioè la considerazione disinteressata delle idee, dei concetti, dei problemi, ovvero la speculazione, costituisce il movente originario e primario della filosofia. Essa, perciò, non solo non può essere espunta dal lavoro di consulenza filosofica, ma non può non essere in qualche modo e in qualche grado presente. Le competenze filosofiche messe a disposizione dal consulente indurranno inevitabilmente il consultante a considerare le questioni trattate anche nella prospettiva puramente teoretica. Può avvenire, ed è verosimile che avvenga spesso, che il consultante affronti le questioni senza alcun interesse teoretico, ma piuttosto preoccupato da interessi pratici o pragmatici: sarà senz’altro uno dei compiti del consulente, oltre ad altri, il guidarlo a scoprire l’interesse teoretico dei problemi, cioè la dimensione per cui i problemi non sono solo delle difficoltà importune o dolorose da superare il più rapidamente possibile, ma anche delle potenzialità concettuali interessanti da scoprire e da sviluppare in modo fecondo.

La direzione teoretica nell’approccio delle questioni comporta intrinsecamente un’operazione costante di astrazione. La questione, qualunque essa sia, elaborata in direzione teoretica, dovrà essere progressivamente depurata delle sue connotazioni empiriche, biografiche, contingenti, per essere considerata nei suoi aspetti concettuali puri. Solo mediante tale procedimento si può giungere a quella che potremmo chiamare la «contemplazione delle forme pure», in cui consiste il senso più profondo e l’esperienza più affascinante della filosofia. Solo alla capacità di giudizio del consulente può essere affidata la valutazione, caso per caso e momento per momento, dell’opportunità di spingere più o meno oltre in questa direzione l’elaborazione del problema, ma, in linea di principio, questa dimensione non dovrà mai essere trascurata.

ii) Direzione pratica

L’interesse pratico, cioè l’esigenza di definire regole e criteri per le proprie decisioni e per il proprio comportamento in svariate situazioni della vita, è probabilmente quello che più spesso spinge il consultante a ricercare la consulenza filosofica e quindi quello che più spesso viene espresso dal consultante stesso. Esso, tuttavia, può presentarsi implicitamente o esplicitamente combinato con altri interessi ed è passibile di elaborazione e di sviluppo in tali combinazioni, talvolta equivoche, talvolta invece feconde.

Spesso l’interesse pratico del consultante è accompagnato e condizionato da un interesse pragmatico: il consultante, cioè, pone questioni di scelta o di comportamento unicamente in modo strumentale, in vista del raggiungimento di un fine estrinseco, non invece in base alla pura esigenza pratica di chiarire a se stesso e di perseguire ciò che è bene in linea di principio o ciò che è meglio in una situazione data. È chiaro che questa prospettiva può rendere fortemente equivoca o anche annullare la direzione pratica dell’indagine, trasformandola in effetti in una ricerca pragmatica delle tecniche utili allo scopo. L’alternativa tra la ricerca sul valore intrinseco di uno scopo e della via per perseguirlo e la ricerca delle tecniche utili per raggiungere scopi dati in modo ingiustificato o giustificati per vie estrinseche e indipendenti dalla ricerca stessa costituisce un criterio determinante di distinzione tra la ricerca del bene e il perseguimento dell’utile, cioè tra la direzione pratica e quella pragmatica.

Questa situazione equivoca può presentarsi anche senza che il consultante ne abbia piena consapevolezza, a causa di alcuni pregiudizi radicati nell’opinione comune e corrispondenti a inclinazioni naturali o culturali caratteristiche della mentalità comune. Innanzitutto può avvenire che il consultante, nell’atto stesso di rivolgersi a un consulente e per di più a un «filosofo», si attenda da lui una rapida e facile soluzione dei propri problemi. È diffuso infatti il pregiudizio che il «filosofo» sia un «sapiente», detentore delle risposte adatte per ogni domanda; altrettanto diffuso è un atteggiamento analogo rispetto all’«esperto» in generale, al quale ci si rivolge e ci si affida con una fiducia in parte giustificata e necessaria in parte ingiustificata ed esagerata (che il medico abbia la cura per ogni malattia, l’avvocato la vittoria per ogni causa, ecc.). Un altro pregiudizio è costituito dall’atteggiamento, assai diffuso non solo nella mentalità comune ma anche tra i potenziali consulenti filosofici e tra molti degli stessi filosofi della tradizione, che assume in modo dogmatico e senza fondazione critica alcuni scopi (felicità, benessere, tranquillità interiore) come fini ultimi dell’etica e che riduce perciò quest’ultima a una mera tecnica per raggiungere tali scopi, cioè appunto a una pragmatica. La discussione critica di tale assunzione pregiudiziale esige il chiarimento di complessi e rilevanti problemi riguardanti le implicazioni ideologiche della consulenza filosofica, che, per la loro importanza primaria, saranno affrontati specificamente più avanti. Qui ci si limita provvisoriamente a individuare l’esigenza che, nel corso della consulenza, la commistione tra interesse pratico e interesse pragmatico non sia lasciata nell’equivoco, ma sia invece chiarita.

Inoltre, nel proporre la propria questione pratica, il consultante può non avere consapevolezza della dimensione teoretica di ogni problema pratico. Un problema pratico, infatti, riguardando la determinazione della volontà mediante rappresentazioni, implica pur sempre una indagine conoscitiva di concetti, di idee, di valori, quindi una teoria. È compito del consulente, nell’affrontare una questione pratica posta dal consultante, guidare quest’ultimo a sviluppare in modo fecondo anche questa dimensione o, se il consultante non ne è consapevole, a suscitare in lui tale consapevolezza e il conseguente interesse. Ciò è di notevole rilevanza nella consulenza filosofica, poiché quali che siano le istanze con le quali il consultante si accinge al lavoro insieme al consulente, la consulenza filosofica, secondo la sua forma ideale, non ha come obiettivo la mera offerta al consultante di una via di uscita più o meno agevole dalle sue difficoltà, ma, più in generale e più profondamente, la maturazione e l’arricchimento umano del consultante mediante la scoperta e l’esperienza di quell’aspetto della cultura che è il pensare filosofico.

iii) Direzione ludica

Pur non escludendo che l’interesse ludico possa essere presente anche nella consulenza individuale, esso si presenterà più probabilmente come una motivazione rilevante nelle consulenze di gruppo, come per esempio nelle esperienze già realizzate del café-philo o del cosiddetto dialogo socratico. Il consultante potrà essere motivato a partecipare dal desiderio di un’attività intellettuale, nella quale esprimere e valorizzare le proprie capacità di pensiero e di argomentazione secondo un metodo disciplinato e qualificato, sotto la guida di un esperto. L’attività ludica è disinteressata, cioè non è perseguita per un fine, è strutturata secondo regole e implica un piacere o una soddisfazione connesso all’attività stessa. Tale motivazione (che in termini popolari può essere espresso come «dedicare del tempo a un divertimento intelligente») può implicare nel consultante un desiderio di evasione, che in generale è connesso al gioco: la ricerca cioè di un’attività che, per le sue caratteristiche, si differenzia dall’attività lavorativa quotidiana e ne interrompe la continuità. In effetti la filosofia ha diversi aspetti simili al gioco: innanzitutto il carattere disinteressato e il procedimento strutturato secondo regole. L’interesse ludico del consultante non è dunque di per sé un’esigenza impropria e può essere accolto come legittimo. Il consulente dovrà sollecitare il sorgere e il maturare della consapevolezza della relazione tra la direzione ludica e quella teoretica. Soprattutto nella nostra cultura e nella nostra società è forte la tendenza a considerare sia la filosofia sia il gioco, per il loro carattere disinteressato, come attività prive di importanza e disimpegnate. Le idee sono spesso considerate «solo delle idee» e la dialettica filosofica solo come un «giocare con le parole». Il ruolo del consulente, di guida e garante della correttezza e del rigore metodico del dibattito, dell’uso appropriato dei concetti e delle parole, del rispetto delle regole dell’argomentazione e della deduzione, della rinuncia all’uso di strumenti retorici impropri, dell’articolazione sistematica del discorso, permetterà ai consultanti di scoprire il valore e la serietà delle idee e delle parole. Il consulente accoglierà in questo modo l’esigenza ludica del consultante e anzi le darà piena soddisfazione, rivelandola come un «gioco serio».

iv) Direzione pragmatica

Si potrà verificare, anzi sarà ricorrente il caso in cui il consultante proponga questioni ed esprima attese pragmatiche, concernenti la ricerca degli strumenti e delle tecniche per raggiungere un obiettivo prestabilito. Evidentemente il consulente non possiede le soluzioni pragmatiche per i problemi del consultante e quindi non può offrirgliele. Egli tuttavia non potrà fare a meno di prendere in considerazione le richieste e le attese del consultante, per respingerle o per accoglierle e, in quest’ultimo caso, per affrontarle insieme al consultante in modo adeguato alle proprie competenze. Il consulente non potrà che respingere la richiesta di una consulenza in direzione pragmatica, quando questa sia intesa come mera offerta di tecniche per raggiungere fini estrinseci (guadagnare più denaro, produrre l’innamoramento di una persona, raggiungere il successo, smettere di fumare, ecc.). Ma quando l’istanza pragmatica del consultante manifesti un rapporto con interessi teoretici o pratici (migliorare i propri rapporti con il partner, con i figli o con i colleghi di lavoro, raggiungere una maggior sicurezza nelle decisioni, controllare i propri impulsi, ecc.), egli potrà offrire la propria consulenza, guidando il consultante, contemporaneamente, nell’affrontare il proprio problema pragmatico e nel comprendere le implicazioni non pragmatiche che esso comporta. Ciò aiuterà il consultante a maturare una nuova e più ricca consapevolezza del problema, che consideri non solo la discussione dei mezzi (direzione pragmatica) ma anche quella dei fini (direzione pratica) e che apra così la possibilità di formulazioni più significative (direzione teoretica) del problema stesso. Come si è detto più sopra, sarà inevitabilmente affidata alla capacità di giudizio del consulente la valutazione della misura con cui combinare la risposta all’istanza pragmatica del consultante con lo stimolo ad aprire quest’ultima ad una problematizzazione teoretica e pratica, in modo da offrire al consultante un’autentica possibilità di approfondimento filosofico del problema e di arricchimento umano di sé, senza per questo disorientarlo nella sua ricerca di una soluzione effettiva delle questioni poste. In sintesi si può dire che, di fronte alla proposta di questioni pragmatiche da parte del consultante, il consulente potrà accettare di affrontarle, se la natura dei problemi e l’intenzione del consultante si dimostreranno capaci di un ampliamento oltre la mera direzione pragmatica (senza per altro che quest’ultima possa venire del tutto trascurata).