Sentire l’altro

Laura Boella
Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006, pp. xxxii + 120, Euro 11,50

Nel suo Dizionario di filosofia pubblicato nel 1961, alla voce “empatia” Nicola Abbagnano poteva dedicare solo una quarantina di righe e dichiarare che si trattava di un concetto ormai abbandonato dalla riflessione filosofica, con al più qualche valenza ancora nella sfera dell’estetica. Nonostante sia molto più corposa, la Encyclopedia of Philosophy curata da Paul Edwards alla metà degli anni Sessanta nemmeno ha una voce “empathy”. Dopo mezzo secolo, qualcosa sta cambiando.

“Empatia”, come il suo equivalente tedesco, Einfühlung, è una parola “difficile”. Una di quelle che vanno soppesate con cautela, perché è facile usarla molto a sproposito, equivocando e inducendo in equivoco. Simpatia, compassione, comprensione, partecipazione vi si avvicinano tutte un poco, ma hanno un senso decisamente più debole. Se, per rimanere nella prossimità etimologica, “simpatia” può indicare un “patire con”, nel senso di una partecipazione intensa alle emozioni e ai sentimenti di qualcun altro, “empatia” sembra indicare qualcosa di più, un “entrare dentro” negli stati d’animo di qualcun altro, più un diventare uno che un partecipare “con”. Comprensibile allora che all’empatia si siano interessati gli psicanalisti e che possa costituire tema di riflessione per tutte le professioni d’aiuto, ma anche indubbiamente per la pratica e la consulenza filosofica.

Il punto di partenza del testo di Laura Boella si può trovare nella fenomenologia husserliana: “La certezza che la realtà fuori di noi esista e che non sia semplicemente un fantasma, un’allucinazione, un punto di vista soggettivo, deriva, diceva Husserl, dallo scambio di esperienza con altri che, come noi, percepiscono, sia pure in forme diverse, lo stesso mondo. L’accesso alla realtà del mondo esterno è garantito dunque non solo dalla percezione delle cose, ma anche dall’atto che ci restituisce l’esistenza degli altri e le loro prospettive: l’empatia (Einfühlung)”.

Ma Husserl non sviluppa molto quest’idea, e il riferimento fondamentale è il lavoro di Edith Stein, che proprio all’empatia aveva dedicato la sua dissertazione del 1916, e da quella aveva ricavato il volume pubblicato nell’anno successivo, Zum Problem der Einfühlung (tradotto in italiano come L’empatia presso Franco Angeli, Milano, 2002). Edith Stein mira a “chiarire l’essenza dell’atto che sta alla base di tutte le forme attraverso le quali ci accostiamo a un altro” e quell’atto è l’empatia. Questa “mette in contatto con un’emozione altrui, dolorosa o di altro tipo, manon è identificabile con la partecipazione emotiva, la condivisione di un affetto o con altre forme particolari di comunicazione con gli altri. Essa è piuttosto la via (…) per accedere all’intera persona dell’altro e rappresenta quindi la condizione di possibilità dei sentimenti di simpatia, amore, odio, pietà, compassione, nonchédelle molteplici forme di comprensione degli altri” (p. 12). In questo senso “empatia” diventa il termine che indica “l’ambito di esperienza entro il quale si danno le molteplici forme del sentire l’altro, l’amicizia, l’amore, la compassione, l’attenzione, la cura, il rispetto, il riguardo” (p. 22), il fondamento di quell’ambito d’esperienza, attraverso un movimento che porta presso l’altro, a rendersi conto di ciò che sente, a viverlo con intensità pur sapendo che è suo e non nostro, cogliere senza immedesimarsi; non una confusione o un’identificazione di qualche strano tipo, ma una forma di “accesso alla realtà vissuta di un altro essere umano” (p. 25). “L’empatia è acquisizione emotiva della realtà del sentire altrui” (p. 26) e “si configura come l’esperienza di un altro in quanto soggetto vivente di esperienza come me” (p. 27).

Laura Boella riconosce che l’esperienza dell’empatia è tra le più sfuggenti, e si sforza di tracciare una prima mappa dei momenti fondamentali dei movimenti empatici, i passaggi “fluidi e poco oggettivabili” tra l’io e l’altro. Momenti fondamentali che sono tre: l’emozione dell’incontro; immaginare e comprendere; trasformazione di sé – che sono anche i titoli dei capitoli dal terzo al quinto di questo libro, seguiti da un’ultima parte sul “praticare l’empatia”.

Se il punto di partenza è convincente, con il proseguire della lettura sento un po’ di disagio: da un lato mi sembra resti oscuro quanto la “relazione” di cui si parla sia a senso unico o a doppio senso (io incontro l’altro se l’altro incontra me oppure no?), dall’altro tutto sembra molto bello e mi viene spontaneo l’aggettivo “edificante”. Se ne deve essere resa conto anche l’autrice, in qualche modo, perché all’improvviso incontro quell’aggettivo a pagina 108: “L’empatia gode di cattiva fama, non in ultimo, per il suo presunto carattere edificante e consolatorio, che non farebbe i conti con la guerra più o meno guerreggiata che da sempre domina i rapporti umani”. Non mi sembra questione di “cattiva fama”, ma di un problema reale. Se l’empatia è la condizione di possibilità dei sentimenti di simpatia e amore ma anche di odio (ancora la citazione da p. 12) e, si può presumere, di altri sentimenti più sfumati; e se è l’esperienza di un altro in quanto soggetto vivente di esperienza come me; che cosa succede quando nell’incontro con l’altro sento cattiveria, sadismo, disprezzo, disgusto? La vittima che incontra il suo carnefice che fa? Se leggo bene la prima parte del libro, penso che anche qui debba esserci un atto empatico di qualche tipo, altrimenti come potrebbe nascerne un sentimento di orrore, sgomento, terrore? C’è incontro, immaginazione e qualche forma di comprensione, una trasformazione di sé – tutti i momenti fondamentali. Non dovrebbe trattarsi di una “empatia non riuscita”, ma della formazione di un campo d’esperienza entro il quale si dà una forma del sentire l’altro che come esito ha uno di quei sentimenti che consideriamo negativi. Sembrerebbe più corretto pensare che i momenti fondamentali possano andare in più direzioni: la vittima può anche finire per amare il suo carnefice (una sindrome di Norimberga – poco importa sottilizzare che non si tratti di vero amore); o diventare carnefice a sua volta (le “cattive compagnie”, come si diceva una volta).

Insomma, incontro un’altra persona, nel senso forte dell’incontro empatico: se posso sentire in qualche modo il suo dolore, la sua sofferenza, la sua gioia, sentirò anche, in altri casi, il suo odio, il suo disprezzo, il suo desiderio di far del male. L’incontro alla fine mi porterà ad amare quella persona, a condividere la sua sofferenza, oppure a ritrarmi, a provare disgusto, timore, o magari a condividere il suo odio, il suo disprezzo, il suo desiderio di far del male. La questione compare solo nelle ultime pagine del libro e, mi sembra, in maniera troppo frettolosa e insoddisfacente, anche un po’ fuorviante, perché tende a ridursi al parlare di “usi” dell’empatia. Se è “assolutamente arduo da accettare … il fatto che il sadico torturatore debba pur avere la capacità di empatizzare il dolore della sua vittima, se mette in gioco molta abilità e prova piacere nell’infliggerglielo” (p.116), c’è stata una sottile deriva dal punto di partenza: l’empatia, da fondamento di un campo d’esperienza, è diventata uno strumento che può essere usato anche a fini criminali o immorali – o per fini buoni. Ma così il concetto cambia e diventa meno interessante e proficuo.

1 comment:

  1. anna di iasio, 13. settembre 2009, 9:18

    “Io so quel che fai” …l’empatia, nel senso di possibilità di sentire, prevedere, uscire, incontrare l’altro, capirlo condividendone il senso prevede un dejavu, un aver già nel proprio patrimonio esperenziale il mondo e le esperienze che l’altro sta per fare? O la previsione e la condivisione risente di quella differenza e unicità che ognuno di noi ha nel suo essere e sentire?
    Io credo che possiamo condividere solo ciò che fa parte del comune patrimonio esperenziale, il resto sono elaborazioni personali che nulla spesso hanno a che fare col sentire dell’altro. Forse potrebbero meglio chiamarsi “proiezioni”

     

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