Destino e libertà
Essi (Zenone e Crisippo) sostenevano la teoria secondo cui tutto avviene per fato con questo paragone: quando a un carro si attacchi un cane, se segue volontariamente, segue pur essendo trascinato, e compie, insieme con l’adeguarsi alla necessità, anche un atto di libertà; se invece si rifiuta di seguire, è semplicemente trascinato. Lo stesso si può dire degli esseri umani: anche se non vogliono seguire, saranno puramente e semplicemente costretti ad andare verso ciò ch’è fissato dal destino.
Ippolito, Refutationes, 21, in Stoici antici, a cura di Margherita Isnardi Parente, UTET, Torino, 1989, vol I, p. 544


Che la nostra libertà sia relativa e non assoluta, condizionata da fattori indipendenti dalla nostra volontà come il luogo e il tempo della nascita, il DNA trasmessoci dai genitori, il contesto sociale, economico, linguistico e culturale in cui siamo venuti al mondo, non lo si può mettere in dubbio. Ma la concezione stoica del fato nega che ci sia anche una libertà condizionata e limitata dalla situazione e dal contesto in cui ci troviamo a vivere e a compiere le nostre scelte (apparenti). Se tutto è già scritto, o meglio “detto” (fatum, da for, faris, fatus sum, fari), che cosa possiamo veramente scegliere? Eppure abbiamo l’illusione di essere noi gli artefici del nostro destino. Pura illusione o possibilità effettiva? Possiamo scegliere, per esempio, come e quando morire? Certamente sì, ma solo nel caso in cui decidessimo di suicidarci. Altrimenti sarà il caso (o il destino) a scegliere per noi. Dunque che faremo? Ci abbandoneremo al caso? Alla forza di gravità? Alla Provvidenza se siamo credenti? In ogni caso, prima o poi, dovremo abbandonare noi stessi alla nostra morte (o sorte), che ci segue dalla nascita. Per questo è bene prepararsi per tempo. Allora qualcosa possiamo scegliere? Sì, come preparaci. A cosa? A morire. Non sarebbe meglio prepararsi a vivere? E’ quello che già facciamo vivendo. Volenti o nolenti, come il cane legato al carro del destino.